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L'angolo della lettura

Sep 02 2010

Antinomie

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Approfondimenti

Capita, a volte, di ascoltare persone discutere del contenuto delle Sacre Scritture in termini di contrapposizione tra Antico Testamento e Nuovo, sottolineando apparenti differenze dottrinali tra i due testi, ed arrivando perfino ad affermare che, data la marcata diversità del carattere del Dio delle vecchie Scritture rispetto a quello delle nuove, non è possibile far altro che ipotizzare l’esistenza di due «dèi» diversi, uno vendicativo e dispotico, l’altro compassionevole e più vicino all’umanità. In questo articolo mi propongo di dimostrare come in realtà non esistano antinomie tra l’Antico Testamento ed il Nuovo, testi che, contrariamente a quanto alcuni affermano, non descrivono affatto divinità diverse, bensì presentano il medesimo Dio ed il suo piano di salvezza, che è stato rivelato progressivamente nel corso della storia, per arrivare alla sua manifestazione definitiva nella persona di Gesù Cristo. Ovviamente, data la vastità dell’argomento, non sarà possibile esaurire il soggetto nel suo complesso: ci limiteremo quindi a discutere alcuni tratti generali della questione, con pochi veloci approfondimenti, lasciando poi il consueto spazio ai lettori per commentare – e quindi proseguire – la riflessione su questo tema.

La principale critica mossa verso l’apparente dicotomia caratteriale di Dio nelle due parti delle Scritture è sintetizzabile con la seguente affermazione: «Il Dio presentato dall’Antico Testamento è un Dio che giudica e punisce, mentre nel Nuovo vediamo invece un Dio che ama, accetta, perdona». Si tratta di un’asserzione profondamente errata, perchè non conforme alla realtà dei fatti, nonchè molto pericolosa, perchè soggetta ad interpretazioni fuorvianti. Già soltanto il concetto di «amore» presenta dei problemi non indifferenti in una società come la nostra, che ha saputo spogliare tale termine del suo senso originale per farcirlo di significati che esso non possiede.
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Aug 05 2010

Conoscenza pratica

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Riflessioni

Nell’accezione comune del termine «conoscenza», si intende quasi sempre un aspetto legato in modo pressochè esclusivo alla sfera intellettiva, e si indica un insieme di nozioni specifiche possedute da un individuo, indipendentemente dal fatto che esse vengano sfruttate nel concreto, oppure siano lasciate «inoperose»: questo modo di intendere la conoscenza ci deriva dalla cultura greca, presso la quale era anticamente in auge una scissione piuttosto marcata tra ciò che compete la mente e quello che riguarda il piano fisico. Nelle Sacre Scritture troviamo invece un concetto molto più vasto, che si spinge oltre la semplice caratteristica cerebrale per abbracciare una dimensione molto tangibile, quasi ad indicare che «si conosce se e perchè si agisce».

Lo stesso Gesù, durante l’ultima cena, dopo aver parlato ai suoi discepoli sull’attitudine di servizio nella quale avrebbero dovuto perseverare imitando il suo esempio, disse loro: «se sapete queste cose, siete beati se le fate» (Gv.13:17) – la conoscenza intellettuale di un concetto che si deve manifestare con le azioni è sicuramente importante, perchè senza «teoria» non si ha modo di sapere in che direzione si sta camminando; tuttavia, se tale «teoria» non è poi seguita dalla pratica, risulterà essere soltanto una nozione vuota, addirittura inutile, proprio a causa dell’impossibilità di dimostrarla nel concreto.

Al capitolo 4 della sua prima lettera alla chiesa di Tessalonica, l’apostolo Paolo fornisce uno tra i tanti spunti di riflessione su questo argomento, attraverso il quale possiamo soffermarci su un tipo di conoscenza molto particolare, ossia la conoscenza di Dio, intesa come accennato poche righe sopra: non qualcosa che rimane a livello intellettuale, ma piuttosto un atteggiamento pratico, che presuppone un rapporto vivo con il nostro Creatore, e che viene manifestato nel quotidiano con uno scopo preciso.
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Jul 28 2010

Le vergini stolte

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Riflessioni, Testi esterni

Da: Parable of the Ten Virgins (Part Two), di Martin G. Collins

«Ma, mentre quelle andavano a comprarne, arrivò lo sposo; e quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala delle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi vennero anche le altre vergini, dicendo: “Signore, Signore, aprici!” Ma egli rispose: “Io vi dico in verità: Non vi conosco”.Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora» (Mt.25:10-13)

La porta è chiusa con un fine preciso; il tempo del verbo [nella lingua originale, NdT] fa comprendere che tale chiusura è definitiva, ossia che la porta – ora serrata – rimarrà in questo stato. A quel punto, pertanto, nessun pentimento, preghiera o supplica potrà modificare la realtà. L’arca di Noé, con la sua porta sigillata, è una vivida analogia di questo concetto (Ge.7:16) – essa era sigillata per essere impenetrabile durante il Diluvio. Una volta chiusa, tutte le suppliche del mondo non avrebbero potuto aprire l’ingresso dell’arca ad altri. Al ritorno di Cristo, così come alla nostra morte, le possibilità di essere annoverati tra le primizie del Regno saranno concluse.

La chiusura della porta è giusta, perchè a tutti è dato ampio tempo per prepararsi alla venuta dello Sposo. Egli non arriva sul far della sera, bensì a notte fonda. Addirittura, vediamo che Egli ritarda il proprio arrivo (v.5, «siccome lo sposo tardava, tutte divennero assonnate e si addormentarono»), dando così alle vergini un tempo aggiuntivo, utile alla preparazione. Noi abbiamo le nostre intere vite – tutti gli anni di pazienza di Cristo verso di noi – per prepararci. È quindi giusto, nonchè equo, che la porta venga chiusa all’arrivo della nostra ultima ora. Isaia riconosce la tendenza umana a procrastinare, e nel suo avvertimento dice: «Cercate il Signore mentre può essere trovato, invocatelo mentre è vicino!» (Is.55:6)
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Jul 08 2010

L’umanesimo del Lama

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Attualità, Riflessioni

Il Dalai Lama, guida spirituale del Tibet, ha compiuto 75 anni, ed il quotidiano «La Stampa», nella sua edizione di ieri, ha lasciato spazio ad alcune affermazioni pronunciate dal leader in occasione della cerimonia in suo onore, svoltasi sotto una forte pioggia ma con la partecipazione di migliaia di «affezionati» (mi si perdoni l’utilizzo di questo termine, ma sono convinto che sarebbe inopportuno definire tali persone come «fedeli», viste le implicazioni di questo secondo termine). Per quale motivo soffermarsi sul discorso del Dalai Lama? È presto detto: in esso sono contenuti accenni a fatti di grandissima importanza, che non ho potuto fare a meno di leggere con un pizzico di tristezza. Ancora una volta ho avuto modo di riflettere su cosa sia in realtà l’uomo quando decide di non seguire la strada che Dio ha tracciato per noi, per abbandonarsi invece a quelle che sono le nostre «voglie di spiritualità», che certo possono dare all’esterno una qualche «parvenza di santità», ma che poi all’atto pratico si rivelano essere ben distanti da quell’ideale, perchè senza fondarsi sulla vera fonte di santità che è l’Eterno Dio, il nostro «apparire» più o meno spirituali altro non sarà se non un tentativo di scimmiottare l’originale, peraltro con risultati piuttosto scadenti.

Con le mie righe non intendo affatto «attaccare» personalmente il Dalai Lama, figura che è sicuramente degna di stima per il suo impegno umanitario, quanto piuttosto riflettere sulla radice di ciò che afferma, mettendo ogni cosa a confronto – come sempre – con le Sacre Scritture, le quali sono per me il metro assoluto di ogni questione, avendo profonda fede nella loro ispirazione divina. Ma cosa avrà mai affermato di così «sconvolgente» il leader tibetano? In realtà, nulla che non sia ravvisabile nelle asserzioni della società moderna – ma è proprio questo a «stridere», perchè da una guida spirituale è lecito aspettarsi determinati spunti: ennesima riprova, comunque, che non è sufficiente essere «spirituali», ma che ancora più importante è la fonte di tale spiritualità. Si può essere ottime guide su sentieri che portano a strapiombi altissimi, ed il fatto che il termine del cammino sia nefasto non intacca la qualità della guida stessa; tuttavia, chiunque converrà sul fatto che non si tratterebbe di un viaggio consigliabile.
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Jun 24 2010

L’evidenza ignorata

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Attualità, Riflessioni

Nel dare un titolo a questo articolo, ho tentennato per un po’ tra quello che in effetti ho assegnato, e l’alternativa di «Una occasione sprecata». Entrambi sarebbero stati più che adatti per sintetizzare quanto è mio desiderio commentare brevemente, relativamente ad un episodio di attualità che dimostra quanto l’uomo possa essere cieco davanti all’evidenza, e come – pur di mantenere intatte le proprie convinzioni, anche se errate – ami letteralmente girarsi dall’altra parte rispetto a situazioni che dovrebbero servire ad aprire gli occhi. È il 12 ottobre dello scorso anno, quando un violento nubifragio si abbatte sulla nostra capitale, causando il crollo della statua (ma sarebbe meglio dire «idolo») della «madonna» dal suo piedistallo, sito nela zona di Monte Mario, nel settore nord-est di Roma.

L’immagine è stata restaurata e ricollocata alcuni giorni fa nel suo sito, ed oggi, in occasione di una celebrazione indetta specificamente per l’evento, l’attuale pontefice ha «benedetto» l’effige, accompagnando il rito con queste parole: «La Madonnina – come amano chiamarla i romani – nel gesto di guardare dall’alto i luoghi della vita familiare, civile e religiosa di Roma, protegga le famiglie susciti propositi di bene, suggerisca a tutti desideri di cielo». Ora, come possa un pezzo di pietra che non sa resistere ad un nubifragio proteggere o suggerire alcunché, questo è un gran mistero! Ed ecco l’occasione sprecata, ecco l’evidenza ignorata: un idolo cade, va in frantumi, e nessuno medita sul fatto che esso non è altro che il prodotto del lavoro di un artista. Non è qualcosa di «sacro», né tantomeno può rappresentarlo, perchè ciò che è davvero tale non è raffigurabile dall’uomo.
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Jun 23 2010

Signore mio e Dio mio

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Apologetica, Approfondimenti

Otto giorni dopo la resurrezione, Cristo apparve ai discepoli, tra i quali, in questa occasione, vi era l’incredulo Tommaso. All’invito di porgere le mani e di toccare quelle ferite, per poter finalmente rendersi conto della realtà, Tommaso esclamò una frase che oggi è ancora oggetto di controversie tra vari movimenti non soltanto in seno al cristianesimo, ma anche esternamente ad esso.

Tommaso gli rispose: «Signor mio e Dio mio!۠» (Gv.20:28)

Un’affermazione stravolgente, soprattutto in bocca ad un Giudeo, visto lo stretto monoteismo e l’assoluta intransigenza in questo campo da parte del popolo di Israele. Come commentare una tale esclamazione? Nel corso del tempo si sono date diverse interpretazioni, le quali diverse volte sono state condizionate dal presupposto teologico di origine, invece di basarsi su ciò che in realtà dice il testo di Giovanni. Per fare un esempio, parlando tempo fa con alcuni Testimoni di Geova (notoriamente unitari), mi è stato detto che, a loro avviso, quella di Tommaso doveva essere letta come un’affermazione di stupore, proprio come oggi si sente – in modo del tutto improprio – pronunciare sovente la frase «Dio mio» Questa è una conclusione a dir poco bizzarra, per non dire ignorante, in quanto non tiene assolutamente conto del contesto in cui è stata pronunciata tale esclamazione, nè da chi. Un Ebreo non si sarebbe mai sognato di riferirsi ad un’altra creatura con un appellativo del genere, proprio perchè la legge divina non tollera il culto ad esseri diversi dall’Unico Vero Dio, o espressioni di venerazione di tale risma verso essi.
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Jun 11 2010

Giù le mani dalla rete

Scritto da Barbara Venturello, inserito nelle categorie: Fuori Tema, Notizie, Varie

Spero che sia solo una di quelle notizie allarmanti che ogni tanto si sentono ma che poi si risolvono in un buco nell’acqua… ma se così non fosse, vorrei utilizzare la libertà di espressione che ancora ho in rete per poter condividere questo video:

Senza l’entrata in vigore del Decreto Legislativo 169, in rete si può trovare tutto ed il contrario di tutto. Si possono trovare notizie attendibili, opinioni, video scandalosi, bugie inerenti la politica, la religione, lo sport… insomma, è un gran calderone ma il bello di tutto ciò é la LIBERTA’. Una libertà che pare voglia essere soppressa.

Invito tutti i lettori a prendere in seria considerazione questo argomento ed eventualmente firmare l’appello che si trova a questo link:
http://www.articolo21.org/34/appello/giu-le-mani-dalla-rete.html



             

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Jun 07 2010

Etica odierna, una riflessione

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Attualità, Riflessioni

In questi giorni gli Stati Uniti sono alle prese con l’ennesimo scandalo sessuale a carico del mondo politico: questa volta è il turno di Nikki Haley, donna di estrema destra in corsa per la presidenza del South Carolina, sposata e madre di due figli, ad oggi «accusata» di aver avuto relazioni con due professionisti della politica del suo stato. Non è nostra intenzione sindacare sulle azioni di questa o quell’altra persona, così come non ci piace puntare il dito come per giudicare, consapevoli come siamo della fragilità umana. E, al tempo stesso, non siamo interessati a valutare la politica di uno stato estero, dal momento che – forse a volte sbagliando – ci prendiamo guardia di esprimere giudizi anche su quella del nostro Paese. Tuttavia, date le «conseguenze» che ha avuto la notizia dell’adulterio della Haley, ho ritenuto di spendere un po’ di tempo per riflettere sulla sensibilità della società contemporanea riguardo alle relazioni coniugali ed extra-coniugali.

Sì, perchè Nikki Haley, fino a poco tempo fa piuttosto «oscura» ai più, è improvvisamente diventata assai nota a causa delle sue scappatelle, che l’hanno resa addirittura maggiormente simpatica ad una certa fetta di elettori: alcuni di questi scrivono ai giornali commenti che ne auspicano la vittoria politica, minimizzando la serietà delle sue azioni, e quasi vedendola come una sorta di «vendicatrice» di tutta una serie di mogli che sono state tradite dai propri mariti, importanti nomi della politica d’oltreoceano. Stupida vendetta, a pensarci: come se lo sfascio di una famiglia andasse ad appianare lo sfascio di altre. Tralasciando però qualsivoglia commento sulla finora ancora non provata infedeltà della Haley (perchè ciascuno rende conto delle proprie azioni senza che altri si debbano erigere a giudici di moralità), quello che mi ha lasciato perplesso è stata appunto la reazione del «grande pubblico», della «massa» – quell’insieme di individui che spesso assume i connotati di un’entità unica, anche nella formulazione dei pareri.
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Jun 01 2010

Tapparsi le orecchie per non sentire

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Riflessioni

Circa un anno fa pubblicai sul nostro canale YouTube la splendida testimonianza di Nick Vujicic, un credente nato senza arti, che nei nove minuti che costituiscono il filmato raccontava in maniera molto chiara e toccante la sua storia, spiegando come Dio lo abbia sostenuto e guidato nell’accettare la sua condizione, e renderla non un punto di svantaggio, ma di forza e di esortazione per sé stesso e per altri, testimoniando della grazia di Dio. È certamente complicato riassumere in poche frasi un discorso così articolato e profondo come quello di Nick: per chi fosse interessato, rendiamo disponibile il link del video, in modo da potersi rendere pienamente conto di ciò che abbiamo solo accennato.

Ad oggi il filmato continua ad essere visualizzato (ormai sfiora i 50.000 accessi), e soprattutto commentato: sul nostro canale si è accesso quasi un dibattito tra coloro che si limitano a guardare con rispetto verso Nick, ringraziando Dio per l’esempio di quel giovane, e quelli che si scagliano contro la testimonianza del ragazzo, affermando che «Dio non c’entra», che «Nick ce l’avrebbe fatta comunque se avesse creduto ad un dio qualsiasi», e più in generale «che Nick è un uomo dalla sicura forza interiore, ma che questo è un fattore indipendente dalla sua fede religiosa», evidentemente facendo orecchie da mercante nei riguardi delle asserzioni del ragazzo, che non si riferisce a Dio come a qualcosa di periferico, opzionale, bensì lo indica come la componente centrale ed indispensabile della sua vita.

Viviamo in un’epoca estremamente materialista e poco incline alla riflessione su determinati valori, e questo è un fatto noto. Tuttavia, attacchi di questo tipo mi lasciano sempre basito. Il motivo è semplice.
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May 21 2010

Quando muore un ateo

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Riflessioni

Durante un pomeriggio primaverile di circa tre anni fa, trovammo finalmente in Rete un video che stavamo cercando da tempo: in esso, un anziano ed energico signore stava additando l’intera dottrina cristiana come un mucchio di superstizioni senza reale fondamento storico, sciorinando date, luoghi e personaggi per avvallare le sue tesi. Dall’altra parte della scrivania alla quale era seduto, due grassi sacerdoti cattolici non sapevano far altro che continuare a ripetere «sono tutte fandonie!», senza poter però opporre alcuna argomentazione valida. Davanti a loro un’intera platea di studenti, che assistevano in silenzio quando parlava l’uomo, e ridacchiavano quando i due preti facevano le loro pallide figuraccie. Si trattava di un seminario, tenutosi in una scuola superiore, da Luigi Cascioli, ex-sacerdote diventato poi ateo e strenuo sostenitore della non esistenza storica di Cristo. I due prelati, probabilmente invitati per par condicio, o per palesare con ancora più forza l’ignoranza del clero, fungevano semplicemente da «spalla» all’uomo, che poteva zittirli in continuazione senza sforzo, incapaci com’erano di cogliere le pesanti inesattezze dottrinali e storiche che il Cascioli propinava «accuratamente» all’uditorio.

SoloVangelo.it nacque proprio in quel pomeriggio, mentre ci rendevamo conto che le voci anti-cristiane sul Web erano (e sono ancora) molte, ma non troppi erano invece in proporzione gli spazi cristiani che trattassero approfondimenti sulla fede, e che confutassero le menzogne che molta parte dell’ateismo e dell’agnosticismo mette in giro, sfruttando quel malcontento e quella profonda delusione che schieramenti dottrinalmente sviati come il cattolicesimo hanno saputo alimentare nel corso dei secoli.
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May 17 2010

Pensiero critico sull’ora di religione nelle scuole italiane

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Attualità

Negli scorsi giorni, il nostro Paese ha assistito all’ennesimo attacco al diritto fondamentale di libertà di espressione e di culto. Il Consiglio di Stato ha infatti accordato legittimità alle ordinanze ministeriali Gelmini e Fioroni, relativamente al conteggio del credito dato dall’insegnamento della religione cattolica nel sistema scolastico italiano. Se, precedentemente, il Tar del Lazio aveva deciso di annullare tale credito, derivante da una scelta (quella religiosa, appunto) che può non essere condivisa da famiglie o alunni che opteranno per l’astensione dall’ora di religione, ora ci troviamo davanti ad uno scenario ben differente, a fronte del quale viene applicata una vera e propria discriminazione tra studente e studente. Infatti, nel caso in cui venga scelto di avvalersi dell’insegnamento cattolico, questo contribuirà alla media dei voti finali, e ciò rappresenterà verosimilmente un «punto di svantaggio» per tutti coloro che, per proprie convinzioni in materia di fede, sceglieranno di non frequentare l’ora di religione cattolica, rinunciando di conseguenza ad usufruire dei crediti aggiuntivi.

Il ministro Gelmini afferma, a mio avviso in maniera estremamente superficiale, che «i principi cattolici sono patrimonio di tutti», ma ciò non è assolutamente vero. Come protestante, fermo sostenitore della sola autorità biblica, sinceramente non so cosa farmene dei principi cattolici, che nel corso della storia si sono dimostrati ben lontani da quel Vangelo che sostengono di proclamare, e che ancora oggi mostrano come le Scritture, la Parola di Dio rivelata, siano tenute in assoluto secondo piano dal magistero cattolico, in favore di una tradizione piena di elementi mutuati dal paganesimo. Perché dovrei «sentire mio» un simile patrimonio? C’è inoltre da dire che se con l’espressione «principi cattolici» ci si sta riferendo ai principi di uguaglianza, di rispetto, amore, essi non sono affatto «cattolici» in senso nativo, semmai cristiani: e certo i due termini non possono essere assimilati ed equiparati, perchè indicano due contesti differenti tra loro. E cosa dovrebbero affermare gli ebrei, i musulmani, i buddisti, e più in generale, i fedeli di religioni non-cristiane? Quale può essere il valore che essi danno a principi che non li identificano nemmeno lontanamente? Senza contare il parere di atei ed agnostici, i quali, completamente estranei al discorso confessionale, si trovano assorbiti loro malgrado in un vortice che non li riguarda affatto.
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May 13 2010

Perchè rifiutare quest’offerta?

Scritto da Emiliano & Barbara, inserito nelle categorie: Riflessioni

«E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte; ma chi mette in pratica la verità viene alla luce, affinché le sue opere siano manifestate, perché sono fatte in Dio» (Gv.3:14-21)

Il fariseo Nicodemo si era recato in gran segreto da Gesù, ed era desideroso di conoscere meglio gli insegnamenti di quel «rabbi» così diverso dai maestri del tempo, le cui opere dimostravano in maniera tangibile che quanto Egli diceva corrispondeva al vero, e che era approvato da Dio (Gv.3:2). A conclusione del dialogo, Gesù afferma quanto abbiamo riportato nel brano di apertura, ossia enuncia il piano di Dio per l’umanità corrotta e perduta. Ai giorni nostri, molti maturano l’idea dell’esistenza di una divinità sadica, insensibile alle sofferenze umane, e addirittura colpevole di non intervenire per sottrarre la sua creatura ai disastri, alle malattie, e a tanti altri avvenimenti negativi, con i quali ogni giorno ci troviamo, in una maniera o in un’altra, ad avere a che fare. In questi termini, il giudizio finale di Dio è visto come un’inopportuna «ciliegina sulla torta», che va ad incrementare il peso di una vita passata a cercare di fare il proprio meglio, senza aver mai la sicurezza di «aver fatto bene»: quante persone oggi evitano ragionamenti basati sulla fede perchè sono spaventati, oppure si sentono a disagio? Ma nel brano che abbiamo visto, Gesù capovolge completamente questo tipo di ragionamento, e anzi ci fornisce una stupenda chiave di lettura del problema dell’uomo, attraverso la quale comprendere cosa sia in realtà l’amore di Dio. In questo articolo cercheremo di fare qualche considerazione sulle affermazioni di Cristo all’indirizzo di Nicodemo, perchè esse sono importantissime anche per tutti noi, in quanto ci parlano della volontà divina nei riguardi di ciascun essere umano.
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May 10 2010

Ti ho comprato

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Multimedia

Oggi desideriamo condividere con voi tutti un bellissimo video, tratto da un sermone di di Paris Reidhead dal titolo «So a great salvation», e visibile sul canale YouTube «Torniamoalvangelo». Come di consueto in questi casi, non aggiungiamo commenti forse superflui, e ci limitiamo ad augurare buona visione a tutti!



             

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Apr 28 2010

Il dialogo di Gesù e Pietro

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Approfondimenti

Abbiamo recentemente ricevuto da un nostro lettore una richiesta di commento del brano di Giovanni 21:15-19, nel quale leggiamo dell’incontro tra il Signore risorto ed i suoi discepoli, tornati all’occupazione di pescatori dopo la crocifissione, ed in particolare con Pietro, che, interiormente prostrato per aver rinnegato Gesù, ora viene ristabilito. Abbiamo ritenuto utile non rispondere privatamente al nostro lettore, quanto piuttosto di farlo attraverso la redazione di questo articolo, nella speranza che i contenuti possano essere di beneficio anche ad altri. L’intervento di Gesù nei confronti del suo discepolo si concentra su due aspetti in particolare. Il primo, fondamentale nella vita di ciascun credente, per portarlo a riflettere sul proprio sentimento nei confronti del Maestro («Simone di Giovanni, mi ami più di questi?», Gv.21:15), ed il secondo, con il quale Gesù conferma Pietro nel suo ruolo, abbandonato nella notte dell’arresto, per esortarlo a portare avanti il compito assegnato («Pastura le mie pecore», Gv.21:16).

È un brano che ci parla in maniera sublime del perdono di Cristo, perchè a ciascuna volta che Pietro rinnegò il Signore (cfr. Mt.26:69-75), viene ora contrapposta una semplice domanda: «mi ami?». Tre volte Pietro affermò di non conoscere Gesù, e tre volte ora Gesù chiede a Pietro quale fosse il suo reale sentimento nei suoi confronti. Per impulsivo e, a tratti, poco riflessivo che fosse (attitudini che dimostrò in più occasioni), l’apostolo non potè certamente fare a meno di rendersi conto di cosa stava accadendo in questo momento così particolare, trovando quindi nuova forza per riprendere da dove era caduto. Possiamo capire meglio la ricchezza di questo brano analizzando i tre scambi tra Gesù ed il discepolo.
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Apr 22 2010

L’opera di Cristo

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Riflessioni

Nella giornata di oggi, in un programma radiofonico cristiano, ho sentito un invito rivolto agli ascoltatori, il quale recitava: «accettate Cristo nella vostra vita». E immagino che quella trasmissione, terminata subito dopo questa esortazione, abbia lasciato più di una persona con un dubbio, un’incertezza, relativa appunto a cosa lo speaker intendesse veramente dire. «Là fuori» c’è una gran fame di spiritualità, la necessità di trovare un senso, di riempire quella voragine che molti di noi percepiscono, e che alcuni hanno poeticamente definito come «un vuoto a forma di Dio». E se vogliamo fare in modo che le persone non vengano prese al laccio da filosofie vane e altamente dannose, ma ancora di più che possano arrivare alla conoscenza di Dio, dobbiamo essere estremamente chiari nel presentare quella buona notizia che è il Vangelo.

Cosa significa quindi «accettare Cristo nella propria vita»? Cosa vuol dire fare di Lui il proprio Signore, il Salvatore? Sono domande forse apparentemente banali, e spesse volte, chi conosce Dio da molto tempo, tende quasi a darle per scontate, sapendo perfettamente – per la propria esperienza di vita – il significato di queste espressioni, che sovente diventano una forma di «linguaggio in codice», non sempre immediatamente comprensibile da tutti: la comunicazione è qualcosa di estremamente complesso, che si evolve, ed i cui contenuti vengono recepiti in modi diversi a seconda del contesto culturale, dell’età, e di molti altri fattori. E con queste righe spero di riuscire a fare un pizzico di chiarezza in più, perchè l’invito a far sedere Cristo sul trono della nostra vita è qualcosa di importanza capitale, ed al di là di ogni altro aspetto che potremmo considerare sulla fede, rimane il punto focale, dal quale tutto il resto origina, e al quale fa capo.
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Apr 10 2010

La sindone di Torino e la certezza della fede

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Approfondimenti, Attualità

Per gentile concessione di Casa della Bibbia, alla quale va il nostro più sentito ringraziamento per averci permesso la pubblicazione, rendiamo disponibile l’opuscolo dal titolo «La sindone di Torino e la certezza della fede», nato da una iniziativa dell’Associazione Più dell’Oro. Sedici pagine attraverso le quali riflettere sulle problematiche storiche, teologiche e scientifiche relative al telo che ancora oggi fa discutere intere confessioni religiose. Ci auguriamo che ogni lettore possa beneficiare della lettura di questo opuscolo, alla luce di quella che è la fede biblica.

 Cliccare qui per scaricare il file «La sindone di Torino e la certezza della fede»



             

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Apr 08 2010

Sindone o fede?

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Approfondimenti, Attualità

Nel luglio di due anni fa, proprio su queste pagine, riportai un breve articolo tratto dal portale Evangelici.net, nel quale erano presenti alcune riflessioni del pastore valdese Giuseppe Platone, contrario all’allora abbozzata idea di una nuova ostensione della sindone, il telo di lino che – secondo il cattolicesimo – avrebbe avvolto il corpo di Gesù, una volta deposto dalla croce. I punti sollevati da Platone furono anzitutto di carattere teologico, sottolineando che esistono confessioni cristiane radicate nell’insegnamento della Bibbia, e che, come tali, si trovano giustamente ad essere contrarie a forme devozionali idolatre, e fece altresì correttamente notare che un’operazione onerosa come l’ostensione, con tutto ciò che comporta in termini organizzativi, avrebbe fatto sentire il proprio peso sulle casse pubbliche (secondo le stime attuali, la spesa si aggira intorno ai 1.750.000 €), alle quali si sarebbe invece potuto attingere per fini ben più utili. Tuttavia, come purtroppo siamo abituati a vedere in casi come questo, non è sufficiente far sentire la propria voce, specie quando l’interlocutore fa finta di non sentire, o non intende ascoltare.

Infatti, proprio in questi giorni avrà regolarmente luogo l’ostensione allora preventivata, e l’esposizione al pubblico coprirà il lasso di tempo tra il 10 aprile ed il 23 maggio. Che quel telo non sia riconducibile a Cristo, è ormai cosa assodata, anche se la disinformazione che viene propugnata in molti ambiti continua a mietere vittime: fin dal 1988, anno in cui la sindone fu datata con il metodo del Carbonio 14, fu chiaro che l’epoca alla quale essa appartiene non può che essere molto più tarda rispetto all’epoca di Gesù. Si guardi poi con cura l’immagine impressa sul sudario: l’uomo che essa ci descrive era alto più di 180 cm, e certo la sua morfologia mal si adatta a quella del tipico ebreo del I secolo. Alcuni esperti (tra i quali il sindonologo torinese Edoardo Garello) trovarono poi, in prossimità dell’immagine degli occhi, impronte di monete, come se esse fossero state apposte sulle palpebre del cadavere: a chiunque abbia anche solo un minimo di dimestichezza con le Sacre Scritture, questo dettaglio non può che apparire come conferma della non autenticità della sindone: i discepoli che si occuparono della sepoltura, certo non si sarebbero mai sognati di compiere un gesto come quello dell’apposizione di monete, usanza notoriamente «pagana».
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Apr 03 2010

Un paragone infelice

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Attualità

In una recente dichiarazione, fatta durante una cerimonia tenutasi a S.Pietro, il frate cappuccino Raniero Cantalamessa ha accostato, in una maniera oltremodo infelice, i recenti «attacchi» a Ratzinger alla tragedia della Shoah, che ha visto la persecuzione e la morte di milioni di ebrei. Abbiamo quindi deciso di dare un piccolo spazio alle dichiarazioni dei gruppi ebrei che si sono espressi verso tali affermazioni, le quali hanno già fatto il giro del mondo, comparendo su alcune fra le più autorevoli ed importanti testate giornalistiche. Si noti che, come consuetudine in questi casi, è prontamente giunta la smentita vaticana sull’ufficialità di voler costruire paralleli tra le recenti vicende legate al pontefice e i tremendi fatti dell’eccidio, ma questo non impedisce di vedere la solita e triste beffa del «tirare la pietra e ritrattare» con la quale il cattolicesimo, fin dalla sua comparsa, schernisce quello che le Scritture ci indicano come il popolo dell’Eterno, al quale vogliamo esprimere la nostra simpatia e comprensione.

Estratto da http://www.corriere.it

LE REAZIONI DEI GRUPPI EBRAICI – La citazione, che ha presto fatto il giro del mondo, non è però piaciuta a diversi gruppi ebraici che considerano inaccettabile il paragone con le vittime dell’Olocausto. «È ripugnante, osceno e soprattutto offensivo nei confronti di tutte le vittime degli abusi così come nei confronti di tutte le vittime del’olocausto» – ha commentato con l’Associated Press il segretario generale del consiglio centrale degli ebrei tedeschi, Stephan Kramer – «Sinora non ho visto San Pietro bruciare né ci sono stati scoppi di violenza contro preti cattolici. Sono senza parole. Il Vaticano sta tentando di trasformare i persecutori in vittime». Il rabbino statunitense Gary Greenebaum, responsabile delle relazioni interreligiose per l’American Jewish Committee, ha invece bollato le affermazioni di Cantalamessa come «un uso sfortunato del linguaggio. La violenza collettiva contro gli ebrei» – ha detto – «ha avuto come effetto la morte di sei milioni di persone, mentre la violenza collettiva di cui si parla qui non ha condotto a uccisioni o distruzioni». Il sermone di Cantalamessa ha conquistato, tra le altre, le home page di Haaretz e del Jerusalem Post in Israele, del sito della BBC e del New York Times. Il rabbino della Comunità di Roma, Riccardo Di Segni, ha sorriso quando gli è stato chiesto un commento sul sermone e ha pregato Dio che «illumini i loro cuori» nel giorno in cui «loro pregano che il Signore illumini i nostri affinchè riconosciamo Gesù», con riferimento alla preghiera per la conversione degli ebrei prevista proprio dal cerimoniale della messa del venerdì santo.


             

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