Domanda forse strana, questa, e sicuramente un po’ fastidiosa, specialmente in una società come la nostra, dove affermare di necessitare di perdono significa ammettere di avere torto, e dove il concetto di peccato risveglia ricordi di lunghe penitenze ormai desuete, ed umiliazioni più o meno pubbliche. Nonostante ciò, quella di ricercare perdono per i propri sbagli è tra le spinte naturali dell’uomo, e sono molti i modi con i quali generalmente si tenta di alleviare i propri sensi di colpa. Nel nostro Paese, a maggioranza cattolica, domandare alla gente chi possa perdonare fa quasi sempre scattare una risposta univoca: si parla di preti, si pensa al clero, e ci si immaginano i consueti scenari da confessionale, ai quali sono stati abituati anche i meno avvezzi, grazie alle teatrali rappresentazioni cinematografiche dei momenti di colloquio attraverso le grate. L’italiano-tipo è pronto ad indicare nelle gerarchie ecclesiali una sorta di “tramite” per il perdono – anche quando magari si sta parlando con qualcuno che si dichiara ateo. Tuttavia, chiedendo ad un tale interlocutore il perchè di questa convinzione, solitamente ci si trova dinanzi a persone che non sanno cosa rispondere, rendendosi improvvisamente conto di credere in qualcosa che è stato tramandato loro, senza aver mai sentito la necessità di capirne le motivazioni. Altri, ossia quelli più informati ed “osservanti” (e la conoscenza biblica, riferita al cattolico medio, è cosa piuttosto rara), si rifaranno al passo di Giovanni 20:22-23, il quale – parlando dell’incontro tra Gesù ed i suoi discepoli, dopo la resurrezione – recita: «Detto questo, soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti”» (Gv.20:22-23).
A molti questo basta: chi è convinto della successione apostolica (dogma che, in passato, abbiamo già dimostrato essere errato, cfr. p.es. l’articolo Il piccolo sasso e la grande Roccia), vedrà in questi versetti una conferma delle proprie posizioni, e si farà forte di tale informazione per sostenere che fu lo stesso Gesù a dare ai suoi discepoli la prerogativa di rimettere i peccati; se ciò fosse vero, significherebbe che è in potere di semplici uomini concedere il perdono divino, e che questi ultimi debbano davvero essere considerati – come avviene nella chiesa di Roma – quali intermediari tra l’umanità e Dio. Tuttavia, solo un lettore avventato si fermerebbe alla letteralità dell’affermazione evangelica che abbiamo visto, senza approfondirne il senso e le circostanze, per comprendere meglio cosa intendesse dire il Signore con la sua asserzione: il credente «serio» è infatti colui che è desideroso di capire la volontà divina, e non colui che preferisce invece piegarsi a dogmi inventati dall’uomo, senza metterli alla prova alla luce della Parola di Dio, magari per la mera convenienza data dall’evitare di mettersi in discussione.
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