Sep 02 2010
Antinomie
Capita, a volte, di ascoltare persone discutere del contenuto delle Sacre Scritture in termini di contrapposizione tra Antico Testamento e Nuovo, sottolineando apparenti differenze dottrinali tra i due testi, ed arrivando perfino ad affermare che, data la marcata diversità del carattere del Dio delle vecchie Scritture rispetto a quello delle nuove, non è possibile far altro che ipotizzare l’esistenza di due «dèi» diversi, uno vendicativo e dispotico, l’altro compassionevole e più vicino all’umanità. In questo articolo mi propongo di dimostrare come in realtà non esistano antinomie tra l’Antico Testamento ed il Nuovo, testi che, contrariamente a quanto alcuni affermano, non descrivono affatto divinità diverse, bensì presentano il medesimo Dio ed il suo piano di salvezza, che è stato rivelato progressivamente nel corso della storia, per arrivare alla sua manifestazione definitiva nella persona di Gesù Cristo. Ovviamente, data la vastità dell’argomento, non sarà possibile esaurire il soggetto nel suo complesso: ci limiteremo quindi a discutere alcuni tratti generali della questione, con pochi veloci approfondimenti, lasciando poi il consueto spazio ai lettori per commentare – e quindi proseguire – la riflessione su questo tema.
La principale critica mossa verso l’apparente dicotomia caratteriale di Dio nelle due parti delle Scritture è sintetizzabile con la seguente affermazione: «Il Dio presentato dall’Antico Testamento è un Dio che giudica e punisce, mentre nel Nuovo vediamo invece un Dio che ama, accetta, perdona». Si tratta di un’asserzione profondamente errata, perchè non conforme alla realtà dei fatti, nonchè molto pericolosa, perchè soggetta ad interpretazioni fuorvianti. Già soltanto il concetto di «amore» presenta dei problemi non indifferenti in una società come la nostra, che ha saputo spogliare tale termine del suo senso originale per farcirlo di significati che esso non possiede.
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Nell’accezione comune del termine «conoscenza», si intende quasi sempre un aspetto legato in modo pressochè esclusivo alla sfera intellettiva, e si indica un insieme di nozioni specifiche possedute da un individuo, indipendentemente dal fatto che esse vengano sfruttate nel concreto, oppure siano lasciate «inoperose»: questo modo di intendere la conoscenza ci deriva dalla cultura greca, presso la quale era anticamente in auge una scissione piuttosto marcata tra ciò che compete la mente e quello che riguarda il piano fisico. Nelle Sacre Scritture troviamo invece un concetto molto più vasto, che si spinge oltre la semplice caratteristica cerebrale per abbracciare una dimensione molto tangibile, quasi ad indicare che «si conosce se e perchè si agisce».
Da:
Il Dalai Lama, guida spirituale del Tibet, ha compiuto 75 anni, ed il quotidiano «
Nel dare un titolo a questo articolo, ho tentennato per un po’ tra quello che in effetti ho assegnato, e l’alternativa di «Una occasione sprecata». Entrambi sarebbero stati più che adatti per sintetizzare quanto è mio desiderio commentare brevemente, relativamente ad un episodio di attualità che dimostra quanto l’uomo possa essere cieco davanti all’evidenza, e come – pur di mantenere intatte le proprie convinzioni, anche se errate – ami letteralmente girarsi dall’altra parte rispetto a situazioni che dovrebbero servire ad aprire gli occhi. È il 12 ottobre dello scorso anno, quando un violento nubifragio si abbatte sulla nostra capitale, causando il crollo della statua (ma sarebbe meglio dire «idolo») della «madonna» dal suo piedistallo, sito nela zona di Monte Mario, nel settore nord-est di Roma.
Otto giorni dopo la resurrezione, Cristo apparve ai discepoli, tra i quali, in questa occasione, vi era l’incredulo Tommaso. All’invito di porgere le mani e di toccare quelle ferite, per poter finalmente rendersi conto della realtà, Tommaso esclamò una frase che oggi è ancora oggetto di controversie tra vari movimenti non soltanto in seno al cristianesimo, ma anche esternamente ad esso.
In questi giorni gli Stati Uniti sono alle prese con l’ennesimo scandalo sessuale a carico del mondo politico: questa volta è il turno di Nikki Haley, donna di estrema destra in corsa per la presidenza del South Carolina, sposata e madre di due figli, ad oggi «accusata» di aver avuto relazioni con due professionisti della politica del suo stato. Non è nostra intenzione sindacare sulle azioni di questa o quell’altra persona, così come non ci piace puntare il dito come per giudicare, consapevoli come siamo della fragilità umana. E, al tempo stesso, non siamo interessati a valutare la politica di uno stato estero, dal momento che – forse a volte sbagliando – ci prendiamo guardia di esprimere giudizi anche su quella del nostro Paese. Tuttavia, date le «conseguenze» che ha avuto la notizia dell’adulterio della Haley, ho ritenuto di spendere un po’ di tempo per riflettere sulla sensibilità della società contemporanea riguardo alle relazioni coniugali ed extra-coniugali.
Circa un anno fa pubblicai sul
Durante un pomeriggio primaverile di circa tre anni fa, trovammo finalmente in Rete un video che stavamo cercando da tempo: in esso, un anziano ed energico signore stava additando l’intera dottrina cristiana come un mucchio di superstizioni senza reale fondamento storico, sciorinando date, luoghi e personaggi per avvallare le sue tesi. Dall’altra parte della scrivania alla quale era seduto, due grassi sacerdoti cattolici non sapevano far altro che continuare a ripetere «sono tutte fandonie!», senza poter però opporre alcuna argomentazione valida. Davanti a loro un’intera platea di studenti, che assistevano in silenzio quando parlava l’uomo, e ridacchiavano quando i due preti facevano le loro pallide figuraccie. Si trattava di un seminario, tenutosi in una scuola superiore, da Luigi Cascioli, ex-sacerdote diventato poi ateo e strenuo sostenitore della non esistenza storica di Cristo. I due prelati, probabilmente invitati per par condicio, o per palesare con ancora più forza l’ignoranza del clero, fungevano semplicemente da «spalla» all’uomo, che poteva zittirli in continuazione senza sforzo, incapaci com’erano di cogliere le pesanti inesattezze dottrinali e storiche che il Cascioli propinava «accuratamente» all’uditorio.
Negli scorsi giorni, il nostro Paese ha assistito all’ennesimo attacco al diritto fondamentale di libertà di espressione e di culto. Il Consiglio di Stato ha infatti
«E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte; ma chi mette in pratica la verità viene alla luce, affinché le sue opere siano manifestate, perché sono fatte in Dio» (Gv.3:14-21)
Abbiamo recentemente ricevuto da un nostro lettore una richiesta di commento del brano di Giovanni 21:15-19, nel quale leggiamo dell’incontro tra il Signore risorto ed i suoi discepoli, tornati all’occupazione di pescatori dopo la crocifissione, ed in particolare con Pietro, che, interiormente prostrato per aver rinnegato Gesù, ora viene ristabilito. Abbiamo ritenuto utile non rispondere privatamente al nostro lettore, quanto piuttosto di farlo attraverso la redazione di questo articolo, nella speranza che i contenuti possano essere di beneficio anche ad altri. L’intervento di Gesù nei confronti del suo discepolo si concentra su due aspetti in particolare. Il primo, fondamentale nella vita di ciascun credente, per portarlo a riflettere sul proprio sentimento nei confronti del Maestro («Simone di Giovanni, mi ami più di questi?», Gv.21:15), ed il secondo, con il quale Gesù conferma Pietro nel suo ruolo, abbandonato nella notte dell’arresto, per esortarlo a portare avanti il compito assegnato («Pastura le mie pecore», Gv.21:16).
Nella giornata di oggi, in un programma radiofonico cristiano, ho sentito un invito rivolto agli ascoltatori, il quale recitava: «accettate Cristo nella vostra vita». E immagino che quella trasmissione, terminata subito dopo questa esortazione, abbia lasciato più di una persona con un dubbio, un’incertezza, relativa appunto a cosa lo speaker intendesse veramente dire. «Là fuori» c’è una gran fame di spiritualità, la necessità di trovare un senso, di riempire quella voragine che molti di noi percepiscono, e che alcuni hanno poeticamente definito come «un vuoto a forma di Dio». E se vogliamo fare in modo che le persone non vengano prese al laccio da filosofie vane e altamente dannose, ma ancora di più che possano arrivare alla conoscenza di Dio, dobbiamo essere estremamente chiari nel presentare quella buona notizia che è il Vangelo.
Per gentile concessione di
Nel luglio di due anni fa, proprio su queste pagine, riportai
In una recente dichiarazione, fatta durante una cerimonia tenutasi a S.Pietro, il frate cappuccino Raniero Cantalamessa ha accostato, in una maniera oltremodo infelice, i recenti «attacchi» a Ratzinger alla tragedia della Shoah, che ha visto la persecuzione e la morte di milioni di ebrei. Abbiamo quindi deciso di dare un piccolo spazio alle dichiarazioni dei gruppi ebrei che si sono espressi verso tali affermazioni, le quali hanno già fatto il giro del mondo, comparendo su alcune fra le più autorevoli ed importanti testate giornalistiche. Si noti che, come consuetudine in questi casi, è prontamente giunta la smentita vaticana sull’ufficialità di voler costruire paralleli tra le recenti vicende legate al pontefice e i tremendi fatti dell’eccidio, ma questo non impedisce di vedere la solita e triste beffa del «tirare la pietra e ritrattare» con la quale il cattolicesimo, fin dalla sua comparsa, schernisce quello che le Scritture ci indicano come il popolo dell’Eterno, al quale vogliamo esprimere la nostra simpatia e comprensione.