Uno sguardo al mondo con gli occhi della fede

Sep 11 2007

Dottrina: Catechesi o Sacre Scritture?

Qual è la differenza principale tra chi si approccia alla fede cristiana seguendo unicamente le Sacre Scritture, e chi invece la vive attraverso gli insegnamenti del clero? A grandi linee, questo è stato l’argomento principe di discussione della cena di questa sera.

Effettivamente, la caratteristica principale di ogni istituzione, religiosa oppure no, è quella di sfornare un certo quantitativo di regole, che ritiene essere ispirato (e quindi autorevole), e che gli “adepti” dovranno seguire. A corredo del modus vivendi proposto dall’istituzione stessa, non capita molto spesso che vengano fornite argomentazioni valide e convincenti a sostegno di quanto formulato, e quando ciò accade, solitamente si tratta di asserzioni che partono da quanto si prefiggono di dimostrare per poi cercare supporto in un utilizzo artificioso dei testi sacri.

Queste regole vanno a formare la catechesi del gruppo, l’insegnamento ufficiale, che di fatto si pone sopra ogni altra normativa. Nel caso di un certo cristianesimo, in molti casi questo è talmente vero, che presso diverse denominazioni la catechesi interna sembra sorpassare, in importanza, la base alla quale dovrebbe ispirarsi, ossia la Bibbia.

Ritornando alla domanda iniziale, penso che la differenza tra il seguire le Scritture e l’affidarsi alla loro interpretazione da parte di terzi derivi essenzialmente dal porsi leciti interrogativi in merito alle questioni di fede, invece di accettarle supinamente.

Si tratta di desiderare una fede di prima mano: non accetterò una regola se prima non ho verificato personalmente la sua bontà e validità. Questo poi è particolarmente vitale nei confronti di quei punti che vanno a formare la struttura spirituale dell’uomo: non si può vivere una fede di riflesso, non si possono seguire regole soltanto perché ci vengono “imposte”, bensì si deve scavare per capire se quanto viviamo è veramente nella volontà di Dio oppure no. Anche perché questo è l’unico modo per poter conoscere Dio: l’esperienza personale del Signore è capitale, e la conoscenza, nel senso di “sapere”, che possiamo farci della Sua volontà non fa eccezione.

Troppo spesso capita ancora di trovarsi davanti a persone che strabuzzano gli occhi quando viene detto loro che quei modi di vivere la fede che hanno non sono contemplati nel pensiero di Dio. “Si è sempre fatto così” – si giustificano molti.

E come biasimarli, se è sempre stato impedito loro di acquisire quella conoscenza di cui necessitano? Se un gruppo si arroga il diritto di interpretare gli Scritti Sacri sulla base di un criterio fumoso ed arbitrario mai dichiarato, come può il “credente semplice” arrivare a quella conoscenza che sa già essergli preclusa?

Ma, come scrisse l’apostolo Paolo a Timoteo: “Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona.

Ed è questo il motivo che deve spingerci allo studio personale di ciò che crediamo, ed al successivo confronto costruttivo con chi fa altrettanto: allora, saremo preparati, solidi, su una base di dottrina e di fede che rispecchia la volontà del Signore, pronti a svolgere i compiti che Egli vorrà metterci davanti per renderci partecipi del Suo piano meraviglioso.

                                         
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