Oct
12
2007
Nel periodo che ha preceduto il mio iniziare a seguire Gesù, mi piaceva molto approfondire qualunque punto di vista religioso o filosofico mi capitasse sotto mano. Apprezzavo in special modo i testi di estrazione buddista, i quali propongono una strada così apparentemente distaccata dalle “brutture” del mondo. Una delle cose che maggiormente mi soddisfaceva era il fatto che il cammino buddista fosse assolutamente privato e personale: la crescita avveniva per i propri meriti, la dedizione personale, e così via. Insomma, si “migliorava” ed al contempo non si doveva dire grazie a nessuno se non a sé stessi: questo aspetto, nell’egoismo nel quale nuotavo ad ampie bracciate, non poteva che farmi che piacere. Ad oggi, direi che più che una strada per l’auto-redenzione a me è parsa una strada per l’auto-compiacimento (o auto-convinzione), ma questo è un aspetto di cui non voglio parlare ora, anche perché non mi ritengo così competente da poter fare un’analisi esaustiva della filosofia buddista (né probabilmente questo è il posto adatto per farla).
Ricordo una lettura fatta su un volumetto molto curato, semplice ed accattivante, dal titolo “101 Storie Zen“.
Una di queste storie narra di un monaco, il quale sta leggendo il Vangelo di Matteo (non esplicitamente dichiarato, ma si capisce) e ne cita alcuni frammenti (presi dal sermone sul monte, capitolo 5 e seguenti) ad un suo superiore. Il secondo monaco commenta due volte: la prima, limitandosi a concordare con il pensiero di Gesù, mentre la seconda volta chiosa così: “Questo è molto bello. Chiunque l’abbia detto, è quasi un buddha“.
Ad oggi, riesco a scorgere nel commento del monaco due dei più grandi pericoli nei quali l’uomo, oggi come ieri, possa inciampare. Continua la lettura »