Uno sguardo al mondo con gli occhi della fede

Nov 06 2007

Esclusi dal regno di Dio, parte I

In Apocalisse 22:12-16 leggiamo:

«Ecco, sto per venire e con me avrò la ricompensa da dare a ciascuno secondo le sue opere. Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine. Beati quelli che lavano le loro vesti per aver diritto all’albero della vita e per entrare per le porte della città! Fuori i cani, gli stregoni, i fornicatori, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna. Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per attestarvi queste cose in seno alle chiese. Io sono la radice e la discendenza di Davide, la lucente stella del mattino».

Riflettevo ultimamente su questo brano, soffermandomi in maniera particolare su quelle che sono le categorie di persone delle quali ci è detto che saranno cacciate dalla Nuova Gerusalemme. Ad un primo sguardo, credo che tutti possano concordare sul fatto che si tratta di tipologie di persone la cui destinazione ultima è più che scontata: si tratta infatti di individui in pieno contrasto con quello che è il cammino cristiano.

Nell’esaminare più approfonditamente ciascun termine con il quale vengono definiti coloro che non erediteranno il regno di Dio, mi sono però accorto di come esistano molte sfumature che possono interessare anche un credente, e che, in ultima analisi, possono aiutarci a comprendere meglio (e di conseguenza, ad affrontare con più coerenza) la vita cristiana.

Ho deciso di spezzare queste riflessioni in più post, per evitare di appesantire il tutto; in questo primo articolo ho intenzione di soffermarmi sulla prima categoria riportata dal passo citato: i cosiddetti “cani“.

Anzitutto, il contesto generale del passo ci obbliga a considerare questi “cani” (in greco kunes) come uomini: tutto il brano parla infatti di ricompense o provvedimenti verso esseri umani, e non abbiamo quindi motivo di pensare che con questo termine specifico si voglia intendere qualcosa di diverso da una certa categoria di individui.

Chi sono quindi i “cani” citati in Ap.22:15? E’ utile, prima di analizzare altre scritture, fare una precisazione: presso il popolo ebraico (popolo dal quale, per ovvie ragioni, si deve trarre il significato della simbologia biblica), il cane, questa volta inteso come animale, è considerato impuro. Da questa piccola premessa possiamo già capire che il termine dispregiativo rivolto verso un uomo deve tener conto della caratteristica dell’impurità, esprimendo un concetto di incompatibilità con le peculiarità divine.

In effetti, un tale ragionamento è rafforzato dal passo di Mt.7:6, il quale recita:

Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le pestino con le zampe e rivolti contro di voi non vi sbranino.

In questo versetto, il “cane” è, al pari del “porco“, un animale ritualmente impuro che tende a “pestare le cose sante“. Per estensione, la prima affermazione che si può fare è che con un tale aggettivo il passo di Ap.22:15 voglia evidenziare coloro che, in qualche modo, reputano le cose che riguardano Dio come se fossero di nessun conto. Non si tratta di semplice irreligiosità, quanto piuttosto di una avversione quasi istintiva verso la rivelazione divina: come il cane, per natura, è attirato solo da ciò che ne garantisce la sopravvivenza, ed è godibile sul momento, così queste persone sono attratte solo dall’immediato e dal materiale, denigrando e rigettando ogni richiamo del Creatore alla Sua creatura.

Il termine “cane” era altresì uno dei modi in cui gli ebrei si rivolgevano, in senso logicamente dispregiativo, ai popoli pagani (i quali non avevano ricevuto la legge divina e, di conseguenza, non godevano di quel rapporto con Dio che invece caratterizzava Israele).

L’apostolo Paolo, però “rovescia” il concetto: nella sua lettera alla chiesa di Filippi, scrisse: Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno mutilare; perché i veri circoncisi siamo noi, che offriamo il nostro culto per mezzo dello Spirito di Dio, che ci vantiamo in Cristo Gesù, e non mettiamo la nostra fiducia nella carne;Fl.3:2-3

Vediamo in questo passo che i “cani” sono associati ai “cattivi operai” ed a “quelli che si fanno mutilare” (ossia circoncidere). Paolo sta cioè utilizzando il termine “cane” per definire coloro che, nel voler ritornare alle prescrizioni religiose dell’antico patto, “calpestano” la grazia che proviene da Gesù, rendendosi così colpevoli verso il sangue di Cristo. Sta cioè indicando quella parte di cristianità che vorrebbe aggiungere le “opere” come requisito per ottenere la salvezza che Dio ha promesso attraverso la fede esclusiva nel Suo Unigenito Figlio. A questo proposito, la lettera agli Ebrei ci fornisce un’importante riflessione:

Chi trasgredisce la legge di Mosè viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni. Di quale peggior castigo, a vostro parere, sarà giudicato degno colui che avrà calpestato il Figlio di Dio e avrà considerato profano il sangue del patto con il quale è stato santificato e avrà disprezzato lo Spirito della grazia? – Eb.10:28-29

Quanto finora espresso, è riscontrabile anche facendo riferimento al Salmo 22, salmo in cui il re Davide profetizza le future sofferenze del Salvatore; al versetto 16, il testo dice:

“Poiché cani mi hanno circondato; una folla di malfattori m’ha attorniato; m’hanno forato le mani e i piedi.”

Qui, vediamo l’associazione “cani“-malfattori, ma basta pensare alla scena della crocifissione per andare oltre: infatti, coloro che crocifissero Gesù furono quelli che non lo riconobbero per quello che era (il Figlio di Dio, il Salvatore del mondo) , e che lo trattarono come un criminale per soddisfare i propri scopi.

Chi sono quindi i “cani” di Ap.22:15? Sono persone sicuramente materiali, che hanno a cuore anzitutto i propri interessi. Sono poi individui che considerano il messaggio del Vangelo come qualcosa di nessun conto: la grazia che il Signore offre loro, liberamente, non li tocca e non li muove al ravvedimento. Essi sono induriti nel proprio stato di peccatori, e non possono essere equiparati ad altro che ad un essere che si lascia guidare solamente dal proprio istinto. Sono incapaci di vedere e meditare sul senso profondo della loro esistenza, e marciano dritti sulla strada del giudizio divino. Sono coloro che, fino alla fine della propria vita, hanno indugiato nel continuo farsi beffe dell’annuncio di salvezza e riconciliazione che Dio, nella Sua pazienza, continua a rivolgere all’umanità.

Perché il brano li cita per primi? Forse è un caso, ma credo esista invece una motivazione assai profonda: coloro che “calpestano” le cose sante di Dio, che non lo ricercano, che disprezzano Cristo e la Sua meravigliosa opera di redenzione, sono esclusi da una qualsivoglia ulteriore analisi: il fatto di aver rigettato il Principe della Vita fa di loro degli individui incompatibili con il regno di Dio, e pertanto meritevoli di essere scartati. Essi cadono su quello che è il fondamento della fede cristiana: il primo motivo per l’esclusione dal piano di Dio è loro di diritto.

Un tale stato è comunque passibile di correzione: Dio infatti desidera che tutti gli uomini vengano salvati. La fede nel Figlio di Dio è l’unica cosa che abbia la potenza di compiere una tale opera, rendendo santo ciò che è immerso nell’impurità, lavando l’uomo peccatore dallo stato di peccato che lo rende nemico di Dio e concedendogli il diritto di essere annoverato tra i Suoi figli, coloro che appartengono al Suo regno eterno.

Lascio aperta la discussione, per ampliare il discorso e per proseguire, con i commenti di quanti vorranno partecipare, nella discussione su questo primo aspetto.

Nel prossimo post, parlerò quindi del secondo termine della lista, ossia gli “stregoni“, termine sul quale ho già trovato alcuni spunti parecchio interessanti – i quali toccano aspetti che ad un primo sguardo forse non sono così immediatamente desumibili.

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    3 Commenti »

    1. #312. vincenzo
      libero.it | 10 November 2007, 12:29

      salve sono vincenzo, ho 32 anni, mi definisco un cristiano credo al vecchio ed al nuovo patto che Dio in Cristo ha fatto con l’uomo, ma odio etichettarmi in una religione, sia essa cattolica, evangelica, geovista, ebrea, mussulmana, etc; Dio ci insegna a non circoscrivere lo Spirito quindi a non definirlo in una religione (foglia) o semplice trinità ma Esso è infinito, è famaglia (Yhawhè), è lo Sposo che sposa la sua Chiesa lavata col suo sanque è la rende simile a lui; sempre la parola ci in-segna (quindi ci segna dentro nell’anima), che non bisogna mai giudiucare nessun uomo sia esso cattolioco, geovista o altro ne schernire (perchè chi giudica fa le medesime cose), ma è la parola procedente da Dio che giudica per mezzo del Suo Corpo “Cristo” che dimora nella Chiesa sparsa per il mondo; Dio dice, infatti, “io non sono venuto a giudicare il mondo ma a salvare il mondo, ed altrove dice “la parola che avete udita è quella che vi giudicherà”; ed ancora ben ricordiamo che quando Satana disputava con Mosè circa il suo Corpo, L’arcangelo michele non osò dire nulla di ingiurioso contro di lui ma disse semplicemente “Ti Sgridi il Signore”, infatti: In Principio era la Parola e la Parola era con Dio e la Parola era Dio; la Parola che procede da Cristo in Dio per mezzo del Suo Spirito c’è sempre stata ab-antico e sempre ci sarà in eterno, allelujà all’Altissimo Figlio di Dio, Gesù Cristo nostro Signore. L’Emmanuele vi Benedica!!!!


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    2. #314. Barbara
      | 10 November 2007, 13:25

      Ciao Vincenzo, spero che l’articolo di Emiliano non sia stato frainteso. Infatti, a mio avviso, non si tratta di giudicare una religione o un’individuo.

      Quello che si sta cercando di fare è l’analisi di un concetto espresso nella parola di Dio per poter vedere cosa insegna oggi.

      Secondo me, quando si affrontano certi temi occorre trarre dal testo i concetti e gli eventuali insegnamenti con una mente libera da qualsiasi pregiudizio altrimenti si rischia di cadere nel giudizio del “diverso”.

      Mi è piaciuto molto l’esempio che hai scritto citando l’episodio inerente la contesa del corpo di Mosè. “Ti sgridi il Signore” disse l’arcangelo Michele a Satana.

      Convengo con te quando (tra le righe) affermi che è un profondo insegnamento per tutti noi perchè non siamo tenuti a giudicare e punire ma a dichiarare la Parola di Dio cercando di vivere la sua grazia così come il Signore ci dà modo di capire dichiarando che Gesù è venuto per salvare e non per punire.

      Dobbiamo vivere continuamente in discussione, alla ricerca del pensiero di Dio e non del nostro. Una battaglia quotidiana contro le nostre carnalità, errori… peccati… (non è facile). Ma, d’altro canto, siamo pervasi di gioia e di accettazione perchè nonostante i nostri limiti Gesù è morto anche per noi per salvarci e redimerci.

      Personalmene non ho tratto dalle parole di Emiliano un giudizio verso specifiche religioni o persone ma semplicemente ho apprezzato come da un testo “spinoso” abbia colto un qualcosa di attuale.


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    3. #315. Emiliano
      solovangelo.it | 10 November 2007, 21:19

      Certo, il mio intento non voleva certo essere discriminatorio nei confronti di nessuno.
      Quello che mi interessa fare è analizzare la Parola di Dio, la Bibbia, ed estrarne gli insegnamenti. Per questo motivo, diciamo che non mi interessa essere particolarmente ecumenico o “politically correct” se questo significa far dire alle Sacre Scritture ciò che esse non affermano.

      Chiaramente, spero di non aver urtato la sensibilità di nessuno, ma si deve anche considerare che nel trattare un passo estratto dall’Apocalisse stiamo comunque parlando di avvenimenti escatologici, verso i quali, ad ogni modo, c’è ancora il tempo sufficiente per prepararsi: già qui, ora, ciascuno può fare la propria scelta per Gesù, oppure rinnegarlo: a ciascuno la sua scelta.

      Per il resto, che dire: ho apprezzato il tuo intervento Vincenzo, perchè ad ogni modo richiama ciò che deve essere il punto principale da considerare in una discussione tra cristiani: la centralità del nostro Signore Gesù Cristo.
      Dio benedica anche te.


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