Uno sguardo al mondo con gli occhi della fede

Feb 14 2008

Polemiche su “Caos Calmo”

In questi giorni, sembra che una della preoccupazioni più grandi dell’opinione pubblica sia quella di criticare il nuovo film di Moretti (vedi questo link, del Corriere.it, per leggere l’articolo a cui faccio riferimento), o meglio, di discernere quanto esso possa risultare urtante nelle sue scene più “scabrose”. Personalmente non ho visto la pellicola, nè le scene incriminate, e tutto questo parlare in effetti mina la voglia di guardare una produzione che nel complesso può essere anche un buon lavoro, con buona pace dei critici e, purtroppo, con danno di chi si è impegnato per realizzarla.

Ad ogni modo, queste righe non vogliono essere una difesa verso un’opera cinematografica, quanto piuttosto una riflessione in merito alle dichiarazioni del responsabile giovanile della CEI, Nicolò Anselmi. In linea generale, mi trovo piuttosto d’accordo con la sua “preoccupazione pedagogica legata al tema dei giovani” (così come citata nell’articolo), ma al tempo stesso mi chiedo se questa non sia, piuttosto, una manifestazione di ingenuità (nel senso buono, chiaramente – chiamiamolo “eccessivo candore“, magari).

Già, perché nel preoccuparsi dell’educazione dei giovani e nella corretta assimilazione da parte loro del concetto di sessualità, mi domando come si possa portare a mò di esempio o spunto un film del genere: voglio dire, non sarà certo a causa di “Caos calmo” che un ragazzo imparerà a vedere una donna come un oggetto. Perché invece non tuonare contro ciò che sta ben più in basso della punta dell’iceberg, come l’industria della pornografia? Questo sì che vorrebbe dire cominciare ad avere una visuale più corretta del problema, dando al tempo stesso dei termini di paragone consistenti, con i quali i ragazzi si trovano a confrontarsi davvero.

Quante coppie consolidate non hanno relazioni fisico-emotive equilibrate, come dovrebbero esistere in un matrimonio, a causa (anche) dell’abuso di immagini che, alla fin fine, sono di pura violenza? E, purtroppo, il “demone” della pornografia trova terreno ancor più fertile nella mente annebbiata dall’incalzante tempesta ormonale di un giovane, terreno dal quale per eradicarlo potrebbe non bastare la semplice volontà.

L’industria pornografica è uno dei mercati del dolore più crudeli: quante donne coinvolte in esso vengono da esperienze che non augureremmo a nessuno?
Tante, troppe. Eppure, questo non è immediatamente percepibile dal consumatore del prodotto finale, che si lascia trasportare dal vortice del suo egoismo, per godersi scene che non c’entrano assolutamente nulla con quanto Dio ha voluto che fosse il collante delle relazioni uomo-donna, ossia l’amore.

Ed è per questo che non posso accettare la minimizzazione che oggi viene fatta sulla pagine de L’Avvenire, nel quale si liquida la discussione con la frase “tanto clamore per nulla”, riducendo la discussione sottostante a mere considerazioni su due ore scarse di pellicola. Si legge che il “crescendo surreale di dichiarazioni” sarebbe arrivato a mettere la Cei contro il film. Come se davvero il problema fosse questo, e non l’ipocrisia che si sta insegnando a chi si affaccia ora alla vita vera.

Ma se tra le parole di Anselmi ci fossero state espressioni di condanna verso la violenza della pornografia, allora il biasimo va ad un giornalismo che è capace solo di enfatizzare ciò che fa notizia, tralasciando magari discorsi scontati, se vogliamo, ma che sono volti ad indicare cosa sia davvero la moralità. Purtroppo, sia in un caso che nell’altro, stiamo parlando dell’educazione all’ipocrisia: frotte di ragazzi vengono educati a prendersi guardia di Moretti, salvo poi guardarsi in segreto chissà quali sconcezze. E la cosa triste è che questo non è un atteggiamento di rara applicazione, in quanto sono numerose le famiglie che improntano l’educazione dei figli sulla “facciata” da tenere in pubblico, che spesso non corrisponde alla propria “condotta solitaria”.

Ma tant’è: come tutti gli aspetti della vita umana, ci sono sostanzialmente due modi per portare avanti il proprio operato. Il primo modo è secondo la nostra filosofia, più o meno corretta, seguendo modelli che sono frutto dell’esperienza dell’uomo (e come tali, non esenti da mancanze). Il secondo modo è adeguandosi a quanto la Parola di Dio ci rivela, scoprendo ciò che il Signore pensa. Questo ci permetterà di arrivare, attraverso il Suo aiuto, a quella vita piena, quell’esistenza totalmente soddisfacente ed in gloria al nostro Creatore.
E, come sempre, si tratta di una scelta da fare a livello individuale.

                                         
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