Feb 18 2008
Cos’è un santo?
| Questo post è stato ispirato dall’odierna notizia, riportata dal Corriere.it e consultabile a questo indirizzo, in merito alla prevista beatificazione di Wojtyla. L’articolo parla dell’attitudine dell’attuale papa di proclamare beati e santi come se piovesse. Al ché mi sono domandato: ma sarà chiaro che cosa siano i beati ed i santi da un punto di vista biblico? |
Ed eccomi qua. Cerchiamo di vedere come queste parole sono utilizzate nel testo sacro, e analizziamo le posizioni bibliche in modo da capire se l’abitudine cattolica sia corretta oppure no.
Secondo la consuetudine romana, beati e santi sono categorie per così dire “speciali” di cristiani, che si distinguono per aver avuto una vita particolarmente pia, o per opere ad alto valore etico che possono aver compiuto.
La posizione evangelica, basandosi interamente sulla Bibbia, è radicalmente diversa. Osserviamo alcuni passi che ci parlano dei santi:
“Santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo” – Levitico, cap.11 vv.44
Questa prima esortazione è appartenente all’antico patto, ed arriva direttamente da Dio. In essa, il popolo di Israele viene esortato a santificarsi, producendo un parallelo tra la santità di Dio e quella del credente, che si ispira al proprio Signore. Già da qui dovrebbe essere evidente che la santità non è una caratteristica alla quale soltanto alcuni possono (o devono) tendere, bensì riguarda tutti coloro che seguono il cammino che Dio ha tracciato.
In seconda istanza, ma non meno importante, notiamo che Dio esorta il suo popolo – quindi, esseri attualmente viventi – affinchè raggiungano questa santità. In altre parole, il concetto di santificazione non riguarda i morti che, come dice la Scrittura, “non son consci di nulla” – evidenziando così come le scelte di vita siano anzitutto personali (quindi non demandabili ad un’autorità esterna che dichiara la santità di qualcuno) e che possano essere fatte solo finchè l’uomo in questione è in vita.
L’esortazione che abbiamo visto si ripete molte volte nella Scrittura, in maniera pressochè identica: abbiamo i passi di Le.11:45, Le.19:2, Le.20:7, 1P.1:15, e altri ancora.
Nel Salmo 16, al versetto 3, il re Davide ebbe a scrivere:
Quanto ai santi che son sulla terra, essi sono la gente onorata in cui ripongo tutto il mio affetto.
Ulteriore evidenza, questa, di quanto affermato sopra.
Il temine greco che rende la parola “santo” è αγιος (agìos). Tale termine, tradotto letteralmente, ha il significato di “messo da parte per“. Ciò vuol dire che se noi dichiariamo – esempio assurdo – che un certo oggetto sia santo, stiamo dicendo che quello stesso oggetto è messo da parte, è dedicato, a qualcuno di specifico, e che nessun altro ha diritto ad usufruirne.
Ma andiamo avanti: l’apostolo Paolo ha scritto diverse lettere a vari gruppi di credenti sparsi per le zone che egli ebbe modo di visitare durante la sua vita. Come ogni missiva, anche quelle paoline hanno la consueta sezione dei saluti. Vediamone alcune, per aggiungere qualche ulteriore tassello:
“a quanti sono in Roma, amati da Dio, chiamati a essere santi, grazia a voi e pace da Dio nostro Padre, e dal Signore Gesù Cristo” – Romani, cap.1 vv.7
“alla chiesa di Dio che è in Corinto, ai santificati in Cristo Gesù, chiamati santi, con tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore loro e nostro” – 1Corinzi, cap.1 vv.2
“Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Timoteo, alla chiesa di Dio che è in Corinto, con tutti i santi che sono in tutta l’Acaia” – 2Corinzi, cap.1 vv.1
“Paolo e Timoteo, servi di Cristo Gesù, a tutti i santi in Cristo Gesù che sono in Filippi – Filippesi, cap.1 vv.1
E questo solo per citarne alcune. Come è possibile osservare, Paolo, rivolgendosi a coloro che erano distribuiti nelle varie comunità, li definisce santi, ossia – come abbiamo visto prima – messi a parte per Dio, persone che desiderano seguire l’esempio divino e che per questo motivo, rispetto al mondo che invece segue le proprie passioni, sono qualcosa di diverso.
Da questo capiamo che non c’è nulla di “mistico” nell’essere santo: ogni credente dal cuore sincero lo è. E lo è adesso, mentre vive e si destreggia tra i tormenti che tutti proviamo nella vita. E’ messo da parte per Dio, e farà parte del regno futuro, che il nostro Signore Gesù Cristo stabilirà al Suo ritorno.
Ma, come al solito, la chiesa cattolica ama prendersi diritti che non possiede: chi può dichiarare santo qualcuno, se non Dio? E se Egli ha voluto che le persone che accettano per fede il Suo messaggio di grazia possano essere chiamate “santi”, chi è l’uomo per attribuire questo titolo in virtù di meriti?
Come spesso mi tocca fare, termino questo intervento sottolineando l’importanza di conoscere le Sacre Scritture: allora sì che conosceremo il pensiero di Dio, e non saremo vittime dei raggiri e delle frodi degli uomini.



































| 21 February 2008, 13:19
Curioso, mi ricorda quell’altra frase famosa…
I santi “dichiarati” non sono gli “unici” santi, né la Chiesa ha mai affermato questo.
Alcune persone si distinguono già in questa vita per particolare aderenza all’insegnamento di Cristo, per una testimonianza di fede particolarmente forte, per una sapienza che appare particolarmente ispirata dallo Spirito Santo. Quindi, benché tutti i credenti siano chiamati alla santità, alcuni sembrano essere semplicemente più avanti su questa strada.
Questi fedeli sono di esempio ed esortazione agli altri, “distinti” dagli altri, secondo la tua definizione, già in questa vita. Non c’è nulla di strano in questo: è nell’ordine naturale delle cose, e direi anche nell’ordine sprituale, se dobbiamo dar retta a Paolo e al suo discorso sui “carismi”.
Ciò che la Chiesa fa, è semplicemente rendere “ufficiale” (”canonizzare”) ciò che già i fedeli hanno riconosciuto (infatti nessuno viene proclamato santo se non dopo un apposito processo, e il processo viene istruito sulla base di richieste fatte da fedeli), e cioè la “specialità” di quelle persone, le loro “particolari virtù”.
In base a queste particolari virtù, tali persone sono proposte ad esempio e se ne riconosce l’efficacia in qualità di testimoni (”martyros”: non a caso i primi “santi” venerati dai cristiani, ancor prima che esistesse una cosa chiamata “canonizzazione”, furono i martiri) della fede non più solo ai pochi (o tanti) che li conobbero, ma anche agli altri e alle generazioni future. La Chiesa riconosce davanti a tutto il popolo di Dio che la particolare venerazione che ne circonda la figura e la memoria è legittima e non va contro la fede.
Ma questo non implica affatto che “quei fedeli sono santi e gli altri no”. Non è un caso se la Chiesa celebra come due feste adiacenti quella “di tutti i Santi” e quella “dei defunti”: in realtà, proprio perché non c’è distinzione “reale” (ma solo “pastorale”) tra coloro che sono “canonizzati” come santi e coloro che già vivono in comunione con Dio, ne viene fatta memoria praticamente in coincidenza.
Inoltre nell’Apocalisse si distingue esplicitamente tra i “ventiquattro vegliardi”, i “centoquarantaquattromila giusti che hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello” e “la moltitudine immensa, di ogni lingua, nazione, popolo e razza”. Qualunque cosa vogliano indicare, una cosa mi sembra evidente: tutti sono santi, tutti beati, ma alcuni sono già in qualche modo “distinti”
Vota commento:solovangelo.it | 21 February 2008, 19:39
Non mi sono ispirato a nessun pensatore particolare nello scrivere la frase che hai citato…A quale frase famosa ti riferisci?
A parte questa mia curiosità, a mio avviso che il discorso che porti avanti nel tuo commento traballa, se confrontato con l’insegnamento scritturale. Il tuo dire, infatti, è incentrato sull’essere più o meno avanti nella via della santificazione, e sull’essere o meno riconosciuti come esempi da terze persone. La Bibbia, invece, chiama “santi” coloro che fanno parte del nuovo patto, indipendentemente dal loro grado di maturità spirituale, dai loro incarichi, dai loro carismi. Ogni credente sincero, che sia in vita, è definito biblicamente “santo”.
Ed è per questo motivo che la CCR non può permettersi di dichiarare come tale questa o quell’altra persona: santi lo si è per grazia divina, e non certo per proclamazione nè per riconoscimento altrui. Il fatto poi che esistesse la venerazione di “speciali credenti” nei tempi andati è soltanto indice della persistenza di certe abitudini radicate nel paganesimo (culto dei santi come “moderna” trasposizione del culto degli eroi), che la chiesa di Roma ha astutamente cavalcato, e non combattuto come avrebbe dovuto, per accaparrarsi più proseliti, i quali sarebbero stati ben felici di continuare a praticare i propri culti – che biblicamente non sono giustificati (se lo desideri, posso citarti diverse referenze scritturali, eventualmente fammelo presente).
Non mi trovi d’accordo inoltre sulla nota in merito ai defunti, che secondo il tuo ragionamento dovrebbero trovarsi in comunione con Dio: se, ritualmente, il contatto con un morto era causa di impurità, dovresti spiegarmi come può Dio (che è santità pura) ammettere esseri ritualmente impuri alla Sua presenza. Come ci dice l’apostolo Paolo, “i morti non son consci di nulla”, e tali resteranno fino al ritorno del Signore, giorno saranno risuscitati, ricevendo un corpo incorruttibile, ed essendo liberati dal peccato che alberga naturalmente nell’uomo. Solo allora, avranno pieno accesso alla preseza divina. Ma non voglio cambiare discorso addentrandomi nell’escatologia, bensì specificare che solo chi è in vita ha, attualmente, parte nella comunione dei santi.
Non è che il mio intento sia quello di scaraventarmi contro la CCR, so anche riconoscere cose positive, se le vedo. E’ soltanto che se ci distacchiamo da quanto attestano le Scritture, è bella che finita.
Per ultimo, permettimi di avanzare una critica in merito alla tua citazione di Apocalisse: non ritengo infatti possibile non avere le idee chiare su una figura biblica e nonostante questo giungere a conclusioni: parlando della moltitudine, dici “qualunque cosa vogliano indicare”…ma se non si ha chiarezza sul significato di ciò che si cita, come si può produrre una chiosa che stia in piedi?
Voglio al tempo stesso ringraziarti per le tue considerazioni: con il confronto si cresce, e personalmente considero una ricchezza avere interlocutori preparati con i quali poter scambiare vedute ed opinioni.
Vota commento:| 22 February 2008, 14:38
La frase famosa era: “Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?”
Tu dici: ogni credente sincero che sia in vita è definito biblicamente “santo”. Eppure la stessa “nazione santa” di Israele viene tanto spesso accusata di infedeltà, di peccato, di cadute, di essersi allontanata da Dio. Dunque questa “santità” di cui parla l’AT deve essere qualcosa di diverso dalla vicinanza a Dio, dalla fedeltà a Dio: deve essere piuttosto una “elezione”, il fatto che Dio ha scelto proprio quella nazione per testimoniarlo nel mondo.
Ma questa testimonianza può offuscarsi, può deviare, e allora la “nazione santa” deve essere richiamata, rimessa sulla giusta strada. Dunque i casi sono due: o per la Bibbia “santità” non è sinonimo di “perfezione nella fede e nell’amore” (ma allora bisognerebbe capire perché Dio stesso si definisce “santo”), o per la Bibbia la “santità” è sì stabilita da Dio “ab origine” ma è qualcosa che va comunque raggiunto e costantemente perfezionato.
Ma se la santità non fosse una meta a cui tendere, che bisogno ci sarebbe dell’esortazione che tu stesso hai citato: “Siate santi, perché io sono Santo”? Nel tuo commento precedente tu non mettevi in dubbio che quello della santità fosse un cammino (
) ma solo che questa meta doveva essere raggiunta (e verrà raggiunta) da tutti i credenti, non solo da alcuni. E io a questo rispondevo, dicendo che se la Chiesa presenta alcuni esempi particolari di “santità” (ossia di maggior vicinanza a Dio nella fede e nell’amore), non nega affatto che tutti siamo chiamati ad essere santi. E che tutti lo saremo, se saremo fedeli a Dio.
Ma nella tua successiva risposta tu dici: “La Bibbia, invece, chiama “santi” coloro che fanno parte del nuovo patto, indipendentemente dal loro grado di maturità spirituale, dai loro incarichi, dai loro carismi.” Non è in contrasto con quanto hai affermato prima? Ossia che “il popolo di Israele viene chiamato a santificarsi“? Occorre prendere una posizione: o si è santi o lo si diventa.
Oppure allo stesso tempo lo si è (perché, come dice Paolo: “Dio ci ha scelti fin dalla creazione del mondo”) e lo si diventa (perché, come dice Paolo: “Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo.”), ed è questa, in effetti, la posizione della CCR.
La tua citazione “i morti non son consci di nulla” non è di Paolo, ma viene dal Qoèlet (e anzi, così come lo citi tu è un’espressione presente nella “Bibbia” dei Testimoni di Geova; nella Nuova Riveduta è “i morti non sanno nulla”), e credo anzi da quella credenza ancora più arcaica che negava persino un’eventuale resurrezione, tanto è vero che la frase è tratta da un brano che nega proprio la resurrezione e la retribuzione, persino quella finale. Se la consapevolezza di un destino dopo la morte è anch’essa quancosa che cambia e si sviluppa persino durante la storia del popolo di Israele, perché non dovrebbe cambiare e svilupparsi ancora, ipotizzando una sopravvivenza della parte spirituale dell’uomo anche prima della resurrezione dell’ultimo giorno?
Ma restiamo aderenti alle scritture: Gesù usa proprio la locuzione “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe” per spiegare che “Dio è il Dio dei vivi, non dei morti”, e proprio per “dimostrare” che i morti risorgono. Ora, fino a prova contraria al tempo di Gesù Abramo, Isacco e Giacobbe erano decisamente morti, e non venivano certo considerati risorti, proprio perché si riteneva che i morti risorgessero solo nell’ultimo giorno, e che non vi fosse vita spirituale separata dal corpo. Cosa dunque vuole intendere qui Gesù? Non può essere che Abramo, Isacco e Giacobbe sono comuque “viventi”, perché accolti in Dio? Inoltre, perché Gesù, sulla croce, dice al “buon ladrone”: “Oggi sarai con me in paradiso”? E perché alla sua trasfigurazione sarebbero presenti Mosè ed Elia? Perché, nella parabola del ricco egoista e del povero Lazzaro, sembra evidente una vita e una retribuzione immediata dopo la morte?
Quanto poi all’idea che i morti siano in qualche modo “impuri” e che Dio non permetta a tali “impuri” di essere alla sua presenza, ti rispondo con una sola parola: incarnazione. Dio si è fatto uomo fino in fondo, e dell’uomo ha condiviso la sorte fino in fondo, compresa la morte. Non è solo morto, ma si è fatto cadavere, è stato deposto in una tomba e vi è rimasto per almeno un giorno. Come possiamo ancora ritenere che i morti, che i corpi morti siano impuri , se Dio stesso è stato tale? ANche qui Dio stabilisce una nuova alleanza, un nuovo patto. Ma se proprio vogliamo restare aderenti alle scritture: “Chi avrà toccato il cadavere di una persona umana sarà impuro sette giorni” L’impurità rituale era dunque legata al tocco del cadavere, e riguardava colui che l’aveva toccato, non il morto stesso.
Riguardo alla venerazione per i martiri: innazitutto la tua espressione “chiesa di Roma” per quell’epoca non ha senso: non vi erano “chiese separate”, la Chiesa era unica, e al massimo vi erano le comunità locali (anche se tendenze separatiste erano già presenti; ma Paolo cercava di scongiurare proprio questo, con le sue lettere, e raccomandava Pietro come “colonna della fede”); noi tutti, cattolici, ortodossi e riformati, siamo figli di quella Chiesa. Secondo poi: questa venerazione non era una “trasposizione del culto degli eroi”, bensì si inseriva nella tradizione ebraica della venerazione per le tombe dei patriarchi, che spesso venivano incluse come tappe del pellegrinaggio a Gerusalemme e su cui erano state erette sinagoghe.
Vota commento:solovangelo.it | 22 February 2008, 20:53
Ok, grazie
Esatto, ed “elezione” intesa come immeritata grazia di Dio, che sceglie di “mettersi da parte qualcuno” (santificare, appunto) per esserGli un popolo. Perfetta grazia divina, di quel Dio che fa grazia agli umili (=chi è conscio delle proprie mancanze), nonostante gli innumerevoli scivoloni di coloro che sono chiamati ad essere santi.
Credo che per chiarire la questione possa essere utile rimanere all’etimologia del termine: come dicevamo, “santo” vuol dire “messo da parte per”. Se siamo “messi da parte per Dio”, vuol dire che seguiremo la strada che Egli ha tracciato, o perlomeno, che tenderemo a seguirla. Le cadute sono dietro l’angolo, dopotutto siamo esseri guastati dal peccato, ma un conto è vivere nelle ribellione verso Dio, oppure cadere e rialzarsi. Nemmeno riferita a Dio la santità va intesa come “perfezione”. Dio non è perfetto in quanto santo, ma è perfetto e pefettamente santo. Sono due qualità distinte.
Ma è altresì vero che seppur la santità sia un discorso di elezione, essa va affinata, comprendendo ed esercitando sempre meglio ciò che apprendiamo di Dio. Una preghiera che trovo meravigliosa nella sua semplicità è il chiedere al nostro Signore di aiutarci sviluppare un cuore come il Suo.
Direi che è al tempo stesso entrambe: fa parte di quel “già e non ancora” del quale il Nuovo Testamento ci parla. La Lettera agli Efesini, in tal senso, è un esempio stupendo di questa realtà. Cito alcuni versetti estratti da essa:
Benedetto sia il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha benedetti di ogni benedizione spirituale nei luoghi celesti in Cristo. In lui ci ha eletti prima della creazione del mondo perché fossimo santi e irreprensibili dinanzi a lui, avendoci predestinati nel suo amore a essere adottati per mezzo di Gesù Cristo come suoi figli, secondo il disegno benevolo della sua volontà, a lode della gloria della sua grazia, che ci ha concessa nel suo amato Figlio. In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, il perdono dei peccati secondo le ricchezze della sua grazia, che egli ha riversata abbondantemente su di noi dandoci ogni sorta di sapienza e d’intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo il disegno benevolo che aveva prestabilito dentro di sé, per realizzarlo quando i tempi fossero compiuti. Esso consiste nel raccogliere sotto un solo capo, in Cristo, tutte le cose: tanto quelle che sono nel cielo, quanto quelle che sono sulla terra. In lui siamo anche stati fatti eredi, essendo stati predestinati secondo il proposito di colui che compie ogni cosa secondo la decisione della propria volontà, per essere a lode della sua gloria; noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo. In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria.
Vedi sopra, ma Paolo, riferendosi alla perfezione, non si riferiva alla santità: essa non è il premio del credente (anche se in un certo senso ne è parte), nè è ciò che conquistiamo dopo la “corsa del cristiano”. Il premio a cui tende l’apostolo è di essere afferrato da Cristo, ossia di far parte di quella nuova creazione nella quale tutti coloro che hanno perseverato fino alla fine saranno inclusi.
E’ vero, ho controllato per essere certo, e mi sono effettivamente accorto di aver sbagliato: la citazione proviene dall’Ecclesiaste.
Su questo aspetto, e penso concorderai con me, sarebbe forse meglio aprire una discussione dedicata. In effetti non mi trovo in disaccordo con quanto affermi, ma dobbiamo considerare che nessuno si sarebbe mai sognato di “entrare in comunicazione” con i patriarchi. Nella stessa parabola che citi, Abramo impedisce il ritorno del ricco egoista, sottointendendo che tra defunti e viventi non può esistere rapporto. Confessiamo dunque la nostra parziale conoscenza del mondo spirituale, ed atteniamoci a quanto la Bibbia ci insegna in merito.
Beh, Gesù ha preso su di noi tutta la nostra miseria, morte compresa. D’altra parte, sulla croce Egli prese su di sé tutti i nostri peccati, e dovremmo forse dire che di conseguenza il peccato sia cosa superata? Tutt’altro, direi. Rimanendo sulle Scritture, come dici, non sbagliamo: un morto, che ritualmente può rendere impuri, è impuro in sé (infatti, se fosse puro il contatto con esso non causerebbe l’impurità rituale). Di conseguenza, come può un essere che non ha i requisiti necessari (che riceverà nell’ultimo giorno) stare alla presenza di Dio, che è Santo?
Vero, questa è stata una mia approssimazione basata sul rafforzamento che tale venerazione ebbe una volta consolidatasi la CCR. Faccio ammenda per l’imprecisione.
Concordo in parte: se è vero che tale venerazione attinge in un certo senso alle usanze ebraiche, è comunque “implementata” da riferimenti a filosofie che in un contesto giudaico sarebbero state bollate come spiritiste (vedi intercessione dei morti, ecc.)
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