Apr
08
2009
Israele sta passando in questi istanti le ultime ore di preparativi per quella che è una delle sue festività più importanti, nota come «Pesach», ossia «Passaggio», “parallelo” – per così dire – della Pasqua cristiana che ricorrerà a giorni. Sebbene vi sia un’unica matrice per entrambe le celebrazioni, i loro significati ultimi differiscono in misura considerevole, quasi antitetica. Ho pensato di racchiudere in questo articolo alcune considerazioni sul «Pesach», che credo potranno essere utili per comprendere meglio il valore della Pasqua, che senz’altro ci riguarda più da vicino, e che è tutt’altro rispetto ad una data “morta” su un calendario festivo che si osserva per tradizione (cosa in cui invece spesso la trasformiamo).
Pesach segna un importante passaggio: questa festa inaugura infatti la stagione della mietitura, ed è una delle tre grandi feste «agricole» del popolo ebraico (infatti, viene anche chiamata «Hag heAviv», ossia la «festa della primavera»). Tuttavia, questo motivo è soltanto secondario alla sua osservanza: la ragione principale risiede nei vari comandamenti in proposito, contenuti nel libro dell’Esodo, capitoli da 12 a 15 (dei quali consiglio la lettura). Tale festa è un ricordo del «passaggio» dell’angelo tra le abitazioni degli israeliti, durante l’uccisione dei primogeniti egiziani, quando gli ebrei si apprestavano ad abbandonare il paese dei faraoni. Pesach in effetti è un termine che racchiude in sé diversi significati, quali “passare attraverso“, “passare oltre“, “risparmiare“: e dal racconto che ce ne fa il libro dell’Esodo, possiamo vedere come infatti l’angelo che recava il giudizio di Dio “passò oltre” le case degli israeliti perché essi si erano premuniti di cospargere i propri stipiti con il sangue di un agnello sacrificale, così come comandato da Dio, affinché il messaggero celeste riconoscesse le famiglie da risparmiare, colpendo le altre.
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