Apr 21 2009
Yom haShoah: una giornata per ricordare
Oggi per il popolo di Israele ricorre un’importante celebrazione; chiamarla “festività” sarebbe improprio, perchè in essa non c’è nulla di festoso: in queste ore, infatti, viene commemorata la Shoah, sciagura che vide lo sterminio di sei milioni di ebrei nei lager nazisti. A Gerusalemme, questa mattina, sono stati osservati due minuti di silenzio, mentre le varie ceremonie si protrarranno fino a questa sera. Il ricordo della propria storia, come la sua continua evocazione, è una realtà profondamente radicata nel popolo ebraico, ma credo fermamente che, in questo caso, la memoria di quel periodo debba rimanere ben viva nella mente di ogni uomo, per meditare sulla malvagità insita nella nostra specie, ed aver sempre dinanzi a sé quell’ecatombe, come un monito a non ripetere gli stessi errori del passato, consci dell’insufficienza dell’uomo ad essere veramente tale, se non si fa plasmare dall’azione divina.
Non c’è veramente un termine che possa rendere in maniera adeguata quanto gli ebrei si sono trovati a vivere durante il periodo nazista: alcuni lo chiamano “olocausto“, ma personalmente ritengo questa definizione profondamente irrispettosa e triste; “olocausto“, infatti, è il termine che troviamo nelle Sacre Scritture in riferimento alle offerte a Dio, ossia quei sacrifici che venivano poi bruciati interamente e che, come la Bibbia afferma, costituivano un «profumo di odore soave, gradito a Dio» (Le.1:9). Ma la tragedia che ha colpito Israele tutto è stata, fuorché qualcosa di “soave e gradito a Dio” il quale – non dimentichiamolo – ha scelto il popolo ebraico come Suo possesso particolare, arrivando perfino ad affermare: «Chi tocca voi, tocca la pupilla del suo occhio» (Za.2:8)
Siamo ormai abituati a sentir parlare di Shoah, termine con il quale Israele definisce la carneficina di quegli anni: la radice stessa della parola “Shoah” (ש א ה, shin-alef-he) richiama il concetto di rovina, distruzione, annientamento, abbandono alla desolazione; la Shoah è stata tutto questo, come in un triste richiamo alla disperazione dei giorni della deportazione nella terra dei Caldei ad opera dei babilonesi, ma con l’aggravante di essere costretti a sperimentare – forse appieno – la follia dell’uomo, che rinnegando Dio scende sempre più nel baratro della bestialità, arrivando a condannare i propri simili a pene atroci.
Ma quello ebraico è un popolo forte, che nel ricordo delle sofferenze passate trova modo di riflettere per proiettarsi verso il futuro: tra otto giorni, infatti, verrà festeggiato il giorno dell’indipendenza di Israele, e la celebrazione di oggi, vista in un contesto più ampio, assume connotati diversi, perchè ci si può volgere al domani con una speranza che diventerà certezza, all’ombra di quella promessa che riecheggia nelle Scritture fin dai tempi del profeta Isaia:
«Nessuna arma fabbricata contro di te riuscirà» (Is.54:17).
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