Apr 22 2009
Esclusi dal regno di Dio, parte IV
Fuori i cani, gli stregoni, i fornicatori, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna (Ap.22:15)
Proseguo le riflessioni sul passo di Apocalisse 22:15, il quale descrive coloro che saranno esclusi dal futuro regno di Dio: abbiamo già parlato dei «cani» (gr. «kunes»), degli «stregoni» (gr. «farmakoi») e dei «fornicatori» (gr. «pornoi»), giungendo quindi alla categoria degli «omicidi». Apparentemente, quest’ultima definizione è più semplice da trattare delle precedenti: il termine «omicidi» traduce il greco «foneis», e indica coloro che si rendono colpevoli dell’infrazione del settimo comandamento dato da Dio al suo popolo, privando della vita un altro essere umano.
Sembrerebbe che non ci sia molto altro da dire, d’altra parte anche la giustizia terrena condanna i crimini di questo tipo. Quello che è più interessante, a mio avviso, è analizzare i perché di una tale proibizione: ci definiamo «esseri morali», ma sappiamo indicare l’omicidio come azione deplorevole utilizzando qualcosa di più concreto del semplice “è sbagliato“? Inoltre, il termine «omicida» è da considerarsi soltanto nella sua accezione etimologica, oppure nasconde implicazioni più profonde? In questo articolo, cercherò di rispondere a queste domande.
Quando Noé si ristabilì sulla terra dopo il diluvio, Dio parlò a lui ed ai suoi figli dicendo, tra le altre cose, questa frase: «Il sangue di chiunque spargerà il sangue dell’uomo sarà sparso dall’uomo, perché Dio ha fatto l’uomo a sua immagine» (Ge.9:6). L’uomo, in qualità di creatura che reca in sé l’immagine del divino, in qualche modo è «sacro»: togliergli la vita significa in prima battuta eliminare un essere che nasce per volontà dell’Eterno, il quale gli concede di essere «portatore» della sua immagine. Siamo esseri simili a Dio, nel suo essere «persona»: possiamo pensare, provare sentimenti, riflettere su ciò che vediamo ma anche su ciò che immaginiamo, trovare soluzioni ai problemi, e discernere il giusto dallo sbagliato.
Oltre ad essere profondamente “cerebrali“, siamo anche esseri morali, che sanno operare scelte non soltanto in base a fattori oggettivi di convenienza, ma anche prendendo in considerazione principi etici, i quali si fondano appunto sulla nostra natura di creature ad immagine di Dio. Ciascuno di noi è un piccolo (grande) capolavoro, sigillato dall’Artista che l’ha creato: distruggere l’opera equivale a disprezzare la mano che l’ha tracciata.
Dalle Scritture, poi, conosciamo che «il salario del peccato è la morte»: ciò significa, tra le altre cose, che la morte è un passo obbligato per gli uomini, i quali sono, davanti a Dio, «peccatori naturali», perché tutti veniamo al mondo portando in noi il marchio della ribellione dei nostri antichi progenitori, ribellione che si è attaccata indissolubilmente al nostro essere, e che senza l’opera di Cristo non può essere vinta. Secondo le disposizioni divine, colui che pecca deve essere punito con la morte: ecco quindi che uccidere significa anche farsi portatori di un giudizio che non siamo in grado di emettere. La durata della vita di ciascun uomo è nelle mani di Dio, il quale la amministra secondo la sua saggezza. Togliere la vita a qualcuno significa mettersi al posto di Dio, decidendo che la tal persona debba ricevere – in quel dato momento – il giusto salario per il suo peccato, il quale, però, è presente anche nell’assassino.
Gesù, nello spiegare ai suoi uditori il senso della legge mosaica, disse qualcosa di molto importante in merito alla questione dell’assassinio:
«Voi avete udito che fu detto agli antichi: “Non uccidere: chiunque avrà ucciso sarà sottoposto al tribunale”; ma io vi dico: chiunque si adira contro suo fratello sarà sottoposto al tribunale; e chi avrà detto a suo fratello: “Raca” sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli avrà detto: “Pazzo!” sarà condannato alla geenna del fuoco. Se dunque tu stai per offrire la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare, e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi vieni a offrire la tua offerta.» (Mt.5:21-24)
Il punto focale che Gesù volle sottolineare è che i comandamenti sono saldamente uniti tra di loro da un aspetto senza il quale essi non sarebbero altro che semplici regolette morali: questo aspetto è l’amore. Nel caso dei primi comandamenti, che riguardano il rapporto Dio-uomo, si parla dell’amore verso Dio; nei seguenti, che parlano del rapporto interpersonale, si evidenzia l’amore verso il prossimo. L’apostolo Paolo riprenderà questo concetto nella sua lettera ai credenti di Roma, scrivendo:
«Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». L’amore non fa nessun male al prossimo; l’amore quindi è l’adempimento della legge.» (Ro.13:8-10)
Ci si può limitare ad osservare letteralmente quanto comandato, tuttavia la sfida che dobbiamo raccogliere è quella – se siamo credenti – di crescere alla statura morale di Cristo. Per far questo, non basta eseguire delle azioni, bisogna essere motivati a farlo, capendone il senso più profondo. Uccidere è sbagliato? Certo, lo è – ma è tale soltanto perché un giorno qualcuno ha definito malvagia questa azione, oppure possiamo imparare qualcosa di più dalle righe scritte sopra?
Nel passo che abbiamo visto poco fa, Gesù arriva ad equiparare chi insulta una persona a chi commette un omicidio: conscio dell’enorme potere delle parole, il Signore poté dimostrare che per uccidere qualcuno non si deve necessariamente farlo cessare di respirare. Ed ecco quindi che consiglia l’introspezione, l’attenta osservazione di sé stessi: se abbiamo fatto del male a qualcuno con il nostro comportamento, o con le nostre parole, siamo chiamati a rimediare al nostro errore. Forse domani sbaglieremo nuovamente – errare è umano – ma la volontà di “fasciare le ferite” che possiamo aver causato è dimostrazione dell’amore che nutriamo verso il nostro prossimo, e tale amore è possibile soltanto dopo aver compreso l’amore di Dio per noi: se io – con tutte le mie mancanze – ricevo il perdono divino, senza avere meriti personali ma soltanto per la grazia che il Signore ha riversato su di me, che motivo ho per non mostrare benevolenza al prossimo?
La mancanza di rimorso per il male compiuto – rimorso che scaturisce dal mettere sé stessi a confronto con la Parola di Dio – impedisce all’uomo di trovare la via per il perdono: è il caso di Caino, il quale, dopo l’assassinio del fratello, ebbe più timore di dover patire la stessa sorte di Abele, piuttosto che preoccuparsi della disapprovazione di Dio, che gli assegnò una vita da fuggiasco, odiato perfino dalla terra che gli avrebbe concesso il suo frutto con estrema reticenza. Al primo omicida della storia è avvenuto ciò che, molto tempo dopo, Paolo disse ai suoi connazionali:
«Essendo in discordia tra di loro, se ne andarono, mentre Paolo pronunciava quest’unica sentenza: «Ben parlò lo Spirito Santo quando per mezzo del profeta Isaia disse ai vostri padri: Va’ da questo popolo e di’: “Voi udrete con i vostri orecchi e non comprenderete; guarderete con i vostri occhi, e non vedrete; perché il cuore di questo popolo si è fatto insensibile, sono divenuti duri d’orecchi, e hanno chiuso gli occhi, affinché non vedano con gli occhi e non odano con gli orecchi, non comprendano con il cuore, non si convertano, e io non li guarisca”.» (At.28:23-27)
Essere disposti ad ascoltare il consiglio di Dio è fondamentale per non rischiare di «indurire il cuore alla verità», mancando quindi di comprendere l’immensità della grazia alla quale siamo chiamati. Inoltre, è l’unico modo per «comprendere con il cuore», che è qualcosa di ben diverso dall’essere dei robot che eseguono disposizioni religiose: si tratta invece di capire il perché delle cose, riconoscendo che i comandamenti divini sono per il nostro bene, inteso in diverse accezioni (spirituale, sociale, …)
Secondo quanto ci dice la narrazione apocalittica, nel Regno di Dio non vi sarà nulla di impuro, o di maledetto: l’omicida, come tutti coloro che resistono alla chiamata divina, ricade automaticamente nelle due definizioni: «impuro» in contrapposizione con «santo», ossia «messo da parte per Dio»; impuro è tutto ciò che non è contemplato nella volontà divina, ed inoltre «maledetto», perchè – come la Bibbia ci dimostra in più occasioni – l’infrazione dei comandamenti divini ci mette in condizione di patire la maledizione, il pesante giogo adatto a coloro che camminano seguendo una via lontana da quella che Dio ha tracciato per la creatura fatta a sua immagine.
Davanti ad un quadro del genere, è meraviglioso pensare al perdono che ci viene offerto gratuitamente, e che il Salvatore, Gesù Cristo, ha acquistato per tutto il mondo con il suo sangue, soffrendo la morte di croce come sacrificio espiatorio per i peccati dell’umanità di ogni tempo. L’omicida che desidera la redenzione, e che si fa trasformare dall’azione di Dio in lui, otterrà misericordia, e – se segue Cristo con tutto il suo cuore – si ritroverà completamente lavato dai propri peccati, dinanzi al trono di Dio, per ricevere la sorte di tutti coloro che in ogni epoca hanno invocato, ed invocheranno, il nome di Dio come unico Signore e Salvatore.
Ma a coloro che non hanno capito il proprio bisogno di Dio, e non hanno abbandonato la loro strada perversa, sarà riservato un destino assai più triste: una condizione che le Scritture ci descrivono come «pianto e stridore di denti» senza fine. L’omicida non entrerà nel Regno di Dio, perché esso è un Regno d’amore – l’amore che chi persevera nell’uccidere e nell’angustiare il prossimo non ha compreso per sé, e che ha negato ai suoi simili.
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