May 31 2009
Nove minuti del tuo tempo
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May 31 2009
May 23 2009
Alcuni giorni fa, il Corriere.it ha pubblicato due lettere aventi firma di Gerry Scotti la prima [leggi qui], e di Pippo Baudo la successiva [leggi qui]. In esse, i due presentatori televisivi esprimevano il proprio punto di vista sulla recente apertura del card. Martini in merito alla partecipazione al rito cattolico dell’eucarestia per i divorziati, cosa che li tocca in prima persona, essendo entrambi cattolici e con matrimoni alle spalle.
Leggendo le loro parole, che ho trovato decisamente toccanti, sono stato spinto a scrivere alcune mie riflessioni sull’argomento, che ho poi inviato alla redazione del Corriere con una finalità ben precisa: cercare di portare l’amore di Dio alle persone che non l’hanno mai conosciuto, perché invischiate in dettami religiosi che nulla hanno a che spartire con la Parola di Dio, ma che sono soltanto elucubrazioni di uomini che travisano (a volte inconsapevolmente, ma molte altre volte di proposito) ciò che le Sacre Scritture affermano.
Qui a seguito riporto il testo della mia lettera, nella speranza che il messaggio in essa esposto possa raggiungere molte persone che ancora non hanno un rapporto con Dio.
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May 20 2009
Nel panorama sociale odierno, ci si imbatte sempre più spesso in individui che si definiscono «atei», «non credenti», «disinteressati», eccetera: in effetti, esistono molti sinonimi per definire coloro che vivono – o che credono di vivere – «senza Dio» (dal greco «atheos», con “a” privativa e “theos” = Dio), alcuni più caustici, altri più «politically correct». Di sicuro, la nostra società «fast food» e materialista contribuisce allo sviluppo di un modo di vivere ben ancorato a terra, scoraggiando ogni tentativo di alzare gli occhi per porsi quelle domande che gli antichi ben conoscevano, e che, di fatto, hanno avuto la loro importanza nello sviluppo del pensiero e della cultura universale.
Le mie frequenti chiacchiere con queste persone mi hanno portato – viste le diverse reazioni ad argomenti di tipo fideistico – a suddividere la categoria degli atei in due sottocategorie: da un lato abbiamo i «partigiani», mentre sull’altro versante ci sono i «ricercatori». Si tratta ovviamente di due definizioni di comodo che utilizzerò per parlare degli uni e degli altri, definizione che ho apposto loro a partire da quella che credo sia la caratteristica principale di ciascuno dei due gruppi; poi, logicamente, tra le due categorie c’è una gamma piuttosto ampia di “ibridi”. Gli «atei partigiani» sembrano essere la fetta più considerevole del movimento, e basano le proprie convinzioni su assunti paralleli (ma opposti) a quelli dei credenti: affermare infatti che Dio non esiste, presuppone lo stesso grado di fede dell’asserire il contrario, anche se, ovviamente, si tratta di una fede poggiata su basi diverse.
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May 14 2009
Fuori i cani, gli stregoni, i fornicatori, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna. (Apocalisse cap.22:15)
Penultima “puntata” dedicata al passo di Ap.22:15: dopo aver visto le prime quattro categorie di esclusi dalla nuova creazione di Dio, oggi farò qualche riflessione sulla categoria degli «idolatri». Così come nel precedente articolo, relativo ad alcune considerazioni sugli omicidi, sembrerebbe che anche in merito agli idolatri non ci sia molto da dire. In realtà, partendo da quella che è la definizione basilare del termine «idolatra» secondo le Scritture, è possibile arrivare ad alcuni concetti decisamente importanti: nel proseguo di questo post, cercherò di sviluppare il discorso in tal senso, lasciando come al solito il consueto spazio per approfondimenti e scambi in sede di commento.
L’etimologia del termine «idolatra» ci porta al greco «eidôlolatres», composto da «eidol-on» (ossia «immagine, idolo»), e «latres» (ossia «servo», o «ministro», se consideriamo che «latreia» significa lo svolgimento di un qualsivoglia servizio). Dunque, idolatra è colui che presta il proprio servizio (p.es. cultuale) ad una immagine, oppure un idolo. Tipicamente, la dizione «idolo» richiama il concetto di divinità fasulla, di feticcio: questa accezione del termine non è presente soltanto nella Bibbia, ma è penetrata nella lingua comune.
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May 11 2009
Una delle cose che certamente risultano più difficili per l’uomo, è l’ammettere la propria incapacità ed inadeguatezza nel fronteggiare situazioni particolarmente avverse. Fiducioso nelle proprie possibilità di “creatura evoluta“, e forte della convinzione di poter vivere basandosi esclusivamente sulle proprie forze, l’uomo crolla come un castello di carte non appena si trova a toccare con mano quanto sia inconsistente questa sua percezione della realtà. Non è necessario pensare ad eventi luttuosi, o malattie: sebbene fatti come questi dimostrino più di altri quanto siano flebili le certezze umane, spesso basta molto meno a farci cadere a terra.
Quante volte ci lasciamo scappare di bocca solenni promesse di diventare persone migliori? «Supererò questa dipendenza», «non farò più questo» o «farò quest’altro», «volere è potere», ecc.; poi, dopo qualche tempo, rieccoci a leccarci le ferite: pensavamo di farcela, invece ci siamo caduti di nuovo. Per un periodo sembravamo davvero cambiati, mentre ora siamo ripiombati nei nostri vizi, nelle nostre debolezze, nel toccare con mano quanto siamo piccoli.
Eppure non avrebbe dovuto essere così: questa volta eravamo davvero determinati, agguerriti. Tutto pareva procedere nel verso giusto: perché siamo scivolati indietro? Questa spirale, fatta di caduta/buoni propositi/impegno a scadenza/ricaduta è destinata a ripetersi in continuazione, finché avremo vita. Vorremmo essere persone migliori, e vorremmo che gli altri lo fossero, sinceramente. Invece siamo sempre lì, al punto di partenza, a guardarci con occhi impauriti, cercando di tirare avanti mentre facciamo finta di essere dei duri.
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May 06 2009
Alcuni giorni fa, un caro amico mi ha invitato alla lettura di un interessante editoriale del Corriere.it, il quale riporta un quadro sicuramente infelice, ma reale, della situazione odierna dei giovani: le aspettative mancate, l’incapacità di relazionarsi, le sofferenza taciute, che sovente sfociano in atti violenti ed estremi, come in un voler gridare al mondo (o, forse, alla propria coscienza addormentata) la propria esistenza. Poche righe, che però fotografano con estrema precisione le ricadute sociali che la gioventù annoiata si trova a dover fronteggiare, complice l’assenza di educatori competenti, cosa che non fa che peggiorare la situazione.
Parlando di morale, è quasi scontato l’accenno alle questioni di fede: nell’articolo viene affermato che l’istruzione religiosa è un supporto non indifferente all’educazione dei giovani, ma che tantissimi sono comunque i genitori «forti abbastanza» da essere autonomi nell’insegnare ai propri figli la differenza tra bene e male. Nonostante io abbia apprezzato davvero molto l’analisi fatta dal Corriere.it, non posso assolutamente trovarmi d’accordo con il punto appena esposto, a causa di diverse motivazioni che riporterò tra poco. Nel frattempo, tengo comunque a sottolineare la superficialità con cui i più approcciano l’argomento «insegnamento religioso»: esso sarebbe – a detta stessa dell’articolista del quotidiano – un modo per discernere il bene dal male, quasi fosse una scienza «finita» che si limita a fornire nozioni alle quali potrebbero giungere, in piena autonomia, menti particolarmente brillanti.
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