Jun 30 2009
Le chiavi del regno
Leggendo il mio ultimo articolo, «Un primato di paglia», un lettore ha voluto farmi un’osservazione che intendo discutere, spero approfonditamente, in questa sede. Nel cercare di sostenere il primato petrino, il mio interlocutore ha affermato la parzialità della mia citazione della scrittura di Matteo 16, brano in cui Pietro riconosce in Gesù il Cristo. Il brano prosegue con una affermazione di Gesù, il quale, rivolto al discepolo, dice: «Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli». Secondo il mio lettore – di estrazione cattolica – dal momento che Gesù ha concesso a Pietro queste «chiavi del regno dei cieli», l’apostolo occuperebbe una posizione di preminenza rispetto al resto del collegio apostolico, posizione poi trasmessa ai suoi successori. Cerchiamo allora di capire cosa si intenda, scritturalmente, con il termine «chiavi del regno», in modo da rendere più completa la dissertazione iniziata con l’articolo precedente, nella speranza di rendere maggiormente chiare le cose.
Contestualizziamo prima di tutto il passo: noteremo che l’affermazione di Gesù appena vista è immediatamente successiva alla dichiarazione di fede dell’apostolo, confessione che – come abbiamo già discusso – fa di lui il primo cristiano, nel vero senso del termine. Posteriormente all’affermazione di Pietro, ecco quella di Gesù sulla consegna delle chiavi, come fosse una conseguenza di ciò che il discepolo aveva appena detto. Qual è la funzione di queste «chiavi»? In analogia con una vera chiave, esse servono ad aprire o chiudere qualcosa, a «legare o sciogliere», per dirla con le parole del brano. A questo proposito, è interessante notare come, contrariamente a quanto sostenuto dal mio interlocutore cattolico, questo privilegio non sia assolutamente riservato a Pietro, ma riguardi anche il resto del collegio apostolico: nel passo di Matteo 18:18, leggiamo infatti «Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo» (in questo caso, Gesù si rivolge al complesso dei discepoli).
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In questo articolo intendo discutere un argomento decisamente importante, che purtroppo viene dato spesso per scontato dai «non addetti ai lavori», attribuendo ad esso caratteristica di verità, mentre la storia stessa, unitamente alle Sacre Scritture, ci dimostra essere tutt’altro: sto parlando della cosiddetta «successione apostolica», tra i capisaldi della prassi della chiesa di Roma: essa è definibile, in somma sintesi, come una linea ininterrotta che collegherebbe quello che il cattolicesimo identifica come il suo primo «papa», ossia l’apostolo Pietro, con tutti coloro che, nel corso dei secoli, si sono succeduti nel medesimo incarico.
«Carissimi, non crediate a ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere se sono da Dio; perché molti falsi profeti sono sorti nel mondo. Da questo conoscete lo Spirito di Dio: ogni spirito, il quale riconosce pubblicamente che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; e ogni spirito che non riconosce pubblicamente Gesù, non è da Dio, ma è lo spirito dell’anticristo. Voi avete sentito che deve venire; e ora è già nel mondo. Voi siete da Dio, figlioli, e li avete vinti, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo. Costoro sono del mondo; perciò parlano come chi è del mondo e il mondo li ascolta. Noi siamo da Dio; chi conosce Dio ascolta noi, chi non è da Dio non ci ascolta. Da questo conosciamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore.»(1Gv 4:1-6)