SoloVangelo
Uno sguardo al mondo con gli occhi della fede

Cos'è SoloVangelo?
Ultimi commenti

Licenza
Disclaimer
Feeds
L'angolo della lettura

Jun 18 2009

Due strade, una decisione

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Riflessioni

«Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona» (Lc.16:13)

Propongo oggi una riflessione sul brano appena citato del Vangelo di Luca: si tratta della chiosa di Gesù al racconto della parabola del fattore infedele. La stessa citazione la possiamo trovare anche nel Vangelo di Matteo, ma in questo caso essa è inserita nel contesto del sermone sul monte (capp.5-7): ad ogni modo, a prescindere dalla precisione cronologica dei ricordi di entrambi gli scrittori (Luca, lo ricordiamo, non fu testimone oculare del Cristo), quello che maggiormente conta è senz’altro il contenuto: analizziamo quindi, seppur brevemente, questa asserzione del Signore, certamente tra le più note.

Riferendoci alla lingua del Nuovo Testamento, ossia il greco, è possibile trovare soltanto tre volte il termine «mammona» nella narrazione evangelica, e tali occorrenze si trovano tutte al capitolo 16 del Vangelo di Luca: nei versetti antecedenti al tredicesimo, questa parola viene tradotta in italiano come «ricchezza», e soltanto a conclusione del discorso di Gesù essa viene riportata traslitterando il greco, e addirittura indicando la prima lettera come maiuscola, quasi si trattasse di una sorta di personificazione del concetto evidenziato prima[1]. Ad ogni modo, nel testo originale non è possibile fare questa speculazione, in quanto troviamo sempre lo stesso termine; seguendo la logica del brano, potremmo tradurre tranquillamente il versetto 13 in questo modo:

«Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e le ricchezze»

Una prima cosa da notare è che Gesù non fa riferimento alla possibilità di essere un «domestico» o meno; lo dà invece per scontato, come fosse un dato certo, e passa subito ad evidenziare la necessità di stabilità, di coerenza, di piena convinzione: il servo ha un padrone, e necessariamente deve farne gli interessi, per poter essere definito un buon amministratore di ciò che gli è affidato. Il domestico che intende dividere i propri sforzi, rendendo i suoi servigi a più padroni, si troverà forzatamente davanti ad una scelta, perchè certo non potrà avere maggior riguardo verso l’uno piuttosto che l’altro, con la conseguente soddisfazione superiore di uno dei due.

Questo insegnamento è ovviamente da applicarsi alla nostra vita spirituale: le «ricchezze» a cui accennavamo sopra possono non essere necessariamente grandi averi o possedimenti, ma può trattarsi di cose molto più modeste, che ai nostri occhi rivestono però il ruolo di «ricchezza», di «preziosità irrinunciabile». Ecco che allora il termine «mammona» non diventa più la personificazione del bene materiale tout-court, ma assume un contorno decisamente più individuale, che viene in qualche modo determinato dalla misura in cui permettiamo alla sfera materiale prenda il sopravvento su di noi, al punto di controllare le nostre scelte e di renderci schiavi.

Il passo di Lc.16:13 afferma implicitamente che ci troviamo, in qualche modo, a prestare servizio verso qualcuno: che ci piaccia o meno, l’umanità è un insieme in cui ciascun membro è interconnesso agli altri (siamo esseri relazionali), nonchè soggetta ad un’infinità di stimoli che la condizionano, con buona pace di coloro che si ritengono «maestri del proprio destino». Nella società attuale, praticamente tutto ruota attorno al beneficio personale, ed è per questo motivo che il concetto di «ricchezza» viene portato come rappresentanza antitetica a Dio: possedere molto significa potersi permettere molto, e se da un lato tale assioma non è sbagliato in sé, possono essere a dir poco deleterie le sue applicazioni, se lontane da quello che è il pensiero di Dio.

Per sintetizzare, potremmo dire che ogni cosa che facciamo è sottoposta ad un certo regime di motivazione, il quale a sua volta può avere unicamente due origini, o fonti: la prima è il nostro egocentrismo, mentre la seconda è la volontà di piacere a Dio, e quindi di seguirne la volontà. Non pensiamo che siano soltanto azioni o comportamenti generalmente ritenuti «scorretti» a poter essere catalogati come distanti dal pensiero divino: in realtà, anche le opere più altruiste possono celare un profondo bisogno di soddisfazione personale. Ecco che l’altro, il prossimo, il bisognoso, diventa il nostro modo di alimentare l’idolo che ci siamo costruiti: la nostra fama di buone persone, molte volte maschera che mostriamo anzitutto a noi stessi. Qual è, in questo caso, la nostra «ricchezza», il nostro «mammona»? Può essere il nostro tempo, la nostra disponibilità, la nostra liberalità: può essere tutto ciò che abbiamo in più rispetto ad un’altra persona, se il nostro fine è quello di trarre un beneficio personale (anche passando attraverso il beneficio altrui, sia chiaro); ecco quindi che stiamo utilizzando ciò che possediamo secondo le regole di questo mondo, non secondo le disposizioni di Dio.

Dio ha creato ogni cosa buona, ma gli uomini, caduti nelle spire della ribellione, hanno imparato la disgraziata arte di pervertire ogni cosa, facendo della bellezza un’orrido scempio: l’umanità non è più una piazza di esseri che si stringono la mano, ma una grottesca piramide di corpi, dove ciascuno tenta di arrampicarsi per raggiungere la vetta. Applicare i precetti divini significa – tra le altre cose – rifiutarsi di scalare quel monte di esseri umani, chiamarsi fuori dal gioco cinico proposto da questo mondo, per camminare su un’altra via, diversa, sia nella forma che nel contenuto.

Una via che per il mondo è pazzia, perchè l’uomo è ormai incapace di comprendere la volontà dell’Altissimo come buona, se Dio stesso non gli concede di percepire questo aspetto. Viviamo in un contesto che chiama «bene» il «male», e viceversa – e spesso chi decide di camminare sulla strada tracciata per noi dal nostro Creatore viene considerato bizzarro, demodè, antiquato, eccentrico: davvero il cristiano dovrebbe abituarsi a vivere con fierezza questa sua diversità, che testimonia, con i fatti, gli insegnamenti che il nostro Salvatore ha voluto darci, i quali possono esprimersi in noi in maniera pratica, tangibile, viva. Non esiste un cristianesimo «a parole»: o si è cristiani davvero (ed esserlo non vuol dire soltanto aderire ad un credo), o non lo si è; in questo secondo caso, non si potranno che seguire le proprie vie, che sono poi quelle di un mondo che è nemico di Dio.

Se si intende percorrere un cammino che non sia quello di «mammona» (il nostro egoismo, il nostro tornaconto), ci “rimane” una strada della quale la croce di Cristo è l’esempio più fulgido: un amore incondizionato, troppo grande per essere afferrato nella sua interezza, altissima espressione di perdono, senza attendere nulla in cambio, ma anzi, donando quanto di più prezioso si ha per il bene altrui. Il termine «grazia» è troppo limitato e limitante per definire una realtà così eccelsa: gli ebrei chiamano la grande misericordia divina «chesed», un termine che racchiude una ampia gamma di sfumature che vanno ben al di là di una semplice parola, che forse oggi pronunciamo senza piena coscienza della sua portata.

Se abbiamo fatto di Cristo il nostro Maestro, il nostro Signore, è al suo modello che dobbiamo ispirarci: ecco che la strada di Dio è quella che non guarda al guadagno, alla soddisfazione personale, ma è capace di abbracciare la perdita, se questa comporta il bene altrui. Un esempio di amore che forse molti giudicherebbero frettolosamente come utopistico, irraggiungibile; non dimentichiamo però che colui che ha donato la propria vita a Cristo riceve da Lui lo Spirito Santo quale caparra della gloria futura, ed è proprio la forza della manifestazione di Dio in noi che può renderci capaci di un comportamento che l’uomo naturale non solo non può attuare, ma che rifiuterebbe con tutte le proprie forze: sia ringraziato Dio perchè ha voluto mettere un così grande Tesoro in piccoli vasi di terra quali siamo!

Parafrasando il passo visto in apertura «nessun uomo può dare il suo cuore contemporaneamente a Dio e al mondo, perchè se amerà uno, automaticamente ciò produrrà il disprezzo per quanto rappresentato dall’altro. Non è possibile seguire Dio se si è posto il proprio essere sul trono dell’egocentrismo, è necessario scendere dal nostro piedistallo per imitare Cristo, che ha lasciato la gloria divina per donarsi per l’umanità». Dio ci ha dato tutto ciò di cui disponiamo affinchè possiamo esserne dei buoni amministratori: spero vivamente che la lettura di queste righe possa portare ogni lettore all’analisi della propria posizione davanti all’Eterno, e che ciascuno possa operare saggiamente la decisione più importante della propria vita.


Note:
[1] Mammona: dal caldeo o siriaco mamon o mammon = ebr. matmon, ricchezza e propr. tesoro (sotterraneo), che è connesso al verbo tamar, nascondere,sotterrare Torna su



             

Parole chiave/Tags: [, , , , ]


Nessun Commento »

Questo post non è ancora stato commentato.

Feed RSS per i commenti a questo post.


URL per trackback

Lasciate un vostro commento

XHTML: È possibile utilizzare questi tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Tastiera ebraica: utilizzare la tastiera seguente per inserire caratteri dell'alfabeto ebraico

Tastiera greca: utilizzare la tastiera seguente per inserire caratteri dell'alfabeto greco

SoloVangelo, powered by WordPress | SoloVangelo.it theme created by Emiliano Musso

Amministrazione sito | Copyright ©2008