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Jun 29 2009

Un primato di paglia

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Apologetica, Approfondimenti

In questo articolo intendo discutere un argomento decisamente importante, che purtroppo viene dato spesso per scontato dai «non addetti ai lavori», attribuendo ad esso caratteristica di verità, mentre la storia stessa, unitamente alle Sacre Scritture, ci dimostra essere tutt’altro: sto parlando della cosiddetta «successione apostolica», tra i capisaldi della prassi della chiesa di Roma: essa è definibile, in somma sintesi, come una linea ininterrotta che collegherebbe quello che il cattolicesimo identifica come il suo primo «papa», ossia l’apostolo Pietro, con tutti coloro che, nel corso dei secoli, si sono succeduti nel medesimo incarico.

Le righe che seguono vogliono essere una confutazione di tale tesi che, come vedremo, non ha assolutamente fondamento, se non nella perversione di quanto emerge da una seria analisi biblico-storica, con buona pace (e, ahimé, danno) di coloro che, per diversi motivi (in capo ad essi, l’ignoranza), credono che il massimo rappresentante del credo cattolico sia una sorta di vicario del Signore. Spero che il lettore, alla fine di questo scritto, possa affermare di aver maturato sufficienti argomentazioni per rendersi conto dell’aberrazione che si cela nel papato cattolico, e possa quindi rapportarsi a Dio in verità, affidandosi unicamente alle Sacre Scritture.

Anzitutto, analizziamo alcuni titoli con i quali spesso viene identificato il papa, in modo da iniziare a comprendere qualcosa di più su questa figura. Generalmente, sentiamo utilizzare intercambiabilmente i termini «papa», «sommo pontefice», «sua santità», e, perfino, «vicario di Cristo». Tutti questi modi di riferirsi al vescovo di Roma sono però profondamente contrari allo spirito della Scrittura. In che modo? Vediamolo brevemente:

«Papa» ha il significato di «padre», ma Cristo stesso ha affermato: «non chiamate alcuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è vostro Padre, colui che è nei cieli.» (Mt.23:9). Ecco quindi un primo appropriarsi di un titolo inadeguato, che spetta soltanto a Dio, e non certo ad un uomo. Nell’antica Roma, poi, il «sommo pontefice» era la guida del clero pagano. Tale figura era a capo di tutta una serie di pontefici minori che esercitavano le funzioni cultuali. In epoca più tarda, il titolo di sommo pontefice fu quindi acquisito dagli imperatori, con lo scopo di incanalare in sé stessi l’autorità politica e spirituale. Nella chiesa di Roma, vediamo come questo termine fu utilizzato dai papi soltanto a partire dal tardo 500, con l’ascesa al soglio di Pelagio I. Infine, la qualifica di «sua santità» è il più evidente segno di distacco dalla verità biblica: secondo le Scritture (e, di conseguenza, secondo i credi ebraico e cristiano), soltanto Uno è il Santo, ossia Dio. Equiparare in santità una creatura umana, guastata come tutti dal peccato, all’Eterno, non è definibile in altro modo, se non con il termine “bestemmia“.

Un ultimo titolo che spesso viene attribuito al papa è, come abbiamo visto, quello di «vicario di Cristo» (faccio comunque notare che prima del XII secolo, il papa era definito quale «vicario di Pietro»: è soltanto posteriormente a tale epoca che assistiamo alla modifica di tale titolo), ossia di “delegato“, “rappresentante“, “sostituto“, “vice“, “facente funzione“: detto in altri termini, la chiesa di Roma considera Cristo stesso come assente dal suo ufficio di sommo sacerdote, tanto da avere bisogno di qualcuno che operi in sua vece! Questo ovviamente è contraddetto dalle stesse parole di Gesù, il quale afferma «non vi lascerò orfani; tornerò da voi. Ancora un po’, e il mondo non mi vedrà più; ma voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno conoscerete che io sono nel Padre mio, e voi in me e io in voi» (Gv.14:18-20). Inserita nel contesto del brano, vediamo che l’espressione «in quel giorno» si riferisce all’effusione dello Spirito Santo, quindi non un tempo a venire, ma già venuto. Inoltre, poco prima dell’ascensione, Gesù disse inoltre ai suoi «ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente» (Mt.28:20).

Sempre in questo senso, è utile notare come la chiesa di Roma sia “allergica” a predicare nelle sue messe la lettera agli Ebrei, capolavoro teologico del Nuovo Testamento: tale epistola afferma, tra le altre cose, che a Cristo «è resa questa testimonianza: «Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec». Così, qui vi è l’abrogazione del comandamento precedente a motivo della sua debolezza e inutilità (infatti la legge non ha portato nulla alla perfezione); ma vi è altresì l’introduzione di una migliore speranza, mediante la quale ci accostiamo a Dio. Questo non è avvenuto senza giuramento. Quelli sono stati fatti sacerdoti senza giuramento, ma egli lo è con giuramento, da parte di colui che gli ha detto: «Il Signore ha giurato e non si pentirà: “Tu sei sacerdote in eterno”». Ne consegue che Gesù è divenuto garante di un patto migliore del primo. Inoltre, quelli sono stati fatti sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare; egli invece, poiché rimane in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette. Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro. Infatti a noi era necessario un sommo sacerdote come quello, santo, innocente, immacolato, separato dai peccatori ed elevato al di sopra dei cieli; il quale non ha ogni giorno bisogno di offrire sacrifici, come gli altri sommi sacerdoti, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo; poiché egli ha fatto questo una volta per sempre quando ha offerto sé stesso.» (Eb.7:17-27)

Cristo è vivente, ed ha un sacerdozio eterno, che non si trasmette. Egli intercede sempre per il suo popolo, in maniera assolutamente efficace e sufficiente. Nessun uomo può prendere il suo posto, nessuno si può affiancare alla sua intercessione: egli soltanto è eterno, e non è soggetto a peccato, come invece lo sono gli uomini. Questa verità è potente da chiudere per sempre i pesanti portoni delle cattedrali della menzogna, se solo fosse predicata a dovere!

Per ovviare al «piccolo» inconveniente della natura decaduta dell’uomo che esercita il ministero papale, ecco però che la chiesa di Roma si inventa il dogma della cosiddetta «infallibilità»: quando il papa parla ex-cathedra, le sue dichiarazioni sarebbero cioè prive di errore. Tale dogma è stato proclamato soltanto nel 1870 (quindi, ben lungi dal poter essere considerato affine alla prassi della prima chiesa), e principalmente fu ideato per far “digerire” ai fedeli il fatto che l’allora papa Pio IX avesse formulato l’«immacolata concezione di Maria» senza appoggiarsi ad alcun concilio (cosa invece in uso a quei tempi). Ecco quindi a cosa assistiamo: una menzogna che viene creata per legittimizzare un’altra menzogna. Questa proclamazione così tarda crea poi incongruenze che non possono che suscitare ilarità: dal momento che il papa non fu infallibile fino al 1870, dobbiamo considerare le affermazioni precedenti a tale data come fasulle, oppure il dogma sarebbe perfino retroattivo? Ovviamente, l’infallibilità non ha alcun fondamento biblico.

Abbiamo parlato quindi di titoli illegittimi, ma che dire dell’istituzione stessa? La chiesa cattolica afferma il «primato di Pietro», ossia vede nel discepolo il primo «papa», il primo conduttore della chiesa. Anche in questo caso, la Bibbia ha molto da dirci a riguardo. Intanto, dovremmo chiederci che «posizione» occupasse Pietro nel collegio degli apostoli, mentre Gesù era ancora fisicamente con loro. Era in qualche modo il loro rappresentante, il loro capo? Certamente sappiamo che fu il primo ad essere chiamato da Gesù affinché lo seguisse (Mt.4:18-20, Mc.1:16-18), ed è sempre menzionato per primo ogni qualvolta compare un elenco dei dodici. Con Giacomo e Giovanni, sembra che Pietro appartenenesse ad un «sotto-gruppo» tra gli apostoli, in qualche modo più vicini al Signore. Sicuramente nei primi capitoli degli Atti, vediamo che Pietro assume una posizione di guida, ma nel collegio apostolico tale posizione è condivisa con i già citati Giacomo e Giovanni: i tre, secondo le parole di Paolo nella sua lettera ai Galati, sono reputati «colonne» della chiesa di Gerusalemme (Ga.2:9), quindi non una preminenza su tutta la cristianità, ma un compito di guida in una realtà specifica. Interessante vedere che nella citazione paolina, Pietro non è nemmeno elencato per primo.

Se Pietro avesse avuto autorità di «papa», l’intera chiesa nascente gli sarebbe stata, in qualche modo, sottoposta. Analizziamo dunque una serie di scritture che ci mostreranno più chiaramente la figura di Pietro ed il suo ruolo nella chiesa.

In prima battuta, chiariamo la scrittura forse più controversa nel riferirsi al primato di Pietro: la chiesa romana afferma infatti che con le parole «tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa», Gesù abbia voluto porre il discepolo come “pietra di fondamento” della futura chiesa. Prendere soltanto questo scorcio per affermare un tale concetto è comunque errato; il brano infatti recita quanto segue:

«Poi Gesù, giunto nei dintorni di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che sia il Figlio dell’uomo?» Essi risposero: «Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia; altri, Geremia o uno dei profeti». Ed egli disse loro: «E voi, chi dite che io sia?» Simon Pietro rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Gesù, replicando, disse: «Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere. (Mt.16:13-18)

Non quindi una chiesa edificata su Pietro, ma sulla dichiarazione di fede che questi aveva appena fatto: Pietro fu il primo uomo a confessare in tal modo la propria fede in Gesù quale Messia, Figlio del Dio vivente, ed è su tale affermazione che Gesù fonda la sua chiesa: un insieme di persone che proclamano, come Pietro, la propria fede in Cristo, alla gloria del Padre. Vediamo comunque che la confessione di Pietro non è ascrivibile a suoi meriti personali: Gesù dice molto chiaramente che tale rivelazione era stata concessa al discepolo da parte di Dio. Più tardi, in una sua epistola, Pietro stesso definirà la chiesa come un insieme di «pietre viventi», che vanno a formare una stessa casa spirituale (1P.2:5)

Che tale affermazione fosse frutto dell’intervento divino, è chiaro dal passo immediatamente successivo, in cui Gesù spiega ai suoi che avrebbe dovuto soffrire ed essere ucciso: Pietro, ora in tutta la sua umanità, dichiara «Dio non voglia, Signore! Questo non ti avverrà mai». La risposta di Gesù è immediata: «Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini». Che cambiamento repentino! Questo ci fa capire quanto il discepolo fosse ancorato alle sue convinzioni: soltanto la grazia divina gli permise di identificare in Gesù il Cristo. Inoltre, posteriormente alla presunta proclamazione del primato di Pietro, vediamo ancora gli apostoli discutere fra loro su chi fosse il più grande, cosa che non avrebbe senso, se Gesù avesse voluto nominare Pietro quale suo rappresentante. Per risolvere il loro problema, Gesù non indica Pietro, bensì asserisce che il maggiore è colui che si abbassa, fino all’umiltà di un bambino.

In ultimo, se fosse vero che con le sue parole Gesù avesse voluto costituire il papato, senz’altro ne troveremmo traccia nel resto del Nuovo Testamento; ma nessuna delle epistole, né gli Atti degli apostoli, ne fanno menzione. Altresì notiamo che gli scritti neotestamentari non ci parlano mai di una azione autoritaria da parte di Pietro nei confronti della chiesa. Perfino nelle sue lettere, l’apostolo non fa menzione del suo primato. Inoltre, quando la chiesa si trovava a dover prendere importanti decisioni, vediamo che non si appella all’autorità di Pietro, bensì decide sempre collegialmente: il parere di Pietro è valido allo stesso modo di altri. Paolo non riconosce la preminenza di Pietro, e anzi, lo riprende perfino pubblicamente quando ritiene che il suo comportamento non sia coerente. Nella sua lettera ai Galati, Paolo, facendo riferimento alla narrazione di Atti, scrive «Quando Cefa [nome greco di Pietro, ndR] fu venuto ad Antiochia, io gli resistei in faccia, perché era da condannare»(Gal.2:11)

Sempre in tema disciplinare, possiamo ancora osservare come Pietro si sia giustificato davanti alla chiesa, che gli chiedeva spiegazioni per aver alloggiato in casa del centurione Cornelio, ossia un pagano (At.11:1-18): Pietro non si impone, non chiede di accettare le sue decisioni, non si comporta cioé da «papa».

Per brevità (se in questa trattazione di brevità si può parlare) mi fermo qui con gli esempi: il lettore avrà ormai notato che quella esercitata da Pietro non è un’autorità di tipo papale, ed anzi, fatichiamo a definirla «autorità» nel senso tradizionale: egli ha ricoperto certamente un ruolo di rappresentanza in più occasioni, ma non si è mai dichiarato ciò che oggi i papi vogliono far credere di essere.

Passiamo quindi ad analizzare il tema principale di questo articolo: la successione apostolica. Se con le righe precedenti abbiamo dimostrato l’inesistenza scritturale di una presupposta preminenza petrina, ora vedremo come anche la pretesa della continuità apostolica sia assolutamente infondata. È definibile apostolo (nel senso della chiesa primitiva) soltanto chi è stato testimone oculare del Cristo, e da Lui ha ricevuto il mandato di evangelizzare le genti. Sicuramente, il numero dodici, che identifica i discepoli scelti da Gesù, ha una valenza importante, riconducendo al concetto delle dodici tribù di Israele quali popolo di Dio: i discepoli rappresentano il nuovo popolo di Dio, che non è più definito tale in base all’appartenenza etnica, bensì in virtù del nuovo patto inaugurato da Cristo.

Anche gli apostoli ritengono importante questo numero: vediamo infatti che, alla formazione della prima chiesa, Mattia fu incaricato (quale testimone oculare) di prendere il posto che Giuda aveva abbandonato suicidandosi. Dopo questa “sostituzione“, però, non ne vengono fatte altre: gli Atti raccontano, per esempio, della morte di Giacomo, il quale però non venne «rimpiazzato». Non abbiamo testimonianze di nomine alternative nemmeno nel resto del Nuovo Testamento, e sembra quindi che la possibilità di un “rinnovo” del collegio apostolico sia da escludersi. D’altra parte, come già detto, la caratteristica dell’apostolo è l’essere stato testimone oculare del Cristo: come avrebbero potuto i cristiani delle epoche successive vantare questa particolarità? Piccola parentesi, notiamo che il ministero dei dodici fu di tipo itinerante, in pieno accordo con lo spirito del mandato di Gesù («andate e predicate…»), mentre invece la guida della chiesa è, da sempre, un compito di tipo stanziale: la prima chiesa nominava vescovi e presbiteri tra i suoi membri (At.14:13) – quindi non c’era in questo alcun intervento dei discepoli diretti di Cristo -, e per la stessa natura del mandato apostolico, i dodici non avrebbero potuto avere successori tra coloro che esercitavano un ministero geograficamente fisso.

La successione apostolica trova le sue prime radici nel tentativo di opporsi a quanto affermato dalle comunità gnostiche, molto forti nella prima epoca cristiana, le quali affermavano di aver ricevuto insegnamenti particolari e segreti proprio da parte dei dodici. Per poter controbilanciare tali asserzioni, la chiesa di Roma indicò ciascun vescovo come il successore del suo predecessore, facendo risalire questa catena indietro nel tempo fino agli apostoli, nel tentativo di affermare la legittimità e l’autorità dell’insegnamento cattolico. A contribuire ad un tale sviluppo furono gli scritti di Cipriano, vescovo di Cartagine nella seconda metà del terzo secolo. Ci troviamo quindi dinanzi ad un «dogma» che origina dalla volontà di risultare maggiormente accreditati rispetto ai propri oppositori, accreditamento che non trova però riscontro scritturale, e che la storia stessa non ricorda, se non come falso.

Infatti, vediamo che per tutto il primo secolo, fino a giungere alla metà del secondo, la chiesa di Roma non fu guidata da un unico vescovo, bensì da un collegio anzianale scelto dai fedeli (prassi che, come abbiamo visto, era la norma nella cristianità degli esordi). La pluralità nella guida emerge da scritti autorevoli, quale ad esempio il Pastore di Erma, che recita: «Tu leggerai il libro a questa città [Roma, ndR] in presenza dei presbiteri che dirigono la chiesa». C’è poi da dire che fino alla fine del secondo secolo, non abbiamo traccia di elenchi di successioni: essi compaiono soltanto più tardi.

L’enfasi maggiore sul primato petrino e sulla sua posizione di vescovo di Roma viene posta nella seconda metà del quarto secolo: nell’intento di espandere la propria autorità all’intera chiesa universale, i vescovi cattolici si scontrano con l’opposizione dei potenti di Costantinopoli. Ecco che quindi viene esaltato il primato romano nel tentativo di surclassare gli avversari, attraverso le tesi di papa Leone, che risulteranno fondanti per il cattolicesimo per moltissimo tempo. In effetti, se da un lato sappiamo che Pietro visitò Roma, e subì in essa il martirio, nulla sappiamo di suoi soggiorni prolungati nella città, che lo portassero a ricoprire la carica di vescovo. Tutto questo, la chiesa di Roma vorrebbe invece provarlo sulla base di una lapide, rinvenuta dove oggi sorge la basilica di S.Pietro (costruita a suon di indulgenze), la quale recava l’iscrizione «Petrus»: ovviamente, si tratta di una asserzione debolissima; quanti «Petrus» potevano esistere nell’Impero? Basarsi su un nome certo non è la migliore garanzia di assenza di errore.

Una volta che la capitale imperiale fu spostata da Roma a Bisanzio, ecco che il papa, libero dalla vicinanza all’imperatore, diventa la figura più importante anche in ambito politico: di lì a breve, avrebbe imposto la sua autorità a tutte le chiese, diventando poi addirittura capo di stato attraverso le acquisizioni territoriali elencate nella famosa «donazione di Costantino», che l’umanista Lorenzo Valla provò essere un falso (ma, come si dice, ormai la frittata era fatta…)

Consideriamo ancora alcuni passaggi delle Scritture:
«Egli [Cristo, ndR] è il capo del corpo, cioè della chiesa; è lui il principio, il primogenito dai morti, affinché in ogni cosa abbia il primato» (Cl.1:18)

«Ogni cosa egli [Dio, ndR] ha posta sotto i suoi [di Cristo, ndR] piedi e lo ha dato per capo supremo alla chiesa» (Ef.1:22)

«Ma voi non vi fate chiamare “Rabbì”; perché uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli. Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo» (Mt.23:8-10)

«Egli [Cristo, ndR] invece, poiché rimane in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette» (Eb.7:24)

Non un uomo, o una catena di uomini: ma Colui che rimane in eterno, che non ha bisogno di intermediari o sostituti, e che ha pagato il peso dei nostri peccati con il suo sangue; ecco chi è il vero capo della chiesa!

Come ha sempre fatto nel corso della storia, la chiesa di Roma ha acquistato potere a furia di intrighi, sotterfugi, e menzogne: non soltanto la dottrina che insegna è contraria allo spirito biblico, perfino la sua stessa gerarchia è frutto di mistificazioni della verità, arrivando addirittura a mettere radici nel paganesimo precristiano. Eppure, giocando sull’ignoranza dei più, è facile far credere ciò che si vuole, specie se frutto di una astuzia che mira soltanto ad acquisire un’influenza sempre maggiore: per questo motivo, l’esortazione che più spesso arriva da queste pagine è quella di sondare le Scritture; soltanto attraverso esse possiamo essere certi del consiglio di Dio, ed entrare quindi in possesso degli strumenti utili a capire cosa sia alla gloria di Dio e cosa invece non lo sia. Dio desidera che gli uomini vengano alla conoscenza della verità, nel suo senso più ampio: e soltanto attraverso la sua Parola può entrare, nella nostra mente e nel nostro cuore, quella luce che è capace di spazzare via secoli di tenebra, di ignoranza, di ipocrisia.

Che la luce di Cristo possa brillare nei vostri cuori, e rendervi capaci di accettare la sua grazia, il suo amore, il suo perdono, e la vita eterna, ricompensa che Egli offre a tutti coloro che credono in Lui: cose, queste, che nessun uomo può concedere ai suoi simili, e che possono procedere soltanto da Dio.



             

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4 Commenti »

  1. Fabio
    | 1 July 2009, 11:12

    Egr. Sig. Musso,
    ho letto più volte il suo articolo riguardo alla chiesa romana, ma da cristiano credente e praticante trovo in esso alcune lacune e discrepanze con l’insegnamento biblico.
    Vengo al dunque, cercando non una mera vena di polemica ma un confronto di opinioni.
    Nella mia convinzione cristiana sono consapevole del comportamento errato della chiesa romana e dello sbagliato modo di approvvigionamento ed utilizzo delle sue risorse economiche.
    Mi rendo anche consapevole di un altro aspetto, e cioè quello altruistico e missionario, l’istituzione di opere di volontariato che, sparse per il mondo donano un po’ di benessere ai meno fortunati.
    Non dimentichiamoci che l’Italia è il Paese che più al mondo fa volontariato e la maggior parte di esso nasce dalla cultura cristiana cattolica.
    Purtroppo la spiritualità viene da Dio e la religione è fatta dagli uomini con le loro debolezze ed i loro difetti.
    Difetti che mostra anche Lei nelle sue parole giudicando su avvenimeti intercorsi quando non esisteva scissione tra le chiese.
    La tipologia di indottrinamento che denotano le sue parole non risulta essere di carattere discorsivo, come anticipa all’inizio dell’articolo, ma di condanna e giudizio nei confronti di “un’altra religione”.
    Parlo di “Altra religione” tra apici perchè fondamentalmente si tratta della stessa religione.
    Noto astio e tentativi polemici da predicatore, da guida e possessore della verità assoluta, un po’ come fanno i nostri politici per screditare gli avversari, e qui riporto un passo della Bibbia che anche lei ha citato.
    «Ma voi non vi fate chiamare “Rabbì”; perché uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli. Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo» (Mt.23:8-10)
    E le ricordo inoltre questo meraviglioso passo sempre di matteo che cita:
    Non giudicate acciocché non siate giudicati; perché col giudicio col quale giudicate, sarete giudicati; e con la misura onde misurate, sarà misurato a voi. E
    perché guardi tu il bruscolo che è nell’occhio del
    tuo fratello, mentre non iscorgi la trave che è
    nell’occhio tuo? Ovvero, come potrai tu dire al
    tuo fratello: Lascia ch’io ti tragga dall’occhio il
    bruscolo, mentre ecco la trave è nell’occhio tuo?
    Ipocrita, trai prima dall’occhio tuo la trave, e
    allora ci vedrai bene per trarre il bruscolo
    dall’occhio del tuo fratello. (liberamente tratto dalla Riveduta del prof. Luzzi)
    Se crede di essere nel giusto sig Musso, non giudichi chi ha sbagliato, mi creda quando le dico che non servono le sue parole perchè basta vedere con i propri occhi il mondo per capire.
    Non creda di avere “Le chiavi della conoscenza”, solo Dio le possiede e coloro che credono in Lui sanno ciò che è giusto e ciò che non lo è.
    Parla di Indulgenze, sperperi, menzogne ma di ogni medaglia abbiamo sempre due facce.
    Non forse anche le altre chiese hanno 8 per 1000 e 5 per 1000?
    Premetto che non condivido le indulgenze ma lo stesso Gesù disse:
    “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi” (Matteo XIX, 21)
    Martin Lutero proclamava la lettura personale della Bibbia per trovare in essa tutte le risposte, purtroppo questo ha portato ad una troppo libera interpretazione delle sacre scritture a partire dalla scelta delle stesse.
    Le chiedo pertanto di proseguire nel suo lavoro ma di non fare il falso profeta o il cavaliere detentore della conoscenza.
    Parli della Bibbia, l’approfondisca per i “non addetti ai lavori” (altro punto che paradossalmente va contro ciò che dice la chiesa evangelica…chi ha il diritto di professarsi “addetto ai lavori” se non chi si crede una guida al di sopra degli altri?) e non giudichi il prossimo per non essere giudicato.
    La fede non sta nel colore delle ostie per la cena, non sta nel pensare che sia più giusto chiamare l’Eucarestia con diversi sinonimi (cena, comunione,rito etc. etc) queste sono elugubrazioni per imbonitori in cerca di adepti.
    la fede sta in Gesù crito e basta e non nelle persone che lo professano siano esse nel giusto o nel torto.
    Ci sarà un giudizio finale e fino ad allora nessuno può sapere esattamente e con certezza chi è nel giust, lo si può immaginare, supporre, ma solo in Cristo sta la verità assoluta.
    Grazie
    Fabio

     

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  2. Emiliano Musso
    solovangelo.it | 1 July 2009, 19:43

    Buonasera sig.Fabio,
    anzitutto, grazie per il suo commento e per la richiesta di un sereno scambio di opinioni, cosa che ritengo sempre auspicabile quando ce ne sia la possibilità: non penso che termini anche «forti» possano minare un proficuo dialogo, e credo che – a volte – uno scambio anche “ruvido” sia preferibile a quell’ecumenismo che non è altro che pretesa di aver ragione mascherata da tolleranza e rispetto.

    Partendo dal fondo del suo commento, concordo pienamente con lei: soltanto in Cristo sta la verità, e chiaramente all’uomo è impossibile conoscere il cuore dei suoi simili. Soltanto Dio sarà in grado di giudicare equamente, e spesso affermo che sia meglio così: ci immaginiamo il giudizio in mano degli uomini? Sarebbe senz’altro tutto, fuorchè amministrazione della giustizia.

    In primis, le chiederei la gentilezza – se davvero le ha notate – di farmi presenti quelle che crede siano discrepanze con l’insegnamento biblico, anche se – mi scuserà – sono convinto che senza tirare in ballo la «Traditio» cattolica questo non le sarà possibile, non perchè io sia una specie di «arrogante dotto» come lei vorrebbe definirmi, ma perchè nel mio dire non ho mai tralasciato la Bibbia, che dovrebbe essere l’unica norma di fede di un cristiano.

    Personalmente, almeno in questo articolo, non ho avuto altro intento se non dimostrare l’illiceità del primato petrino (articolo che fa il paio con quello denominato “Le chiavi del regno”, e che probabilmente sarà seguito da un ulteriore post sempre sul passo di Mt.16:18, affrontato però da una prospettiva linguistica), anche se in altri momenti ho utilizzato un linguaggio ben più forte di quello che ha avuto modo di leggere.

    Se da un lato infatti è vero quanto lei esprime sul giudizio, è altresì vero che l’assenza di tale valutazione negativa è possibile soltanto nel caso in cui ci sia ignoranza da parte di chi commette un certo errore: posso tollerare l’ignoranza della vecchietta che si inginocchia davanti ad una statua, ma non certo quella del vescovo istruito, che ha tutte le possibilità di studiare la Parola e farsi guidare da essa, ma preferisce invece proseguire nello spandere le frottole di una religione umana.

    Ed è questo il motivo per il quale non mi trovo affatto d’accordo con lei, quando afferma la similitudine dele confessioni cristiane: personalmente, non adoro un dio che consegna la propria autorità ad un uomo fallibile, oppure un dio che nel suo essere divino si fa affiancare da altre “divinità” di rango più o meno elevato, alcune addirittura ex-uomini (vedi il caso dei santi).

    Adoro invece un Dio che è Unico, che è il solo ad amministrare la propria autorità, ed è l’Unico Capo della chiesa, che Egli ha voluto suscitare a Sua gloria, non certo affinchè le cosiddette «guide» ne traessero profitto personale.

    Beninteso, condanno solo in seconda battuta gli sfarzi della chiesa romana: per me, al primo posto viene la dottrina, che poi determina tutto il resto.
    Ecco perchè, da un certo punto di vista, rifiuto l’accusa che mi muove di essere una sorta di “imbonitore” che con fare da predicatore cerca di gettare altri nel discredito: se infatti riteniamo (e lei stesso lo scrive nel suo commento) che le «chiavi della conoscenza» siano possedute da Dio soltanto, dobbiamo essere consci del fatto che tali «chiavi» sono trasposte nella Parola di Dio, ossia le Sacre Scritture.

    Questo fatto può portare semplici uomini, come me e lei, ad esprimere pensieri, insegnamenti, dottrine infinitamente superiori alle nostre capacità, poichè non provengono da pareri personali, ma da ciò che Dio stesso ha voluto che fosse scritto nella sua Parola.

    Ecco perchè è necessario che la approfondiamo: perchè in essa si trova la scienza che Dio ha voluto dare all’uomo, affinché questi venga alla conoscenza del suo Creatore. Mi dispiace sempre quando vedo utilizzare la Bibbia in maniera poco appropriata (l’esempio che lei fa nel tentativo di dare una veste “santa” alla pratica delle indulgenze è il più classico esempio di decontestualizzazione), ed ecco perchè non è affatto antitetico parlare di non addetti ai lavori: perchè se è vero che la Bibbia ci parla chiaramente del peccato dell’uomo e del suo bisogno di redenzione in Cristo, vi sono una serie piuttosto corposa di insegnamenti che devono essere collocati nel giusto contesto scritturale, studiando tutto ciò che il consiglio di Dio può dirci su di essi: un compito, questo, sicuramente non alla portata di tutti, per differenti motivi, siano essi la capacità, la disponibilità di tempo, la pigrizia, ecc.

    Sinceramente, mi dispiace del fatto che lei consideri passatempi da imbonitori in cerca di adepti quelli che invece sono insegnamenti scritturali, messi lì affinchè li capiamo, non per essere semplicemente letti come si fa con un libretto di istruzioni, il quale viene poi puntualmente accantonato per lasciar spazio a modesti tentativi «fai da te»: Dio è un Dio di luce, di conoscenza, e la sua Parola è data proprio a questo fine.

    Prima di salutarla, le consiglio la lettura dell’epistola di Giuda, attraverso la quale potrà rendersi conto di come gli apostoli stessi apostrofavano coloro che tentavano di sedurre i credenti con dottrine che tradivano lo spirito cristiano: e considerando che nel caso specifico stiamo parlando di una chiesa che osa ergersi ad intermediaria tra Dio e gli uomini, penso di essermi anche fin troppo trattenuto oltre il livello della cortesia.

    Le auguro ogni bene nel suo percorso di ricerca verso Dio, e mi scuso se le sono sembrato troppo drastico, ma questo è il mio modo di esprimermi sulle cose che ritengo di importanza capitale – questioni sulle quali ne va della salvezza del nostro prossimo.

     

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  3. fabioT
    | 19 October 2009, 20:51

    “A questa Chiesa infatti, per la sua più forte preminenza è necessario che convenga ogni Chiesa, cioè i fedeli che da ogni parte [del mondo] provengono; ad essa, nella quale da coloro che da ogni parte provengono fu sempre conservata la tradizione che discende dagli Apostoli”.
    È con questa definizione che Ireneo, vescovo di Lione, verso la fine del II secolo parla del primato della Chiesa di Roma, nella sua famosa opera in cinque libri Adversus Haereses.
    L’importanza di questa testimonianza sul primato romano, riconosciuto sin dalle origini della Chiesa, va ricercata sia nel periodo in cui viene scritta sia, soprattutto, nello spessore del suo autore.
    Nato probabilmente intorno al 135-140 vicino a Smirne, in Oriente, Ireneo ebbe come maestro il vescovo di questa città, Policarpo, il quale vantava di essere stato discepolo proprio di Giovanni l’Evangelista. Ancora giovane, per motivi a noi ignoti, si trasferì a Lione, in pieno Occidente, dove divenne prima presbitero del vescovo Potino e successivamente, alla morte di questi, vescovo.
    Una prima peculiare caratteristica balza subito all’occhio. Figlio dell’Oriente (allievo di Policarpo), Ireneo rappresenta, durante la sua vita, la Chiesa d’Occidente. Si può affermare, quindi, che il vescovo di Lione racchiude in sè quelli che il papa Giovanni Paolo II chiama “i due polmoni della Chiesa”.
    A Ireneo interessa intrecciare il concetto di supremazia della Chiesa di Roma con quello della sua universalità. La supremazia di Roma viene spiegata riconoscendo la sua grandezza, la sua notorietà, ma soprattutto il fatto che sia stata fondata dagli Apostoli Pietro e Paolo. In realtà, il principale motivo sembra essere proprio la presenza a Roma delle tombe dei due Apostoli e principalmente quella di Pietro, eletto da Cristo quale fondamento della sua Chiesa.
    L’universalità della Chiesa di Roma risulta chiara a Ireneo analizzando la lista dei dodici successori di Pietro, da Lino (primo successore) a Eleuterio (175-189). Questi vescovi di Roma infatti, il cui compito era quello di trasmettere la genuina tradizione apostolica, appartengono, tranne quattro di origine romana, a diversi luoghi del mondo cristiano (Grecia, Siria, Epiro, Aquileia,…).
    Possiamo dire quindi che già nel II secolo dopo Cristo, cioè nel periodo più vicino alla comparsa del cristianesimo, il primato della Chiesa di Roma veniva riconosciuto in tutto il mondo cristiano, sia d’Oriente che d’Occidente. La Chiesa di Roma, ed essa sola, era la Chiesa universale. Tra le tante voci che si levano ad affermarlo, quella autorevole di Ireneo racchiude in sè una particolare importanza. Egli infatti, come già ricordato, appartiene sia all’Oriente, dove ebbe la sua formazione, che all’Occidente, dove svolse il suo mandato pastorale.

    Bibliografia

    Gianpaolo Barra, Il Primato di Pietro nella storia della Chiesa, Mimep Docete, Pessano (MI) 1995
    Margherita Guarducci, Il Primato della Chiesa di Roma, Rusconi, Milano 1991
    Pietro Cantoni – Marco Invernizzi, Guida introduttiva alla storia della Chiesa, Mimep-Docete, Pessano (MI) 1994.

     

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  4. Vincenzo
    | 6 February 2010, 11:29

    Chiunque desidera il primato è un posto di paglia, poichè è di Gesù Cristo (Col.1,15+).
    Il primato del “Pontefice romano”, come altre autorità sono false, basta metterle al confronto con il nostro maestro Gesù Cristo:
    non aveva una abitazione come le volpi e gli uccelli, ma andava di città in città, finchè non trovava una casa ospitale. Il Pontefice romano non ha solo una casa, ma un palazzo, anzi una città:
    la Città del Vaticano.
    Mi sembra contraddittorio vedere il Re dei re, senza una casa quì sulla terra, ed invece il suo servitore, avere addirritura una città.
    Il servo non è maggiore del suo Signore (Gv. 15,20).

     

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