SoloVangelo
Uno sguardo al mondo con gli occhi della fede

Cos'è SoloVangelo?
Ultimi commenti

Licenza
Disclaimer
Feeds
L'angolo della lettura

Jun 30 2009

Le chiavi del regno

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Apologetica, Approfondimenti

Leggendo il mio ultimo articolo, «Un primato di paglia», un lettore ha voluto farmi un’osservazione che intendo discutere, spero approfonditamente, in questa sede. Nel cercare di sostenere il primato petrino, il mio interlocutore ha affermato la parzialità della mia citazione della scrittura di Matteo 16, brano in cui Pietro riconosce in Gesù il Cristo. Il brano prosegue con una affermazione di Gesù, il quale, rivolto al discepolo, dice: «Io ti darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli». Secondo il mio lettore – di estrazione cattolica – dal momento che Gesù ha concesso a Pietro queste «chiavi del regno dei cieli», l’apostolo occuperebbe una posizione di preminenza rispetto al resto del collegio apostolico, posizione poi trasmessa ai suoi successori. Cerchiamo allora di capire cosa si intenda, scritturalmente, con il termine «chiavi del regno», in modo da rendere più completa la dissertazione iniziata con l’articolo precedente, nella speranza di rendere maggiormente chiare le cose.

Contestualizziamo prima di tutto il passo: noteremo che l’affermazione di Gesù appena vista è immediatamente successiva alla dichiarazione di fede dell’apostolo, confessione che – come abbiamo già discusso – fa di lui il primo cristiano, nel vero senso del termine. Posteriormente all’affermazione di Pietro, ecco quella di Gesù sulla consegna delle chiavi, come fosse una conseguenza di ciò che il discepolo aveva appena detto. Qual è la funzione di queste «chiavi»? In analogia con una vera chiave, esse servono ad aprire o chiudere qualcosa, a «legare o sciogliere», per dirla con le parole del brano. A questo proposito, è interessante notare come, contrariamente a quanto sostenuto dal mio interlocutore cattolico, questo privilegio non sia assolutamente riservato a Pietro, ma riguardi anche il resto del collegio apostolico: nel passo di Matteo 18:18, leggiamo infatti «Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo» (in questo caso, Gesù si rivolge al complesso dei discepoli).

Osserviamo ancora come, sia nel caso del brano di Mt.16, che in quello di Mt.18, Gesù non utilizza il tempo presente, bensì il futuro: «Io ti darò le chiavi», «tutte le cose che legherete», ecc.; si tratta quindi, in entrambi i casi, di una promessa di qualcosa che si sarebbe realizzato, ma che ancora non era in vigore mentre veniva affermato. Le «chiavi del regno» identificano un’autorità sicuramente spirituale, che sarebbe stata concessa, in un dato momento futuro, alla chiesa. Tale momento fu posteriore alla resurrezione di Cristo, nel momento della sua ascensione al Padre, attimo in cui Gesù diede “ufficialmente” il mandato agli apostoli di «andare e fare suoi discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt.28:19): come ebbe infatti a dire anche l’apostolo Paolo, «Salito in alto, egli ha portato con sé dei prigionieri e ha fatto dei doni agli uomini» (Ef.4:8); ovviamente, questa concessione di doni non si esaurisce nella consegna della chiavi del regno, ma certamente la include.

Vediamo inoltre come i due passi citati di Matteo vadano «connessi» al brano di Gv.20:22-23: «Detto questo, soffiò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti» ». J. MacArthur commenta così questo brano nel contesto della concessione di autorità agli apostoli:

Questo versetto non dà ai cristiani l’autorità di perdonare i peccati. Gesù stava affermando che il credente può stabilire con fermezza la certezza del perdono del peccatore da parte del Padre, sulla base dell’opera del Figlio, quando il peccatore si pente e crede nel vangelo. Con la stessa certezza, il credente può dire a coloro che rifiutano il messaggio del perdono di Dio, non riponendo la loro fede in Cristo, che i loro peccati non sono perdonati

Una piccola considerazione di carattere storico: la chiesa di Roma, nel tramandare l’elenco dei suoi papi, ricorda il vescovo Lino come immediato successore di Pietro. Ci troviamo ancora nel primo secolo, ed è piuttosto curioso notare come l’ipotetica scelta di successione sia ricaduta su qualcuno che non era stato discepolato dal Cristo stesso, considerando che l’apostolo Giovanni («il discepolo che Gesù amava») era ancora in vita in quel tempo!

Se poi, come abbiamo detto, una chiave serve ad aprire una porta, e quelle di cui stiamo discutendo sono chiamate le «chiavi del regno dei cieli», allora l’autorità concessa da Cristo deve necessariamente riguardare la possibilità di «aprire o chiudere» le porte del regno di Dio. Parafrasando, vediamo come il «padrone di casa» (Gesù), dia le chiavi dell’abitazione a degli «amministratori fidati» (gli apostoli), con la possibilità di «aprirne la porta», oppure di «chiuderla». Dal momento poi che i credenti fanno parte del popolo di Dio, secondo la promessa di Cristo, vediamo quindi che tali «amministratori» sono anche «abitanti» di questa casa, che è data loro in custodia. Definiamo allora la «casa»: abbiamo detto che le chiavi fanno riferimento al regno di Dio, quindi certamente c’è un parallelo: in effetti, coloro che hanno accettato Cristo come Signore e Salvatore entrano a far parte di tale regno, che ora è sospeso nel «già, e non ancora», ma che al momento stabilito da Dio si manifesterà in tutta la sua pienezza. Dunque, la chiesa primitiva (nella persona degli apostoli) riceve questa autorità: permettere o negare l’accesso al regno di Dio. In che modo questo può essere possibile? Vediamolo con un esempio:

In Atti 10, ci è narrata la vicenda della conversione di Cornelio, centurione romano timorato di Dio, il quale mandò a chiamare Pietro su suggerimento di un messaggero celeste: l’apostolo, dapprima reticente, si convinse poi a raggiungere il soldato, per annunciargli la buona notizia del Cristo. L’intera famiglia di Cornelio, udito il messaggio, credette, ricevendo lo Spirito Santo. Pietro quindi li battezzò: ecco che la porta del regno di Dio fu aperta anche ai pagani, che finalmente entravano nella famiglia di Dio. La chiesa, in un certo senso, «amministra» per conto di Cristo stesso l’annuncio del Vangelo a coloro che non lo conoscono, o che lo conoscono in maniera distorta: l’insieme dei credenti, pertanto, è responsabile di far entrare le persone nel regno di Dio («aprendo loro la porta»), annunciando la Parola affinché tutti possano credere nel Salvatore del mondo. Questo, per i cristiani, deve essere un potente stimolo alla responsabilità: se la porta verso la salvezza rimane chiusa per qualcuno a causa della nostra negligenza nell’annuncio, dobbiamo essere consapevoli di stare impedendo al nostro prossimo di venire a conoscenza dell’opera e dell’amore di Cristo, e sappiamo che solo Gesù è la via verso il Padre, quella via unica e vera (Gv.14:6).

Ad ogni modo, rileggendo l’intero capitolo 18 del vangelo di Matteo, noteremo che la frase pronunciata da Gesù verso i discepoli («Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo») è inserita in un contesto ben preciso, che parla del carattere disciplinare interno alla chiesa stessa. Infatti, come ogni istituzione, anche nella chiesa è necessario ordine, considerando, tra l’altro, che il Dio che adoriamo è un Dio di ordine. Pertanto, ci sono alcuni punti che necessitano di cura precisa: nella chiesa del Dio di santità, si deve prestare particolare attenzione alla presenza del peccato.

L’apostolo Paolo dimostra, nella sua prima lettera alla chiesa di Corinto, un esempio di come si applichi questo disciplinare: uno dei membri dell’assemblea, infatti, era colpevole di fornicazione con la moglie di suo padre (non sappiamo se fosse sua madre, oppure una seconda moglie del padre: ad ogni modo, parliamo di una mancanza particolarmente grave). Davanti all’incapacità, da parte dei corinzi, di amministrare questo caso, l’apostolo interviene con queste parole:

«Si ode addirittura affermare che vi è tra di voi fornicazione; e tale immoralità, che non si trova neppure fra i pagani; al punto che uno di voi si tiene la moglie di suo padre! E voi siete gonfi, e non avete invece fatto cordoglio, perché colui che ha commesso quell’azione fosse tolto di mezzo a voi! Quanto a me, assente di persona ma presente in spirito, ho già giudicato, come se fossi presente, colui che ha commesso un tale atto. Nel nome del Signore Gesù, essendo insieme riuniti voi e lo spirito mio, con l’autorità del Signore nostro Gesù, ho deciso che quel tale sia consegnato a Satana, per la rovina della carne, affinché lo spirito sia salvo nel giorno del Signore Gesù» (1Co.5:1-5)

Con l’autorità che il Signore stesso ha concesso agli apostoli, Paolo ordina l’estromissione dalla chiesa di quel tale: si trattava di una persona che aveva già accettato la grazia di Cristo, ma che non si faceva particolari problemi a calpestarla con il suo modo di vivere. Attenzione, però: questo non significa che un credente non possa peccare, ma in questo caso era evidente la mancanza di pentimento. Vedremo infatti che la decisione di Paolo verrà da lui stesso revocata, nel momento in cui saprà del sincero rimorso del peccatore, che verrà quindi riammesso nell’assemblea dei santi (2Co.2:5-10). Nel passo della seconda lettera ai Corinzi appena citato, leggiamo un meraviglioso esempio di una disciplina sensata:

«Basta a quel tale la punizione inflittagli dalla maggioranza; quindi ora, al contrario, dovreste piuttosto perdonarlo e confortarlo, perché non abbia a rimanere oppresso da troppa tristezza. Perciò vi esorto a confermargli il vostro amore; poiché anche per questo vi ho scritto: per vedere alla prova se siete ubbidienti in ogni cosa. A chi voi perdonate qualcosa, perdono anch’io; perché anch’io quello che ho perdonato, se ho perdonato qualcosa, l’ho fatto per amor vostro, davanti a Cristo, affinché non siamo raggirati da Satana; infatti non ignoriamo le sue macchinazioni.» (2Co.2:5-10).

Paolo richiama l’assemblea ad una delle radici dell’insegnamento di Cristo: il perdono. Se la correzione è infatti necessaria in determinate occasioni, questa deve necessariamente venir meno quando scompaiono le cause che l’hanno generata – e non solo: in questo caso, il credente pentito dei propri errori viene riaccolto senza mezzi termini, confortato dall’amore dei fratelli e delle sorelle, e perfettamente ristabilito nella sua condizione di figlio di Dio. Paolo sembra riversare sull’intera assemblea l’autorità di cui era investito: le parole «a chi voi perdonate qualcosa, perdono anch’io» richiamano infatti la consegna delle chiavi del regno ai discepoli. In questo caso, Paolo conferma e sottoscrive l’autorità della stessa assemblea di Corinto, come fosse sua: e lui stesso l’aveva ricevuta da Cristo.

Abbiamo quindi visto, brevemente, un esempio di ciò che può significare il «chiudere la porta del regno» a qualcuno: vediamo che è del tutto assente la volontà di nuocere, ma anzi, è ben presente quella di condurre al ravvedimento. Esiste anche un’applicazione deleteria di un tale principio, ed è quella che Gesù condannò quando, rivolto ai farisei, tuonò con le seguenti parole:

«Guai a voi, dottori della legge, perché avete portato via la chiave della scienza! Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito» (Lc.11:52)

Ancora una volta una chiave – quella della scienza (o conoscenza, dal greco «gnosis», intendendo con tale termine la conoscenza di Dio). I farisei, dall’alto della loro convinzione di essere giusti, in realtà pervertivano i comandamenti di Dio, perchè li riducevano ad una serie di regole (alle quali apportarono molte aggiunte) prive di amore verso il prossimo e verso Dio. Dicevano di seguire la Legge, ma ne tradivano appieno lo spirito: per loro, l’osservanza formale dei precetti veniva al primo posto, senza considerare il vero «motore» della legge di Dio: per questo Gesù li definì, tra le altre cose, «sepolcri imbiancati»: certo, fuori sembravano essere qualcosa di giusto, ma il loro interno era putrido come l’interno di una tomba. Essi stessi erano squalificati dal regno di Dio, ma in qualità di guide religiose del tempo, conducevano molti al loro stesso destino, perchè non insegnavano ciò che nasce da un sincero rapporto con Dio, ma soltanto precetti morti, che non portano da alcuna parte se non alla convinzione di essere «a posto». Una strada, questa, che è ben lontana da quella tracciata da Cristo.

Pietro applicò il principio del «chiudere la porta» anche nel caso di Simon Mago: questi era uno stregone, che vedendo come le persone ricevevano lo Spirito Santo per l’intervento degli apostoli, offrì loro del denaro per poter fare la stessa cosa.

«Ma Pietro gli disse: «Il tuo denaro vada con te in perdizione, perché hai creduto di poter acquistare con denaro il dono di Dio. Tu, in questo, non hai parte né sorte alcuna; perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. Ravvediti dunque di questa tua malvagità; e prega il Signore affinché, se è possibile, ti perdoni il pensiero del tuo cuore. Vedo infatti che tu sei pieno d’amarezza e prigioniero d’iniquità» » (At.8:20-23).

Ecco quindi che a Simon Mago non fu data la possibilità di entrare a fare parte della chiesa – con la promessa futura della resurrezione nel regno di Dio -, perchè il suo cuore era corrotto: egli ricercava potere e prestigio, ed era quindi ben lontano dal capire il suo peccato, e la sua necessità di redenzione in Cristo. Non sappiamo se più tardi egli si sia pentito, e la situazione sia cambiata: ad ogni modo, notiamo che Pietro lascia il giudizio ultimo al Signore («prega il Signore affinché, se è possibile, ti perdoni il pensiero del tuo cuore»).

Un’altra nota interessante è che una tale autorità spirituale fu già concessa in passato: attraverso il profeta Isaia, Dio infatti afferma:
«In quel giorno, io chiamerò il mio servo Eliachim, figlio di Chilchia; lo vestirò della tua tunica, gli allaccerò la tua cintura, rimetterò la tua autorità nelle sue mani; egli sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per la casa di Giuda. Metterò sulla sua spalla la chiave della casa di Davide; egli aprirà, e nessuno chiuderà; egli chiuderà, e nessuno aprirà.» (Is.22:20-22)

Con questa profezia, il Signore avverte Sebna, prefetto del palazzo, che a causa della sua perversità lo avrebbe rimosso dal suo posto, per elevare Eliachim, al quale avrebbe dato una «chiave regale», o del regno (in riferimento a Davide, re d’Israele), con la quale egli avrebbe potuto chiudere senza che nessuno potesse aprire, ed aprire, senza che nessuno potesse chiudere. Ritroveremo la stessa espressione nella visione apocalittica di Giovanni, al quale il Cristo glorificato dirà:

«Queste cose dice il Santo, il Veritiero, colui che ha la chiave di Davide, colui che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre» (Ap.3:7)

Sintetizzando il pensiero fin qui esposto, è evidente che l’autorità di cui stiamo parlando appartiene soltanto a Cristo, ed egli la dona ai credenti affinchè conducano la chiesa nell’attesa del ritorno del Signore. Nondimeno, tale autorità rimane nelle mani di Gesù, che può concederla e revocarla: nel Nuovo Testamento, abbiamo visto come la promessa legata alle chiavi del regno fu fatta prima a Pietro, poi ai restanti apostoli, ma anche come l’adempimento di tale promessa fu contemporaneo per tutti. Non si tratta di una «novità», in quanto anche nei tempi veterotestamentari troviamo la stessa concessione; tuttavia, la chiesa ha ricevuto le chiavi del regno fino al tempo della fine.

Fino ad ora, ho dato per scontato il significato del termine «chiesa», che voglio invece approfondire brevemente per permettere una maggior comprensione. Normalmente, almeno in un paese come il nostro, pronunciando la parola «chiesa» si evoca l’immagine di monasteri di campagna, di edifici riccamente decorati, e di imponenti cattedrali. La Bibbia non contiene affatto questa definizione: dal greco «ekklesia», con la parola «chiesa» si intende un’assemblea, un radunamento, un insieme di persone unite da un comune denominatore.

Infatti, nel Nuovo Testamento leggiamo il termine «ekklesia» sia in riferimento all’insieme dei cristiani di un determinato luogo, che a radunamenti di altra natura: in Atti 19, per esempio, è narrata la sommossa dei commercianti di idoli di Efeso, i quali basavano i loro introiti sulla vendita di statuette raffiguranti la dea Diana. Il loro commercio era messo in serio pericolo dalla predicazione di Paolo nella città, così i vari venditori si radunarono per escogitare un sistema per evitare il tracollo. Ebbene, in greco tale radunamento dei commercianti è definito come «ekklesia». Teniamo quindi a mente che quando si parla di chiesa cristiana, non ci si riferisce ad una istituzione, ad un edificio, a qualcosa di «inerte»: l’«ekklesia» di Cristo è l’insieme di coloro che credono in lui: non cose, ma persone!

Ricapitoliamo quindi i punti menzionati, per avviarci alla conclusione: le «chiavi del regno» rappresentano un’autorità di tipo spirituale che, come abbiamo visto in diverse scritture, può essere definita in modi differenti a seconda dell’aspetto al quale ci stiamo riferendo con maggiore enfasi. Tali chiavi sono, anzitutto, la «chiave di Davide», ossia la chiave di un re per un regno: il possessore legittimo di tale chiave non può che essere il Figlio di Davide, il Cristo; abbiamo visto che alla fine dei tempi, nella visione di Giovanni, Gesù si identifica come “Colui che ha la chiave di Davide”: l’autorità era sua in principio, e lo è ancora adesso, ad un passo dal compimento di ogni cosa.

Poi, essa è la «chiave della scienza»: il dovere di ogni cristiano è quello di predicare la verità del regno di Dio, in maniera chiara e senza distorsioni. Non soltanto insegnare agli altri, ma anche a sé stessi: quando Pietro capì che non doveva considerare i pagani come impuri, spiegandolo poi ai suoi confratelli, applicò proprio questo principio. La chiave della scienza è la comprensione delle vie di Dio per l’uomo, ed è per questo che il cristiano, attraverso tale autorità concessa dal suo Signore, può permettersi di parlare al prossimo di ciò che Dio richiede, e può spiegare cosa sia giusto e cosa no: non lo fa sulla base di un parere arbitrario, ma appunto esercitando la volontà di Dio per la chiesa. A questo proposito, alcuni studiosi ipotizzano che l’espressione «chiave della scienza» possa far riferimento alla consuetudine ebraica di donare ad un neo rabbino la chiave per aprire il luogo in cui sono custoditi gli scritti sacri: egli quindi diventa dispensatore e fruitore della Parola di Dio.

La «chiave del regno» è inoltre chiave di salvezza, proprio perchè apre alla possibilità di venire alla conoscenza di Dio, partecipando quindi al piano di redenzione che Egli ha preparato per ciascun uomo. E quello di predicare il regno è appunto, come abbiamo visto, un compito che spetta ai credenti. Esiste poi l’aspetto della «chiave della disciplina», che è dato dal Signore affinché la chiesa sia mantenuta salda ai principi che Egli ha voluto darci: abbiamo notato come l’apostolo Paolo consideri l’assemblea di Corinto come la leggitima esercitatrice, al suo stesso interno, di tale principio sulla base della medesima autorità a lui concessa da Cristo.

Arriviamo quindi alla conclusione che con l’espressione «chiavi del regno» non possa essere definito altro se non la completezza del mandato di Cristo, che si concretizza prima nei discepoli, e poi viene propagato all’intera cristianità: ne abbiamo considerati alcuni aspetti, ed in effetti ancora molto ci sarebbe da dire; tuttavia è chiaro come l’argomento di questa trattazione non possa essere peculiarità di un solo uomo, ma vada esteso al complesso dei riscattati da Cristo, tenendo comunque ben presente che – in qualità appunto di mandato – ciò che il cristiano si trova ad amministrare non gli appartiene, ma egli lo gestisce secondo il disegno divino: è certamente un’enorme responsabilità, ma al tempo stesso una sicura fonte di gioia, perchè al ritorno di Cristo potremo udire dalla sua voce, secondo le Scritture, il suo plauso: «Ben fatto, buono e fedele servitore!»



             

Parole chiave/Tags: [, , , , , ]


5 Commenti »

  1. fabioT
    | 19 October 2009, 21:13

    «Primo Simone, chiamato Pietro(5). Con questa significativa accentuazione della primazia di Simon Pietro, San Matteo introduce nel suo Vangelo la lista dei Dodici Apostoli, che anche negli altri due Vangeli sinottici e negli Atti inizia con il nome di Simone(6). Questo elenco, dotato di grande forza testimoniale, ed altri passi evangelici(7) mostrano con chiarezza e semplicità che il canone neotestamentario ha recepito le parole di Cristo relative a Pietro ed al suo ruolo nel gruppo dei Dodici(8). Perciò, già nelle prime comunità cristiane, come più tardi in tutta la Chiesa, l’immagine di Pietro è rimasta fissata come quella dell’Apostolo che, malgrado la sua debolezza umana, fu costituito espressamente da Cristo al primo posto fra i Dodici e chiamato a svolgere nella Chiesa una propria e specifica funzione. Egli è la roccia sulla quale Cristo edificherà la sua Chiesa(9); è colui che, una volta convertito, non verrà meno nella fede e confermerà i fratelli(10); è, infine, il Pastore che guiderà l’intera comunità dei discepoli del Signore(11).

    Nella figura, nella missione e nel ministero di Pietro, nella sua presenza e nella sua morte a Roma -attestate dalla più antica tradizione letteraria e archeologica- la Chiesa contempla una profonda realtà, che è in rapporto essenziale con il suo stesso mistero di comunione e di salvezza: «Ubi Petrus, ibi ergo Ecclesia(12). La Chiesa, fin dagli inizi e con crescente chiarezza, ha capito che come esiste la successione degli Apostoli nel ministero dei Vescovi, così anche il ministero dell’unità, affidato a Pietro, appartiene alla perenne struttura della Chiesa di Cristo e che questa successione è fissata nelle sede del suo martirio.

    4. Basandosi sulla testimonianza del Nuovo Testamento, la Chiesa Cattolica insegna, come dottrina di fede, che il Vescovo di Roma è Successore di Pietro nel suo servizio primaziale nella Chiesa universale(13); questa successione spiega la preminenza della Chiesa di Roma(14), arricchita anche dalla predicazione e dal martirio di San Paolo.

    Nel disegno divino sul Primato come «ufficio dal Signore concesso singolarmente a Pietro, il primo degli Apostoli, e da trasmettersi ai suoi successori(15), si manifesta già la finalità del carisma petrino, ovvero «l’unità di fede e di comunione(16) di tutti i credenti. Il Romano Pontefice infatti, quale Successore di Pietro, è «perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli(17), e perciò egli ha una grazia ministeriale specifica per servire quell’unità di fede e di comunione che è necessaria per il compimento della missione salvifica della Chiesa(18).

    (5) Mt 10, 2.

    (6) Cfr. Mc 3, 16; Lc 6, 14; At 1, 13.

    (7) Cfr. Mt 14, 28-31; 16, 16-23 e par.; 19, 27-29 e par.; 26, 33-35 e par.; Lc 22, 32; Gv 1, 42; 6, 67-70; 13, 36-38; 21, 15-19.

    (8) La testimonianza per il ministero petrino si trova in tutte le espressioni, pur differenti, della tradizione neotestamentaria, sia nei Sinottici -qui con tratti diversi in Matteo e in Luca, come anche in San Marco-, sia nel corpo Paolino e nella tradizione Giovannea, sempre con elementi originali, differenti quanto agli aspetti narrativi ma profondamente concordanti nel significato essenziale. Questo è un segno che la realtà Petrina fu considerata come un dato costitutivo della Chiesa.

    (9) Cfr. Mt 16, 18.

    (10) Cfr. Lc 22, 32.

    (11) Cfr. Gv 21, 15-17. Sulla testimonianza neotestamentaria sul Primato, cfr. anche GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Ut unum sint, nn. 90 ss.

    (12) S. AMBROGIO DI MILANO, Enarr. in Ps., 40, 30: PL 14, 1134.

    (13) Cfr. ad esempio S. SIRICIO I, Lett. Directa ad decessorem, 10-II-385: Denz-Hün, n. 181; CONC. DI LIONE II, Professio fidei di Michele Paleologo, 6-VII-1274: Denz-Hün, n. 861; CLEMENTE VI, Lett. Super quibusdam, 29-IX-1351: Denz-Hün, n. 1053; CONC. DI FIRENZE, Bolla Laetentur caeli, 6-VII-1439: Denz-Hün, n. 1307; PIO IX, Lett. Enc. Qui pluribus, 9-XI-1846: Denz-Hün, n. 2781; CONC. VATICANO I, Cost. dogm. Pastor aeternus, cap. 2: Denz-Hün, nn. 3056-3058; CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, cap. III, nn. 21-23; CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA, n. 882; ecc.

    (14) Cfr. S. IGNAZIO D’ANTIOCHIA, Epist. ad Romanos, Intr.: SChr 10, 106-107; S. IRENEO DI LIONE, Adversus haereses, III, 3, 2: SChr 211, 32-33.

    (15) CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 20.

    (16) CONC. VATICANO I, Cost. dogm. Pastor aeternus, proemio: Denz-Hün, n. 3051. Cfr. S. LEONE I MAGNO, Tract. in Natale eiusdem, IV, 2: CCL 138, p. 19.

    (17) CONC. VATICANO II, Cost. dogm. Lumen gentium, n. 23. Cfr. CONC. VATICANO I, Cost. dogm. Pastor aeternus, proemio: Denz-Hün, n. 3051; GIOVANNI PAOLO II, Enc. Ut unum sint, n. 88. Cfr. PIO IX, Lett. del S. Uffizio ai Vescovi d’Inghilterra, 16-IX-1864: Denz-Hün, n. 2888; LEONE XIII, Lett. Enc. Satis cognitum, 29-VI-1896: Denz-Hün, nn. 3305-3310.

    (18) Cfr. Gv 17, 21-23; CONC. VATICANO II, Decr. Unitatis redintegratio, n. 1; PAOLO VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 8-XII-1975, n. 77: AAS 68 (1976) 69; GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Ut unum sint, n. 98.

    E’ gradito un suo commento a quanto da me riportato! Cordiali saluti.

     

    Vota commento:  Add karma Subtract karma  (-1 punti)

  2. Emiliano Musso
    solovangelo.it | 22 October 2009, 20:37

    Un primo dettaglio che vorrei sottolineare, é che tutte le fonti da lei citate sono “di parte”, ossia provengono da encicliche, concili, proclami papali, ecc.., o dalla prima patristica (in realtà quest’ultimo aspetto é appena sfiorato). È chiaro che in un simile contesto, e con tali presupposti, perfino le citazioni della Sacra Scrittura appaiono decontestualizzati, perché non valutati all’interno del testo stesso, ma «condizionati» dal contorno che gli si é voluto dare attraverso il magistero ecclesiale.

    Direi quindi, per iniziare, che le fonti sono alterate di loro: in primis perché la Bibbia non ha necessità di altre autorità al suo fianco (l’uomo che ritiene di proporre un parere autoritario quanto la stessa Parola di Dio é un bestemmiatore), ma anche perché l’intera tesi poggia per gran parte su dichiarazioni di uomini che hanno voluto equipararsi a Dio stesso:

    «Su questa terra, noi occupiamo il posto di Dio Onnipotente» – Papa Leone XIII, enciclica del 1894

    «Il Papa e Dio sono una stessa cosa, ed egli ha ogni potere in cielo ed in terra» – Papa Pio V

    «È certo che i papi non hanno mai deplorato o rifiutato il titolo di “Signore Dio il Papa”, perché il passaggio della glossa in cui lo si legge appare nell’edizione del Diritto Canonico pubblicata a Roma da Gregorio XIII» – Affermazione del frate A.Pereira

    E questo solo per citare tre tra le centinaia di simili asserzioni di cui é piena la storia. È chiaro che un tale atteggiamento squalifica completamente chi lo assume dall’essere anche lontanamente un rappresentante del Dio presentato nelle Scritture, pertanto, in prima battuta, ci sarebbe da chiedersi se ciò che viene dedotto da quanto Dio stesso ha voluto che fosse scritto possa essere messo a paragone con quanto affermato da un gruppo di persone che ha sempre avuto la ferma volontà di primeggiare e di esercitare il potere, anziché imitare quel Maestro che dice di seguire.

    Mi scuso se queste parole appaiono eccessivamente dure o cariche di giudizio, ma ritengo che quando si parla della volontà di Dio si debba essere seri, e non si possa scendere a compromessi di alcun tipo.

     

    Vota commento:  Add karma Subtract karma  (1 punti)

  3. fabioT
    | 22 October 2009, 23:32

    mi scuso se le sembrerò polemico ma la sua frase conclusiva “quando si parla della volontà di Dio si debba essere seri” fa crollare il suo già esile castello: la volontà di Dio (a meno che lei non abbia ricevuto una privata rivelazione) a noi arriva sempre attraverso una mediazione (a volte anche distorta dalla nostra natura), le sembrerà strano forse ma anche i vangeli sono mediati oltre che meditati; a meno che come i mussulmani lei non ritenga che siano stati sussurrati direttamente alle orecchie degli evangelisti dall’arcangelo Gabriele. La sua risposta è parziale in quanto non tiene in nessun conto che la principale obiezione al suo ragionamento è proprio contenuta nei Vangeli, le ricordo le citazioni che a lei sembrano sfuggire:

    (5) Mt 10, 2.”I nomi degli apostoli sono: primo Simone, chiamato Pietro…”

    (6) Cfr. Mc 3, 16; Lc 6, 14; At 1, 13.

    (7) Cfr. Mt 14, 28-31; 16, 16-23 e par.; 19, 27-29 e par.; 26, 33-35 e par.; Lc 22, 32; Gv 1, 42; 6, 67-70; 13, 36-38; 21, 15-19.

    (9) Cfr. Mt 16, 18. ” Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.

    (10) Cfr. Lc 22, 32. “Pietro ho pregato per te, perchè non venga meno la tua fede, e tu una volta ravveduto conferma i tuoi fratelli”

    (11) Cfr. Gv 21, 15-17. “Simone mi vuoi bene tu più di costoro?Pasci le mie pecorelle”

    Sono questi i testi fondamentali sul ministero petrino. Essi tuttavia devono essere considerati nel quadro più completo di tutto il discorso neotestamentario su Pietro, a cominciare dalla collocazione della sua missione nell’insieme del Nuovo Testamento. Nell’epistolario paolino, egli è ricordato come primo testimone della risurrezione (cf. 1Cor 15,3ss), e Paolo dice di essere andato a Gerusalemme «per consultare Cefa» (cf. Gal 1,18). La tradizione giovannea registra una forte presenza di Pietro, e anche nei Sinottici sono numerosi gli accenni a lui.

    Il discorso neotestamentario riguarda anche la posizione di Pietro nel gruppo dei Dodici. In esso emerge il trio Pietro, Giacomo e Giovanni: si pensi, ad esempio, agli episodi della trasfigurazione, della risurrezione della figlia di Giairo, del Getsemani. Pietro è sempre al primo posto in tutte le liste degli apostoli (in Mt 10,2 addirittura col qualificativo di «primo»). A lui viene dato da Gesù un nuovo nome, Kefa, che viene tradotto in greco (era dunque considerato significativo), a designare l’ufficio e il posto che Simone avrà nella Chiesa di Cristo.

    Sono elementi che ci servono per meglio acquisire il significato storico ed ecclesiologico della promessa di Gesù, contenuta nel testo di Matteo (16,18-19), e il conferimento della missione pastorale descritto da Giovanni (21,15-19): il primato di autorità nel collegio apostolico e nella Chiesa.

    Si tratta di un dato di fatto, narrato dagli evangelisti come registratori della vita e della dottrina di Cristo, ma anche come testimoni della credenza e della prassi della prima comunità cristiana. Dai loro scritti risulta che, nei primi tempi della Chiesa, Pietro esercitava l’autorità in modo decisivo al livello più alto. Questo esercizio, accettato e riconosciuto dalla comunità , fa da riscontro storico alle parole pronunciate da Cristo circa la missione e il potere di Pietro.

    E’ facile ammettere che le qualità personali di Pietro non sarebbero state di per sè sufficienti ad ottenere il riconoscimento di una suprema autorità nella Chiesa. Anche se aveva un temperamento da capo, dimostrato già in quella sorta di cooperativa per la pesca sul lago da lui composta con i «soci» Giovanni e Andrea (cf. Lc 5,10), non avrebbe potuto imporsi da solo, dati anche i suoi limiti e difetti altrettanto noti. E, d’altra parte, si sa che durante la vita terrena di Gesù gli apostoli avevano discusso su chi, tra loro, avrebbe avuto il primo posto nel regno. Il fatto, dunque, che l’autorità di Pietro fosse poi pacificamente riconosciuta nella Chiesa, è dovuto esclusivamente alla volontà di Cristo, e mostra che le parole, con le quali Gesù aveva attribuito all’Apostolo la sua singolare autorità pastorale, erano state intese e accolte senza difficoltà nella comunità cristiana.

    Passiamo brevemente in rassegna i fatti. Subito dopo l’ascensione, riferisce il libro degli Atti, gli apostoli si riuniscono: nella loro lista Pietro è nominato per primo (cf. At 1,13), come d’altronde nelle liste dei Dodici che ci vengono fornite dai Vangeli e nell’enumerazione dei tre privilegiati (cf. Mc 5,37; 9,2; 13,3; 14,33 e par.).

    E’ lui, Pietro, che d’autorità prende la parola: «In quei giorni Pietro si alzò in mezzo ai fratelli» (At 1,15). Non è l’assemblea che lo designa. Egli si comporta come uno che possiede l’autorità . In quella riunione Pietro espone il problema creato dal tradimento e dalla morte di Giuda, che riduce a undici il numero degli apostoli. Per fedeltà alla volontà di Gesù, carica di simbolismo circa il passaggio dall’Antico al Nuovo Israele (dodici tribù costitutive-dodici apostoli), Pietro indica la soluzione che s’impone: designare un sostituto che sia, con gli undici, «testimone della risurrezione» di Cristo (cf. At 1,21-22). L’assemblea accetta e mette in pratica questa soluzione, tirando a sorte, affinchè la designazione venga dall’alto (At 1,26).

    Conviene sottolineare che tra i testimoni della risurrezione, in virtù della volontà di Cristo, Pietro aveva il primo posto. L’Angelo che aveva annunciato alle donne la risurrezione di Gesù aveva detto loro: «Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro…» (Mc 16,7). Giovanni lascia entrare Pietro per primo nel sepolcro (cf. Gv 20,1-10). Ai discepoli che ritornano da Emmaus gli altri dicono: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone» (Lc 24,34). E’ una tradizione primitiva, raccolta dalla Chiesa e riferita da san Paolo, che il Cristo risorto apparve prima a Pietro: «Apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1Cor 15,5).

    Questa priorità corrisponde alla missione assegnata a Pietro di confermare i suoi fratelli nella fede, come primo testimone della risurrezione.

    Il giorno di Pentecoste Pietro agisce da capo dei testimoni della risurrezione. E’ lui che prende la parola, per un impulso spontaneo: «Pietro, levatosi in piedi con gli altri undici, parla a voce alta» (At 2,14). Commentando l’avvenimento, egli dichiara: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato, e noi ne siamo testimoni» (At 2,32). Tutti i Dodici ne sono testimoni: Pietro lo proclama a nome di tutti loro. Egli è il portavoce istituzionale, possiamo dire, della prima comunità e del gruppo degli apostoli. Sarà lui ad indicare agli ascoltatori che cosa devono fare: «Pentitevi, e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo…» (At 2,38).

    E’ ancora Pietro che opera il primo miracolo, provocando l’entusiasmo della folla. Secondo la narrazione degli Atti, egli si trova in compagnia di Giovanni quando si volge verso lo storpio che chiede l’elemosina. E’ lui che parla. «Pietro fissò lo sguardo su di lui insieme a Giovanni e disse: “Guarda verso di noi!”. Ed egli (lo storpio) si volse verso di loro, aspettandosi di ricevere qualcosa. Ma Pietro gli disse: “Non possiedo nè argento nè oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!”. E presolo per la mano destra, lo sollevò². Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono, e, balzato in piedi, camminava…» (At 3,3-8). Dunque Pietro, con le sue parole e i suoi gesti, si fa strumento del miracolo, convinto di disporre del potere derivato a lui da Cristo anche in questo campo.

    Proprio in questo senso egli spiega al popolo il miracolo, mostrando che la guarigione manifesta la potenza del Cristo risorto: «Dio l’ha risuscitato dai morti, e di questo ne siamo testimoni» (At 3,15). In conseguenza, egli esorta gli ascoltatori: «Pentitevi, e cambiate vita!» (At 3,19).

    Nell’interrogatorio del Sinedrio è Pietro, «pieno di Spirito Santo», che parla, per proclamare la salvezza portata da Gesù Cristo (cf. At 4,8s), crocifisso e risorto (cf. At 4,10).

    Successivamente è Pietro che, «insieme agli apostoli», risponde al divieto di insegnare a nome di Gesù: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini…» (At 5,29).

    Anche nel caso penoso di Anania e Saffira, Pietro manifesta la sua autorità come responsabile della comunità . Rimproverando a quella coppia cristiana la menzogna circa il ricavato della vendita di un podere, egli accusa i due colpevoli di aver mentito allo Spirito Santo (cf. At 5,1-11).

    Parimenti lo stesso Pietro risponde a Simon mago, che aveva offerto del denaro agli apostoli per ottenere lo Spirito Santo con l’imposizione delle mani: «Il tuo denaro vada in perdizione con te, perchè hai osato pensare di acquistare col denaro il dono di Dio… Pentiti dunque di questa iniquità , e prega il Signore che ti sia perdonato questo pensiero!» (At 8,20.22).

    Gli «Atti», inoltre, ci dicono che Pietro è considerato dalla folla come colui che, più ancora degli altri apostoli, opera delle meraviglie. Certo, egli non è il solo a compiere miracoli: «Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli» (At 5,12). Ma è soprattutto da lui che si aspettano delle guarigioni: «Portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perchè, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro» (At 5,15).

    Una cosa dunque risalta chiaramente in questi primi momenti di avvio della Chiesa: sotto la forza dello Spirito e in coerenza con il mandato di Gesù, Pietro agisce in comunione con gli apostoli, ma prende l’iniziativa e decide personalmente come capo.

    6. Si spiega così anche il fatto che, al momento dell’imprigionamento di Pietro da parte di Erode, si sia innalzata nella Chiesa una preghiera più ardente per lui: «Pietro era tenuto in prigione, mentre una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui» (At 12,5). Anche questa preghiera deriva dalla convinzione comune della importanza unica di Pietro: con essa ha inizio la ininterrotta catena di suppliche che nella Chiesa si eleveranno in ogni tempo per i successori di Pietro.

    L’intervento dell’Angelo e la liberazione miracolosa (cf. At 12,6-17), peraltro, manifestano la speciale protezione di cui gode Pietro: protezione che gli permette di compiere tutta la missione pastorale che gli è stata assegnata. Questa protezione e assistenza chiederanno i fedeli per i successori di Pietro nelle pene e nelle persecuzioni che incontreranno sempre nel loro ministero di «servi dei servi di Dio».

    Possiamo concludere col riconoscere che veramente nei primi tempi della Chiesa Pietro agisce come colui che possiede la prima autorità nell’ambito del collegio degli apostoli, e che per questo parla a nome dei Dodici come testimone della risurrezione.

    Per questo compie miracoli che assomigliano a quelli di Cristo e li opera in suo nome. Per questo assume la responsabilità del comportamento morale dei membri della prima comunità e del suo futuro sviluppo. Per questo egli è al centro dell’interesse del nuovo popolo di Dio e della preghiera rivolta al cielo per ottenere a lui protezione e liberazione.

    Prenda tutto il tempo che vuole ma non mi citi pezzi di magistero estrapolati qua e là e quindi decontestualizzati, il suo sitosi chiama “solovangelo” ecco parliamo solo di quello allora! cordiali saluti!

     

    Vota commento:  Add karma Subtract karma  (0 punti)

  4. fabioT
    | 23 October 2009, 16:11

    Che strano! Pensavo di aver risposto ieri sera, ma oggi non ho più trovato il mio commento, certo che non si tratti di censura provo a riproporglielo.

    “tutte le fonti da lei citate sono di parte”…le faccio notare che più della metà delle fonti da me riportate sono tratte dai vangeli e che le principali obiezioni al suo fragile ragionamento si trovano proprio nel Nuovo Testamento, al contrario lei arbitrariamente ha preso in considerazione solo affermazioni prese qua e là decontestualizzate e prive di ogni senso se riferite all’argomento trattato.
    Inoltre considerare di parte le fonti patristiche (ambrogio e Ireneo di Lione, per citarne solo due) equivale ad affermare che la Chiesa delle origini è proprio quella cattolica.
    Mi stupisce come un sito che ha come titolo “solovangelo” non sappia poi rispondere nel merito, ma stupisce ancor di più come si possa negare una cosa talmente ovvia come il primato di Pietro.

    L’evangelista Giovanni, raccontando del primo incontro di Gesù con Simone, fratello di Andrea, registra un fatto singolare: Gesù, “fissando lo sguardo su di lui, disse: Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Kefa (che vuol dire Pietro)” (Gv 1,42). Gesù non era solito cambiare il nome ai suoi discepoli. Se si eccettua l’appellativo di “figli del tuono”, rivolto in una precisa circostanza ai figli di Zebedeo (cfr Mc 3,17) e non più usato in seguito, Egli non ha mai attribuito un nuovo nome ad un suo discepolo. Lo ha fatto invece con Simone, chiamandolo Kefa, nome che fu poi tradotto in greco Petros, in latino Petrus. E fu tradotto proprio perché non era solo un nome; era un “mandato” che Petrus riceveva in quel modo dal Signore. Il nuovo nome Petrus ritornerà più volte nei Vangeli e finirà per soppiantare il nome originario Simone.

    Il dato acquista particolare rilievo se si tiene conto che, nell’Antico Testamento, il cambiamento del nome preludeva in genere all’affidamento di una missione (cfr Gn 17,5; 32,28 ss. ecc.). Di fatto, la volontà di Cristo di attribuire a Pietro uno speciale rilievo all’interno del Collegio apostolico risulta da numerosi indizi: a Cafarnao il Maestro va ad alloggiare nella casa di Pietro (Mc 1,29); quando la folla gli si accalca intorno sulla riva del lago di Genesaret, tra le due barche lì ormeggiate, Gesù sceglie quella di Simone (Lc 5,3); quando in circostanze particolari Gesù si fa accompagnare da tre discepoli soltanto, Pietro è sempre ricordato come primo del gruppo: così nella risurrezione della figlia di Giairo (cfr Mc 5,37; Lc 8,51), nella Trasfigurazione (cfr Mc 9,2; Mt 17,1; Lc 9,28), e infine durante l’agonia nell’Orto del Getsemani (cfr Mc 14,33; Mt 16,37). E ancora: a Pietro si rivolgono gli esattori della tassa per il Tempio ed il Maestro paga per sé e per lui soltanto (cfr Mt 17, 24-27); a Pietro per primo Egli lava i piedi nell’ultima Cena (cfr Gv 13,6) ed è per lui soltanto che prega affinché non venga meno nella fede e possa confermare poi in essa gli altri discepoli (cfr Lc 22, 30-31).

    Pietro stesso è, del resto, consapevole di questa sua posizione particolare: è lui che spesso, a nome anche degli altri, parla chiedendo la spiegazione di una parabola difficile (Mt 15,15), o il senso esatto di un precetto (Mt 18,21) o la promessa formale di una ricompensa (Mt 19,27). In particolare, è lui che risolve l’imbarazzo di certe situazioni intervenendo a nome di tutti. Così quando Gesù, addolorato per l’incomprensione della folla dopo il discorso sul “pane di vita”, domanda: “Volete andarvene anche voi?”, la risposta di Pietro è perentoria: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (cfr Gv 6, 67-69). Ugualmente decisa è la professione di fede che, ancora a nome dei Dodici, egli fa nei pressi di Cesarea di Filippo. A Gesù che chiede: “Voi chi dite che io sia?”, Pietro risponde: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 15-16). Di rimando Gesù pronuncia allora la dichiarazione solenne che definisce, una volta per tutte, il ruolo di Pietro nella Chiesa: “E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa… A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” (Mt 16, 18-19). Le tre metafore a cui Gesù ricorre sono in se stesse molto chiare: Pietro sarà il fondamento roccioso su cui poggerà l’edificio della Chiesa; egli avrà le chiavi del Regno dei cieli per aprire o chiudere a chi gli sembrerà giusto; infine, egli potrà legare o sciogliere nel senso che potrà stabilire o proibire ciò che riterrà necessario per la vita della Chiesa, che è e resta di Cristo. E’ sempre Chiesa di Cristo e non di Pietro. E’ così descritto con immagini di plastica evidenza quello che la riflessione successiva qualificherà con il termine di “primato di giurisdizione”.

    Questa posizione di preminenza che Gesù ha inteso conferire a Pietro si riscontra anche dopo la risurrezione: Gesù incarica le donne di portarne l’annunzio a Pietro, distintamente dagli altri Apostoli (cfr Mc 16,7); da lui e da Giovanni corre la Maddalena per informare della pietra ribaltata dall’ingresso del sepolcro (cfr Gv 20,2) e Giovanni cederà a lui il passo quando i due arriveranno davanti alla tomba vuota (cfr Gv 20,4-6); sarà poi Pietro, tra gli Apostoli, il primo testimone di un’apparizione del Risorto (cfr Lc 24,34; 1 Cor 15,5). Questo suo ruolo, sottolineato con decisione (cfr Gv 20,3-10), segna la continuità fra la preminenza avuta nel gruppo apostolico e la preminenza che continuerà ad avere nella comunità nata con gli eventi pasquali, come attesta il Libro degli Atti (cfr 1,15-26; 2,14-40; 3,12-26; 4,8-12; 5,1-11.29; 8,14-17; 10; ecc.). Il suo comportamento è considerato così decisivo, da essere al centro di osservazioni ed anche di critiche (cfr At 11,1-18; Gal 2,11-14). Al cosiddetto Concilio di Gerusalemme Pietro svolge una funzione direttiva (cfr At 15 e Gal 2,1-10), e proprio per questo suo essere il testimone della fede autentica Paolo stesso riconoscerà in lui una certa qualità di “primo” (cfr 1 Cor 15,5; Gal 1,18; 2,7s.; ecc.). Il fatto, poi, che diversi dei testi chiave riferiti a Pietro possano essere ricondotti al contesto dell’Ultima Cena, in cui Cristo conferisce a Pietro il ministero di confermare i fratelli (cfr Lc 22,31 s.), mostra come la Chiesa che nasce dal memoriale pasquale celebrato nell’Eucaristia abbia nel ministero affidato a Pietro uno dei suoi elementi costitutivi.

    Questa contestualizzazione del Primato di Pietro nell’Ultima Cena, nel momento istitutivo dell’Eucaristia, Pasqua del Signore, indica anche il senso ultimo di questo Primato: Pietro, per tutti i tempi, dev’essere il custode della comunione con Cristo; deve guidare alla comunione con Cristo; deve preoccuparsi che la rete non si rompa e possa così perdurare la comunione universale. Solo insieme possiamo essere con Cristo, che è il Signore di tutti. Responsabilità di Pietro è di garantire così la comunione con Cristo con la carità di Cristo, guidando alla realizzazione di questa carità nella vita di ogni giorno.

    Il primato romano nella Chiesa è “necessario”, oggi come in passato è “al servizio della verità e della carità” e “serve la comunione” nell’unica Chiesa di Cristo…sopratutto per evitare cose come queste

    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/inbreve/2009/10/22/visualizza_new.html_989650572.html

    Complimenti!

     

    Vota commento:  Add karma Subtract karma  (0 punti)

  5. Emiliano Musso
    solovangelo.it | 23 October 2009, 19:38

    Inizio con una precisazione, che forse le sembrerà antipatica ma che é assolutamente doverosa: in questo spazio raramente si é applicata la censura, e soltanto nei casi in cui é stata tentata la diffamazione nei confronti di persone che non avevano possibilità di replica, e che comunque sarebbero state autorizzate a procedere per vie ben diverse da quelle del “pacifico” scritto on-line. Tra i nostri commentatori abbiamo avuto addirittura satanisti, si figuri se applichiamo la censura su argomenti apparentemente scomodi, che poi scomodi non sono mai perché mettono in condizione di riflettere!

    In seconda battuta, mi permetta di restituire al mittente l’affondo sulle nozze omosessuali legate alla chiesa luterana: lungi dal voler stigmatizzare un’intera categoria, che cosa direbbe se io postassi un articolo sui sacerdoti che abusano di bambini? Potremmo affermare che tale situazione sia generalizzata e che sia rappresentativa di un intero settore? Mi pare di no, e quindi gradirei quantomeno l’umiltà di riconoscere che la pretesa relativa ad un presunto primato non impedisce di compiere nefandezze contrarie alla volontà di Dio come quella da me citata, oppure di affermare bestialità come le referenze papali da me riportare nel precedente commento. Al tempo stesso, il fatto che anche il cattolicesimo sia zeppo di manifestazioni come quella che lei ha avuto la dovizia di citare, dovrebbe richiamare al più classico confronto tra la pagliuzza e la trave, specie quando si ha la presunzione di voler essere gli unici portavoce “ufficiali” di Dio.

    Detto questo, c’é da considerare che il primato petrino, per come lo stiamo discutendo e per come é sentito in ambito cattolico, non riguarda tanto la figura di Pietro stesso, quanto piuttosto ciò di cui ci si vorrebbe appropriare appellandosi ad un’ipotetica “continuità di ministero” – espressione, questa, già fuorviante di suo, perché evoca quel patto veterotestamentario fatto di paramenti, di osservanze, di differenze tra clero e laici, quel patto che la lettera agli Ebrei definisce ormai concluso, sostituito dall’unica mediazione di Cristo, senza più necessità di «cose che erano l’ombra di ciò che sarebbe venuto».

    Che Pietro, per un periodo, sia stato alla guida della chiesa nascente, é fuori discussione, basta leggere l’inizio del libro degli Atti per rendersene conto. Che sia stato, invece, quello che un papa pretende di essere oggi é qualcosa di assolutamente falso e fuorviante: non solo Pietro non si riteneva al di sopra degli altri, ma addirittura il resto della chiesa poteva permettersi di mettere in discussione il suo operato (vedi il caso del battesimo di Cornelio), e lo stesso Paolo lo riprese bruscamente quando si separò dagli incirconcisi per non causare problemi ai giudei (vedi Galati). Dopo un certo periodo, vediamo Giacomo alla guida della chiesa di Gerusalemme, anche lui senza la pretesa di essere un dio tra gli uomini.

    Anche dagli oppositori del cristianesimo, Pietro era visto come figura certamente carismatica, ma non fondamentale, perlomeno non più degli altri: infatti il primo ad essere colpito dall’ondata persecutrice fu appunto il già citato Giacomo, e solo dopo si tentò di uccidere Pietro (cosa che, comunque, era in programma per tutti i discepoli diretti di Cristo).

    Parlare dei miracoli compiuti da Pietro come qualcosa di speciale, é errato: anche gli altri discepoli facevano altrettanto, e perfino di Stefano, uno dei diaconi, ci é detto che compiva grandi prodigi tra il popolo. La cosa non deve meravigliare: come dice la già citata lettera agli Ebrei al capitolo 2, era necessario che le parole della predicazione fossero confermate dalle opere, per far comprendere ai destinatari del Messaggio che esso proveniva direttamente da Dio. Il merito umano é escluso.

    Il discorso relativo all’affermazione di Cristo in merito all’istituzione della chiesa é già stato oggetto, su queste pagine, di un articolo dedicato, dove si può notare come quello che era soltanto un paragone nato sulla base di una somiglianza linguistica sia stato distorto fino a farlo assomigliare a quello che la chiesa di Roma ha poi definito quasi come un “passaggio di autorità”.

    Volendo inoltre considerare gli aspetti storici successivi alla rivelazione biblica, nei quali dovremmo trovare qualche riferimento ad una reale successione apostolica, vediamo che essa non é affatto presente, ma anzi solleva dubbi in merito alla liceità delle dichiarazioni del magistero cattolico. Cito un passo interessante dal sito di Marco Capurro:

    Si sostiene che Pietro fosse il vescovo di Roma, ma non pare nemmeno certo che a Roma egli si sia fermato per un certo tempo (i più accreditati studiosi gli attribuiscono al massimo tre anni di permanenza nella città). E’ invece sicuro che nella lettera di Paolo del 58 d.C., indirizzata ai Romani, egli menziona personalmente 29 individui, ma non saluta affatto Pietro. Omissione sconcertante se Pietro fosse stato formalmente il vescovo di Roma.

    D’altra parte non c’era alcuna ragione per la quale Pietro dovesse essere vescovo a Roma. Non era nemmeno stato vescovo a Gerusalemme, dove , dopo la morte di Gesù, capo della Chiesa era diventato Giacomo, il fratello del Signore.

    C’è poi anche il fatto stranissimo che il nome di Pietro non appare nei primi successivi (all’epoca di Pietro) elenchi dei vescovi di Roma. Ireneo, vescovo di Lione dal 178 al 200 d.C., che può citare con assoluta precisione la propria personale sequenza di “tradizione” vescovile sino a risalire direttamente all’apostolo Giovanni, elenca tutti i vescovi di Roma fino al dodicesimo, Eleuterio, ma, come primo vescovo, parte da tale “Lino”.

    Altrettanto si ritrova nella “Costituzione Apostolica” dell’anno 270, nella quale si precisa che Lino ottenne la sua nomina direttamente da Paolo.

    Proprio nel tentativo di risolvere l’incongruenza in molti elenchi di pontefici seicenteschi i pontefici numero uno e due delle antiche liste, Lino e Cleto, vengono addirittura ridotti alla qualità vescovile, saltando a pié pari da Pietro a Clemente (e ricordiamo che, in realtà, la medesima idea “cattolica” di “papa” era in quel tempo senza significato alcuno).

    Secondo alcuni la cosa si spiega soltanto con l’ipotesi che nella mente degli antichi commentatori gli apostoli costituissero una classe a parte, da non confondere con le normali gerarchie, e che essi, gli apostoli, non appartenessero a nessun luogo specifico ma a tutta la Chiesa in senso lato.

    La Chiesa [cattolico-romana, NdR] ha stabilito come essenziale elemento di “fede” (e di potere come vedremo) che i papi sono successori di S.Pietro come vescovo di Roma, ma egli non ha mai portato quel titolo, che gli fu attribuito solo molti secoli dopo.

    Su questa esile ed inconsistente base il Papa è diventato l’ultimo sovrano assoluto sul pianeta, con poteri che hanno del fantastico.

    Naturalmente, come tutti i regnanti di questo genere, la sua corte burocratica, la Curia, che alla fin fine ha sempre vinto tutte le sue battaglie, risulta in grado di condizionarne pesantemente le scelte sia direttamente sia indirettamente, filtrando opportunamente le informazioni destinate al Pontefice

    Ancora più strano è che questo potere assoluto, costruito appunto sulla inesistente correlazione con Pietro con la straordinaria frase “Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversus eam” (giustificata dagli studiosi con il fatto che in Aramaico “Pietro” e “rocca/pietra” sono entrambi “Cepha”), non abbia trovato fondamento teologico alcuno fino al XV° secolo.

    A Cipriano, Origene, Cirillo, Ilario, Gerolamo, Ambrogio, Agostino, per citarne alcuni, non verrebbe mai in mente di applicarla al Papa, anzi proprio fino al XV° secolo era prassi costante riferirsi solo al Signore come unica “pietra portante” della Chiesa.

    Inoltre Pietro non era nemmeno un grandissimo esempio in ordine alla “infallibilità” autoattribuitasi dai pontefici. Pietro fece terribili errori sia prima sia dopo la morte di Gesù (i vari tradimenti, il tentativo di impedirgli di andare a Gerusalemme,etc.) tanto che uno dei più grandi studiosi di diritto canonico, Graziano, nel 1150, dice:” Petrus cogebat Gentes Judaizare et a veritate evangeli recedere” , cioè “Pietro spingeva i Gentili a vivere come Ebrei allontanandosi dalla verità del Vangelo”.

    Il magistero non soltanto non é affatto necessario, ma addirittura dannoso ed oltraggioso per stessa ammissione della Parola di Dio:

    11 Se dunque la perfezione fosse stata possibile per mezzo del sacerdozio levitico (perché su quello è basata la legge data al popolo), che bisogno c’era ancora che sorgesse un altro sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec e non scelto secondo l’ordine di Aaronne? 12 Poiché, cambiato il sacerdozio, avviene necessariamente anche un cambiamento di legge. 13 Infatti, queste parole sono dette a proposito di uno che appartiene a un’altra tribù, della quale nessuno fu mai assegnato al servizio dell’altare; 14 è noto infatti che il nostro Signore è nato dalla tribù di Giuda, per la quale Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio. 15 E la cosa è ancor più evidente quando sorge, a somiglianza di Melchisedec, un altro sacerdote 16 che diventa tale non per disposizione di una legge dalle prescrizioni carnali, ma in virtù della potenza di una vita indistruttibile; 17 perché gli è resa questa testimonianza:
    «Tu sei sacerdote in eterno
    secondo l’ordine di Melchisedec».
    18 Così, qui vi è l’abrogazione del comandamento precedente a motivo della sua debolezza e inutilità 19 (infatti la legge non ha portato nulla alla perfezione); ma vi è altresì l’introduzione di una migliore speranza, mediante la quale ci accostiamo a Dio.
    20 Questo non è avvenuto senza giuramento. Quelli sono stati fatti sacerdoti senza giuramento, 21 ma egli lo è con giuramento, da parte di colui che gli ha detto:
    «Il Signore ha giurato e non si pentirà:
    “Tu sei sacerdote in eterno”».
    22 Ne consegue che Gesù è divenuto garante di un patto migliore del primo.
    23 Inoltre, quelli sono stati fatti sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare; 24 egli invece, poiché rimane in eterno, ha un sacerdozio che non si trasmette. 25 Perciò egli può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio, dal momento che vive sempre per intercedere per loro.
    26 Infatti a noi era necessario un sommo sacerdote come quello, santo, innocente, immacolato, separato dai peccatori ed elevato al di sopra dei cieli; 27 il quale non ha ogni giorno bisogno di offrire sacrifici, come gli altri sommi sacerdoti, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo; poiché egli ha fatto questo una volta per sempre quando ha offerto se stesso. 28 La legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza; ma la parola del giuramento fatto dopo la legge costituisce il Figlio, che è stato reso perfetto in eterno. (Ebrei, cap.7)

    Un solo Sommo Sacerdote, Vivente, un solo Mediatore che ministra ed intercede per il suo popolo: la pretesa di aver ereditato l’autorità di Cristo fallisce miseramente davanti alla Parola di Dio.

    Un saluto,

     

    Vota commento:  Add karma Subtract karma  (0 punti)

Feed RSS per i commenti a questo post.


URL per trackback

Lasciate un vostro commento

XHTML: È possibile utilizzare questi tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Tastiera ebraica: utilizzare la tastiera seguente per inserire caratteri dell'alfabeto ebraico

Tastiera greca: utilizzare la tastiera seguente per inserire caratteri dell'alfabeto greco

SoloVangelo, powered by WordPress | SoloVangelo.it theme created by Emiliano Musso

Amministrazione sito | Copyright ©2008