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Jul 03 2009

Il piccolo sasso e la grande Roccia

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Apologetica, Approfondimenti

Questo articolo vuol essere la «chiusura» delle riflessioni sull’invenzione del primato petrino iniziate alcuni giorni fa con l’articolo «Un primato di paglia», seguito da «Le chiavi del regno», in cui abbiamo discusso della natura del dono che Gesù ha concesso a tutti coloro che credono in Lui: in questa sede faremo, invece, alcune considerazioni di carattere linguistico su uno dei passi che abbiamo avuto modo di vedere nei giorni scorsi, e dal quale è nata poi tutta la discussione, ossia il brano di Matteo 16:18.

In esso, abbiamo visto Gesù affermare: «E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell’Ades non la potranno vincere». Dalle nostre precedenti considerazioni, credo che ormai siano chiare le implicazioni legate a questo passo, ma ho ancora ricevuto un commento con la richiesta di dimostrare che la «pietra» a cui fa riferimento Cristo non sia appunto «Pietro»: infatti, la chiesa di Roma (o, perlomeno, il mio interlocutore cattolico) ritiene che il fondamento su cui Gesù ha edificato la sua chiesa risieda nell’apostolo. Se è vero che da un lato basterebbe usare la logica, confrontando le varie scritture neotestamentarie, per capire che le cose non stanno così, penso che una analisi più approfondita non possa che fare del bene.

È necessario pertanto che, nel tentativo di sbrogliare questa matassa, ci rifacciamo alla lingua in cui è stato scritto il Nuovo Testamento, ossia il greco koiné: ogni altra considerazione che non parta dall’analisi del testo originale, ma si basi esclusivamente sulle moderne traduzioni, è infatti parziale e passibile di errore, in quanto l’adattamento linguistico di uno scritto in un’altro idioma è cosa non sempre facile, ed il rischio di tralasciare alcune sfumature (spesso tutt’altro che marginali) che invece sono percepibili nel testo “autentico” è costantemente dietro l’angolo: il brano che stiamo analizzando ricade proprio in questa casistica.

Secondo il Textus Receptus, la resa di Matteo 16:18 è la seguente:
«καγω δε σοι λεγω οτι συ ει πετρος και επι ταυτη τη πετρα οικοδομησω μου την εκκλησιαν και πυλαι αδου ου κατισχυσουσιν αυτης» (Mt.16:18)

Vediamo quindi che Gesù chiama il suo discepolo «Pètros», ma nell’indicare ciò che sarà il fondamento della chiesa si riferisce ad una «petra». Sono termini equivalenti? Intanto, essendo differenti nel genere, non è possibile fare il gioco di parole che vorrebbero sostenere i cattolici, affermando che si tratti della stessa “pietra”. Facciamo però un salto ancora più “indietro”: nonostante gli scritti neotestamentari siano stati redatti in greco, sappiamo infatti che la lingua parlata dal Cristo e dai suoi apostoli era l’aramaico. Anche le scritture greche riportano, in diversi passi che elencheremo più tardi, la traslitterazione del nome “originale” dell’apostolo «Pètros», ossia «Kefa». Cosa significa questo termine? Stando alla definizione di diversi studiosi, con la parola «kefa» si indica un sasso, spesso di colore verde, che presso alcune popolazioni della zona era utilizzato a fini divinatori. Ad ogni buon conto, stiamo parlando di una «piccola pietra», e se pensiamo che questo sia un dettaglio di poco conto, nel proseguo dell’articolo dimostrerò invece come le cose siano ben diverse.

Vediamo ora cosa intenda la lingua greca con il termine «petra»: se l’analogia che alcuni vorrebbero dare per vera fosse tale, dovremmo aspettarci un parallelismo di significato con l’aramaico «kefa»; in tutto il resto del Nuovo Testamento, però, quando viene utilizzato il termine «petra» è sempre in riferimento ad un grande masso, una pesante pietra sepolcrale, un macigno il cui spostamento è umanamente impossibile. Vedremo tra poco come «petra» sia anche usato per rendere l’immagine di un luogo stabile, sicuro. Se volessimo controllare eventuali referenze extra-bibliche di tale significato, potremmo rifarci, per esempio, al poema epico di Ulisse: nel testo, possiamo leggere che la grande roccia scaraventata dal ciclope Polifemo in mare era appunto una «petra». Ci sono altri modi per definire una sasso di dimensioni più modeste, e quello che più spesso troviamo nella narrazione neotestamentaria è λιθος (lithos).

Consideriamo ancora la presenza del termine «petra» nella versione biblica dei LXX: essa è una traduzione delle Scritture ebraiche in lingua greca, per facilitare i giudei che, di ritorno dalla diaspora, avevano dimenticato la lingua natìa, ma che conoscevano invece l’idioma internazionale del tempo (il greco, appunto). Ebbene, anche in questo caso, vedremo come la dizione di «roccia», «masso», «grande pietra» sia sempre e comunque «petra». Di conseguenza, un modo più consono al tenore generale del Nuovo Testamento per tradurre il passo di Matteo 16:18 potrebbe essere: «E anch’io ti dico: tu sei Pietro, e su questa roccia edificherò la mia chiesa»: una «piccola pietra» (kefa), messa a paragone di una grande «roccia» (petra). A questo punto ritengo sia quantomeno scontato chiederci a cosa si stesse riferendo Gesù quando parlava di un’entità di evidentemente più grande del suo apostolo.

Nell’insegnamento di Cristo, la «solida roccia», il principio sul quale è necessario edificare, non è certo Pietro; vediamo un esempio:

«πας ουν οστις ακουει μου τους λογους τουτους και ποιει αυτους ομοιωσω αυτον ανδρι φρονιμω οστις ωκοδομησεν την οικιαν αυτου επι την πετραν»

«Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica sarà paragonato a un uomo avveduto che ha costruito la sua casa sopra la roccia»

«και κατεβη η βροχη και ηλθον οι ποταμοι και επνευσαν οι ανεμοι και προσεπεσον τη οικια εκεινη και ουκ επεσεν τεθεμελιωτο γαρ επι την πετραν»

«La pioggia è caduta, sono venuti i torrenti, i venti hanno soffiato e hanno investito quella casa; ma essa non è caduta, perché era fondata sulla roccia»(Mt.7:24-25)

«Petran», la «roccia» su cui un uomo può edificare una casa che resiste alle intemperie: Gesù afferma chiaramente che tale «roccia» sono le sue parole, assimilate e messe in pratica. Questa analogia tra Cristo e la roccia è ripresa in tutto il Nuovo Testamento, in particolare dagli apostoli Paolo e Pietro (per l’appunto), che avendo compreso come Gesù fosse l’unico cardine della fede, si trovano a scrivere spesso a proposito di tale paragone. Nella sua prima epistola, sarà proprio Pietro a dire:

«Accostandovi a lui, pietra vivente, rifiutata dagli uomini, ma davanti a Dio scelta e preziosa, anche voi, come pietre viventi, siete edificati per formare una casa spirituale, un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo. Infatti si legge nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chiunque crede in essa non resterà confuso». Per voi dunque che credete essa è preziosa; ma per gli increduli «la pietra che i costruttori hanno rigettata è diventata la pietra angolare, pietra d’inciampo e sasso di ostacolo». Essi, essendo disubbidienti, inciampano nella parola; e a questo sono stati anche destinati.» (1P.2:4-8)

Cristo è sia «architetto» che «pietra di fondazione»: la chiesa è un suo progetto, e l’edificazione della stessa, quale casa spirituale, avviene attraverso l’annessione di tante «pietre viventi» (i credenti) all’unica «pietra angolare» (Gesù). Paolo spiegò questo concetto in maniera molto succinta e schietta quando ebbe a scrivere: «Nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù» (1Co.3:11) – e questo è un argomento che vale contro qualsiasi tentativo di mettere sullo stesso piano Cristo e qualcos’altro. Come abbiamo letto prima, il tentare di dare il primato sulla chiesa a qualcuno che non sia Gesù equivale ad «essere disubbidienti», cosa che ha come conseguenza «l’inciampare nella parola». Ed è questo ciò che avviene nella chiesa di Roma: partendo dalla necessità di giustificare la propria gerarchia ecclesiale, torce le Scritture nel tentativo di affermare una presunta preminenza del sacerdozio che esercita: ironia della “sorte”, è proprio lo stesso apostolo Pietro a condannare, nei suoi scritti, un simile atteggiamento!

Prima di ritornare al passo di Matteo 16:18 per concludere questo articolo, vorrei ancora spendere qualche riga per considerare le traduzioni in ebraico del Nuovo Testamento, in modo da osservare i paralleli tra i termini che abbiamo analizzato. Per questa ricerca, ho utilizzato la traduzione realizzata da Franz Delitzsch, denominata ספר הברית החדש («sefer haBerit haHadasha», o «libro del Nuovo Patto»). Nel suo lavoro, Delitszsch rende il passo di Mt.16:18 traslitterando dal greco il termine «Petros», mentre invece traduce הצור, ossia «hatzur» la parola «petra». Sapendo che il nome aramaico di Simon Pietro era Kefa, notiamo come non ci sia alcun tipo di parallelo tra i due termini nemmeno nella lingua parlata del tempo: anche nel caso dell’ebraico c’è un termine specifico per designare la pietra “comune”, ed è אבן, che si legge «even» (o «eben»). Il termine scelto da Delitzsch per la resa di «petra» compare diverse volte nelle Scritture originali ebraiche: i passi sono i seguenti

«Ecco io starò là davanti a te, sulla roccia che è in Oreb; tu colpirai la roccia: ne scaturirà dell’acqua e il popolo berrà». Mosè fece così in presenza degli anziani d’Israele» (Es.17:6)

«E il SIGNORE disse: «Ecco qui un luogo vicino a me; tu starai su quel masso» (Es.33:21)

«Mentre passerà la mia gloria, io ti metterò in una buca del masso, e ti coprirò con la mia mano finché io sia passato» (Es.33:22)

«Egli è la rocca, l’opera sua è perfetta, poiché tutte le sue vie sono giustizia. È un Dio fedele e senza iniquità. Egli è giusto e retto.» (Dt.32:4)

«Allora l’angelo del SIGNORE stese la punta del bastone che aveva in mano e toccò la carne e le focacce azzime; e dalla roccia uscì un fuoco che consumò la carne e le focacce azzime; e l’angelo del SIGNORE scomparve dalla sua vista» (Gdc.6:21)

«Manoà prese il capretto e l’oblazione e li offrì al SIGNORE su una roccia. Allora avvenne una cosa prodigiosa: Manoà e sua moglie stavano guardando» (Gdc.13:19)

«Rispa, figlia di Aia, prese un cilicio, lo stese sulla roccia e stette là dal principio della mietitura fino a che l’acqua non cadde dal cielo sui cadaveri; lei impedì agli uccelli del cielo di posarsi su di essi di giorno e alle bestie selvatiche di avvicinarsi di notte» (2Sa.21:10)

«Trema, o terra, alla presenza del Signore, alla presenza del Dio di Giacobbe, che mutò la roccia in lago, il macigno in sorgente d’acqua» (Sal.114:8)

I termini che ho sottolineato sono quelli che nel testo ebraico vengono resi appunto attraverso la dizione «hatzur» e che, come si sarà notato nei versetti proposti, si possono riferire intercambilmente ad una roccia, ad un macigno, ad un luogo roccioso o sicuro, e perfino a Dio, paragonandolo quindi alla roccia nella quale ci si può nascondere, e nella quale si è salvati dai pericoli circostanti. In particolare, riferendoci al brano di Esodo 17:16 appena elencato, notiamo che esso verrà ripreso da Paolo per affermare appunto che la roccia a cui Israele attingeva era Gesù: l’apostolo scrisse infatti che i membri del popolo «bevvero tutti la stessa bevanda spirituale, perché bevevano alla roccia spirituale che li seguiva; e questa roccia era Cristo» (1Co.10:4).

Il lavoro di Delitzsch è quindi più che autorevole per stessa prova delle Scritture, e ci porta ad affermare, ancora una volta, che non esiste parallelo tra la nostra «grande roccia» («hatzur») con quella che è invece una «piccola pietra», ossia «kefa».

Secondo quanto lo stesso Nuovo Testamento afferma, è quindi evidente che la roccia sulla quale viene edificata la chiesa è unicamente Cristo, «fondamento» e «pietra angolare». Ad un orecchio consapevole di quanto abbiamo avuto modo di vedere, il passo di Mt.16:18 dovrebbe pertanto suonare come un paragone tra Pietro e lo stesso Gesù: «Tu sei Pietro – sei solido, ma sei una piccola pietra -, ed è su questa Roccia, ben più resistente, che edificherò la mia chiesa». Non è l’unica occasione in cui Gesù utilizza esempi a prima vista «sfuggevoli» come questo: durante il suo discorso con i capi religiosi del Tempio, disse infatti: «Distruggete questo tempio, ed in tre giorni lo farò risorgere» (Gv.2:19), ed è la stessa Bibbia a spiegarci che «egli parlava del tempio del suo corpo. Quando dunque fu risorto dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo; e credettero alla Scrittura e alla parola che Gesù aveva detta» (Gv.2:21-22)

«Distruggete questo tempio» – ora invece dice «Su questa roccia edificherò la mia chiesa»: agli apostoli (ma anche a noi tutti) il compito di capire l’analogia, affinchè sappiamo di avere un unico capo e unico fondamento, ossia Gesù Cristo, che, in accordo alla scrittura di Ebrei 7:24, «vive in eterno, e ha un sacerdozio che non si trasmette».



             

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