Jul 12 2009
Confutando le tesi di Cascioli sui Vangeli, parte I
Girovagando per la rete, spinto anche dalle richieste di un lettore, mi sono «imbattuto» negli scritti di Luigi Cascioli, ex-sacerdote passato all’ateismo, che da anni ormai porta avanti una crociata contro la chiesa di Roma e contro il cristianesimo in generale, nel tentativo di dimostrare l’inconsistenza della fede cristiana. Ho quindi deciso di commentare in chiave critica alcuni suoi scritti, partendo dalle sue affermazioni relative ai Vangeli. Il primo testo del quale ci occuperemo è quello conosciuto come il «Vangelo secondo Marco».
Perchè non seguire l’ordine canonico, iniziando da Matteo? Per il semplice fatto che, come avremo modo di vedere, il testo attribuito a Marco fu una delle basi sulle quali sia Matteo che Luca scrissero le rispettive narrazioni, riportandone molto del contenuto: ecco perchè questi tre Vangeli vengono anche chiamati «sinottici»; posizionando il testo di Marco, Luca e Matteo su tre colonne parallele, è possibile infatti seguire la narrazione in maniera armonica, notando con facilità le similitudini, anche a livello di esposizione. Vediamo prima una breve panoramica sul Vangelo, per poi affrontare le tesi del Cascioli. Buona lettura!
L’autore
Iniziamo spendendo alcune parole sull’autore di questo testo, per occuparci in seconda battuta della datazione del suo scritto: chi era «Marco»? La chiesa degli esordi associava la figura di questo evangelista con il personaggio di «Giovanni, detto Marco» del quale possiamo leggere nell’episodio di Atti 12:12. Si tratta di una figura «contesa», che fu al centro di una accesa disputa tra Paolo e Barnaba, allorquando dovettero decidere se portarlo con loro durante una missione (Atti 15:37-41).
Più tardi, Marco e Paolo superarono i dissapori sorti in tale occasione: prova ne sono due citazioni che l’apostolo delle genti rivolge (in accezione positiva) al giovane nelle epistole ai Colossesi (4:10) ed a Filemone (24). Inoltre, l’apostolo Pietro lo menziona con affetto nella sua prima epistola (5:13). La figura di Marco che emerge dal racconto biblico certamente non lo fa apparire come un personaggio particolarmente evidente, e con ogni probabilità – perlomeno, basandosi su quanto ipotizziamo del suo carattere – egli non avrebbe redatto il suo scritto in assenza di una ragione più che valida. Eusebio di Cesarea, vescovo e scrittore in lingua greca, riportando le parole del vescovo Papia indica Marco quale redattore dell’omonimo vangelo (Eusebius, Storia Ecclesiastica, III.39), vangelo nel quale, secondo la cristianità del II secolo, lo scrittore espose il pensiero dell’apostolo Pietro, al quale era molto legato, e del quale era discepolo[1] :
[1] «Marco, interprete di Pietro, riferì con precisione, ma disordinatamente, quanto ricordava dei detti e delle azioni compiute dal Signore. Non lo aveva infatti ascoltato di persona, ma, come ho detto, da Pietro; questi insegnava secondo le necessità, senza fare ordine nei detti del Signore. In nulla sbagliò perciò Marco nel riportarne alcuni come li ricordava. Di una cosa sola infatti si preoccupava, di non tralasciare alcunché di ciò che aveva ascoltato e di non riferire nulla di falso.»
Lo stile della narrazione, è poi una conferma del fatto che Marco non sia stato un testimone oculare del ministero di Cristo, anche se alcuni vorrebbero dare ad intendere questa ipotesi affermando che la citazione di un “ragazzo che fuggì nudo durante l’arresto di Gesù” (Marco 14:51-52) sia una sorta di cameo autobiografico, ma non abbiamo sufficienti prove per asserire questo aspetto con certezza, considerato anche che, come abbiamo visto, questo era scartato fin dagli albori del cristianesimo.
La datazione
La datazione precisa del Vangelo di Marco non è sicuramente compito facile, e questo a causa di ragioni differenti: anzitutto, vi sono pareri discordanti tra i vari padri della chiesa, e poi alcuni problemi sollevati dal testo stesso. Secondo il parere di Clemente Alessandrino (150 d.C. – 215 d.C.), fu Pietro a dettare personalmente il Vangelo a Marco, per approvare poi l’ultima stesura, mentre Ireneo (130 d.C. – 202 d.C.) afferma che lo scritto sia immediatamente posteriore alla morte di Pietro e di Paolo.
Le citate difficoltà del testo sono invece legate alle allusioni di Marco alle persecuzioni ed ai processi di cristiani: alcuni teorizzano che i lettori del testo dovettero sopportare la persecuzione a causa della loro fede, cosa che daterebbe il Vangelo di Marco negli anni 60-70 d.C., quando l’imperatore Nerone accusava i credenti dell’incendio di Roma. È però importante tenere a mente che nel I secolo la persecuzione era così usuale, che non è affatto detto che si stiano indicando le persecuzioni più note: sicuramente, vi furono persecuzioni più ridotte, anche locali, delle quali non sappiamo nulla. Questo pertanto non è un criterio affidabile per la datazione del testo.
Un’ulteriore accertamento da fare riguarda la cosiddetta «sezione apocalittica» di Marco, ossia il brano presente al capitolo 13, versetti da 1 a 37: determinare il rapporto tra tale narrazione e la caduta di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d.C. per opera delle armate di Tito, sarebbe un sicuro aiuto nel facilitare la datazione dello scritto. Vi sono studiosi che stimano la data di compilazione del Vangelo molto tempo prima del 70 d.C., mentre la maggioranza degli esperti è concorde nel datarlo tra il 45 d.C. ed il 60 d.C.. Una esigua minoranza si spinge poi fino al 70 d.C., e pochi altri asseriscono che esso fu redatto intorno all’80 d.C.
La tesi, e la risposta
Fatte queste premesse, che ci hanno permesso una introduzione all’ambito in cui Marco scrisse, passiamo a vedere quali siano le tesi di Cascioli, per discuterle alla luce di quello che sappiamo dalla Scrittura e dalla storia. In blu saranno scritti gli estratti del lavoro di Cascioli, mentre in nero, dopo ogni passaggio, riporterò le mie considerazioni in merito (con note a corredo):
Cascioli: Presentazione della Chiesa: «Marco, collaboratore di Pietro, che lo predilesse tanto da chiamarlo “suo figlio”, lo scrisse intorno al 65 per i fedeli di origine pagana; secondo la tradizione, per i cristiani di Roma». (C.E.I.). Anche se tutti gli esegeti sono d’accordo a ritenere che il vangelo di Marco sia uscito prima di quello di Matteo per la ragione che quest’ultimo lo ricopia in numerosi passi, esso è comunque da collocarsi ad una data posteriore al 150 per gli stessi motivi che sono stati portati per il vangelo di Matteo: il redattore è a conoscenza della disfatta di bar Kocheba (135) e Papia, vescovo di Geropoli verso il 150, dimostra di conoscerlo allorché lo qualifica come una raccolta di reminiscenze riportate senza alcun ordine cronologico: «Marco, interprete di Pietro, redasse esattamente ma senza ordine ciò che ricordava delle parole del Signore». Basterebbe soffermaci su questa definizione di Papia per determinare la tardività del vangelo di Marco.
SoloVangelo: Attaccando perfino la prefazione al Vangelo dell’edizione CEI, Cascioli mette in dubbio la datazione dello scritto, stimandolo come un’opera addirittura posteriore al 150 d.C.. Le sue motivazioni? Anzitutto, il fatto che, come abbiamo visto, Papia citi questo scritto. La vanità di questa tesi è sotto gli occhi di tutti, ma vogliamo fare un esempio pratico: se il ragionamento del Cascioli fosse valido, il fatto che, da qualche parte del mondo, venga ipoteticamente rinvenuto un testo autorevole del nostro secolo in cui si parla dell’Odissea, dovrebbe farci concludere che il poema di Omero deve essere datato intorno al 2000 d.C., suscitando ovviamente l’ilarità generale. È evidente che una tale tesi non può essere bollata in altro modo se non come «sciocchezza». Vediamo quindi come, contrariamente a quanto affermi il Cascioli, non sia affatto sufficiente soffermarsi sull’affermazione di Papia.
La seconda ipotesi dell’ex-sacerdote è che lo scrittore del Vangelo fosse evidentemente a conoscenza della rivolta di Bar Kochba (che il Cascioli chiama Bar Kocheba, probabilmente ignorando come si legga lo sêwa ebraico…); con ogni probabilità, egli fa questa ipotesi basandosi sul brano apocalittico di Marco 13 (visto poc’anzi), ma senza addurre nessuna prova per confermare che in quella porzione di Vangelo ci si stia riferendo alla disfatta dei Giudei ad opera dei Romani (135 d.C.). Piuttosto, ci pare di scorgere nelle parole di Gesù il cosiddetto «impianto predizionale»: Cristo, cioè, si riferisce all’imminente caduta di Gerusalemme del 60 d.C., espandendo poi il significato delle sue parole alla tribolazione apocalittica, la quale deve ancora verificarsi. Il fatto di voler poi criticare uno scritto evidentemente profetico sulla base di nozioni storiche posteriori è un artificio ingenuo: essendo Gesù l’incarnazione di Dio, era logicamente possibile per Lui esprimersi su fatti futuri senza avere quindi la necessità che i redattori delle sue parole fossero a conoscenza di tali eventi. Traducendo in altri termini, Cascioli non è in possesso di alcun dato che affermi la conoscenza, da parte di Marco, degli eventi del 135 d.C., e quindi non può affatto riferirsi alle sue supposizioni come a certezze.
Cascioli: Cos’altro si può dedurre da essa se non che il vangelo dichiarato canonico dalla Chiesa sia una derivazione dello pseudo-Marco, dal momento che esso, oltre che a riportare una biografia di Gesù, risulta anche essere il più ordinato di tutti i vangeli? «Il vangelo a cui si riferisce Papia dichiarandolo una raccolta di sentenze riportate senza alcun ordine non può essere quello che la Chiesa ci propone, perché nessuno dei vangeli ha un piano più coerente e studiato di quello di Marco» (Goguel – Intr. al Nuovo Vangelo). «Il vangelo di Marco è così ordinato che le sue parti, ben distinte fra loro, sono a loro volta divise per tre o in multipli di tre; Gesù è oltraggiato alle ore 3, condotto al Calvario alle ore 6 ed espira alle ore 9. Questa composizione, essendo tutto l’opposto dello pseudo-Marco a cui si riferisce Papia, non può essere stata scritta che da qualcuno che l’ha ricostruita e messa in ordine dopo il 150». (Prosper Alfaric ex professore di teologia presso i grandi seminari di Francia, convertitosi all’ateismo). «Il vangelo di Marco, come tutti gli altri vangeli canonici, non sono che un’elaborazione di quella raccolta di sentenze chiamate Logia che furono tratte dalle profezie bibliche riferentesi al Messia». (Rendel Harris – Testimonianze – Cambridge 1920 – Quaderno del Circolo Renan, 3° trim. 1961).
SoloVangelo: L’affermazione di Papia secondo cui le sentenze (logia) di Gesù sono riportate da Marco in ordine sparso, non significa certo che il testo debba essere illeggibile, oppure che presenti evidenti contraddizioni cronologiche. Facciamo un esempio: In Marco 9:37, Gesù pronuncia la celebre frase: «Chiunque riceve uno solo di questi piccoli nel mio nome, riceve me; e chiunque riceve me, non riceve me, ma Colui che mi ha mandato». Subito dopo, al versetto 38, leggiamo invece: «Giovanni gli disse: Maestro, noi abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome, e glielo abbiamo vietato, perchè non ti segue con noi». La domanda è la seguente: quali prove abbiamo per affermare che i due versetti siano da considerarsi come un corpus organico, pronunciati effettivamente con quella sequenza? Nessuna.
In effetti, parrebbe strano che mentre Gesù insegnava un concetto di una sicura valenza teologica come quello del versetto 37, uno dei suoi discepoli cambiasse improvvisamente discorso, per affrontare un argomento del tutto diverso!
C’è poi da dire che non siamo in possesso di alcun documento definibile come pseudo-Marco, essendo un tale scritto presente soltanto nelle congetture di chi si aspetterebbe che, dovendo essere un testo «non ordinato», il Vangelo di Marco debba essere il lavoro illetterato di un analfabeta! Chiaramente, nella stesura anche non cronologica di avvenimenti, si può (e si deve) seguire una struttura, altrimenti come si potrà rendere comprensibile il testo?
Vediamo inoltre che le fonti citate dal Cascioli appartengono ad una certa corrente viva agli inizi del XX secolo, la quale basava il suo pensiero sulla non-esistenza storica di Gesù. Oggi tale movimento, se non morto del tutto, è certamente decrepito, e sono soltanto gli sforzi di alcuni «nostalgici» a ritardarne la scomparsa definitiva. Il caso di Prosper Alfaric, giusto per citarne uno, è emblematico: sappiamo che fu il suo incontro con la filosofia a distruggere le promettenti basi che egli aveva come ministro cristiano, tanto da trasformarlo, fino alla sua morte avvenuta nel 1955, in uno dei pilastri dell’unione razionalista. Le sue sono le considerazioni di un uomo che è semplicemente passato da una categoria di pensiero ad un’altra.
Cascioli: Un’altra prova dimostrante ancora che il vangelo non è stato scritto da un ebreo quale era Marco, ma piuttosto da uno dei quegli esseni di origine pagana della comunità di Roma (Il vangelo di Marco fu scritto a Roma in lingua latina – Couchoud. Infra- pag.254), che si erano separati dall’essenismo per sostenere l’incarnazione di Cristo, ci viene dalla disconoscenza che costui ha della Bibbia allorché inizia il vangelo commettendo subito l’errore di attribuire l’annuncio del Messia al profeta Isaia (Mc.1,1), quando esso appartiene invece al profeta Malachia (3,1).
SoloVangelo: Sulla paternità del Vangelo di Marco abbiamo già discusso: tutta la cristianità primitiva, come abbiamo visto, era concorde nell’indicare nel discepolo di Pietro l’autore dello scritto. Le speculazioni su una probabile origine essenica di Marco non trovano conferma né nelle Scritture, né in alcun documento storico, rimanendo, pertanto, fumose illazioni. Il Cascioli vorrebbe invece affermare il contrario, additando un’ipotetica ignoranza scritturale (che sarebbe propria della comunità essena, la quale invece era versatissima nelle Scritture Antiche) che avrebbe condotto l’autore a commettere un “errore di citazione”, proprio in apertura della sua narrazione. Vediamo allora il passo “incriminato”:
«Inizio del vangelo di Gesù Cristo [Figlio di Dio]. Secondo quanto è scritto nel profeta Isaia: «Ecco, io mando davanti a te il mio messaggero a prepararti la via…Voce di uno che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”». » (Marco 1:1-2)
In questo passo, Marco non sbaglia affatto citazione: infatti, vediamo che la citazione di Isaia 40:3 è correttamente indicata («Voce di uno che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”»), mentre invece omette di dire che la prima parte della frase è in effetti l’estratto da Malachia 3:1. Con ogni probabilità, Marco intendeva dare una maggiore enfasi all’adempimento della profezia cristologica di Isaia (definito anche l’«evangelista dell’Antico Testamento»), piuttosto che quella di Malachia, che è in evidente riferimento alla figura di Giovanni il Battista.
Cascioli: Ma di questi errori biblici e geografici che potevano essere commessi soltanto da truffatori che ignoravano la Bibbia e la Palestina ne sono così pieni i vangeli da suscitare più pietà che disprezzo. Soltanto Adel Smith, nel suo libro “500 Errori nella Bibbia” (Ed.Alethes), ne ha contati nei 4 vangeli canonici e negli Atti degli Apostoli ben 250. «Non sono che insignificanti inesattezze che servono a rafforzare la fede», rispondono i preti quando gli si fanno rimarcare!
SoloVangelo: Non mi dilungherò in una trattazione riguardante la bontà delle odierne traduzioni per non risultare eccessivamente «pesante», ma su questo punto è comunque necessario spendere alcune parole. In effetti, nelle rese moderne è spesso possibile trovare alcune imprecisioni dovute alla difficoltà di adattamento linguistico (tradurre lingue come il greco e l’ebraico in italiano, per esempio, non sempre è così immediato), ed è quindi evidente la necessità di approcciarsi, per quanto possibile, alle lingue originali: quando il cristiano afferma che la Parola di Dio è perfetta, non si sta certo riferendo alle traduzioni, ma al testo ispirato.
Le imprecisioni presenti ad oggi nel testo sono causate dalla ricopiatura dei manoscritti nel corso dei secoli. Ma attenzione: quando si parla di questi «errori», è necessario sapere che essi sono assolutamente ininfluenti sotto il profilo dottrinale, andando a colpire quelle parti di testo più specificatamente discorsive o narrative. Un piccolo esempio chiarirà le idee:
Nell’episodio descritto in 2 Samuele 8:4, i prigionieri catturati dal re Davide risultano essere millesettecento cavalieri, ventimila fanti, e cavalli per cento carri. Lo stesso avvenimento lo troviamo descritto in 1 Cronache 18:4, dove leggiamo che i prigionieri erano costituiti da settemila cavalieri, ventimila fanti, mille carri e cavalli per cento carri. La differenza tra i cavalieri è notevole, e studiosi come Keil e Delitsch spiegano che tali discrepanze sono probabilmente il frutto di errori di copisti, nel copiare – appunto – i caratteri ebraici. Non abbiamo comunque traccia di anomalie che minino il senso della Scrittura: essi si riducono a casi sporadici e tutto sommato irrilevanti come il suddetto, narrazione neotestamentaria inclusa.
Cascioli: Un’altra osservazione interessante riguardo l’autore del secondo vangelo ci viene da Guy Fau: «Come è possibile che sia stato Marco, l’apostolo tanto prediletto da Pietro da considerarlo come suo figlio, a scrivere questo vangelo quando egli tacendo il “ tu es Petrus” che troviamo negli altri vangeli, dimostra di ignorare che Gesù lo aveva eletto capo della Chiesa?».
SoloVangelo: Quest’osservazione nasce anzitutto da una cattiva comprensione della frase «tu sei Pietro»: con essa, Gesù non intendeva affatto mettere Pietro in una posizione di superiorità rispetto agli altri apostoli, né voleva dare il via ad una gerarchia ecclesiale. Su questo aspetto ho scritto abbondantemente alcuni giorni fa; si veda il seguente link per approfondire: http://www.solovangelo.it/2009/06/29/un-primato-di-paglia/
In effetti, l’assenza di tale frase nella narrazione di Marco (sapendo che essa arriva proprio dalle parole di Pietro), non è altro che un rafforzativo rispetto al fatto che Gesù non abbia nominato suoi vicari o successori: perfino il testo scritto sotto la supervisione di «Petrus» non fa menzione di primati particolari! Ma il Cascioli si dimostra così aggressivo nei confronti della chiesa di Roma, da prendere un passaggio che necessita di studio per essere compreso appieno, per voler compiere, attraverso di esso, un duplice attacco: al Vangelo di Marco in primis, e poi alla gerarchia cattolica, reale mira del lavoro dell’ex-sacerdote.
Continueremo nella prossima puntata con una analisi del Vangelo di Matteo: nel frattempo, invitiamo i nostri lettori ad esprimere i propri pareri in questo spazio.


































