SoloVangelo
Uno sguardo al mondo con gli occhi della fede

Cos'è SoloVangelo?
Ultimi commenti

Licenza
Disclaimer
Feeds
L'angolo della lettura

Jul 18 2009

Confutando le tesi di Cascioli sui Vangeli, parte II

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Apologetica, Approfondimenti

Proseguo in questo articolo, come promesso, l’analisi critica delle tesi di Luigi Cascioli in merito alla veridicità dei quattro Vangeli canonici, che l’ex-sacerdote afferma essere imposture. L’ultima volta abbiamo visto alcune note sul Vangelo di Marco, mentre in questa istanza ci occuperemo di quello di Matteo, il pubblicano che fu accolto al seguito di Cristo.

Seguirò la stessa linea adottata in precedenza, facendo quindi un piccolo cappello introduttivo al testo, per poi calarci nella confutazione delle asserzioni di Cascioli: prima di questo, comunque, vorrei spendere un po’ di tempo per fare un breve inciso sulla formazione del canone neotestamentario. Stando infatti a sentire Cascioli, sembrerebbe che esso sia venuto fuori dal nulla, complice una chiesa che ha messo insieme testi che sembrassero giustificare le proprie visioni. Pensandoci, poi, c’è addirittura una diceria secondo cui gli ecclesiali del tempo avrebbero sistemato gli scritti su uno scaffale, prendendo per buoni soltanto quelli che non caddero (non si sa se sospinti da forze spirituali, o per semplice legge di gravità).

Tralasciando l’ovvia ilarità che suscitano simili affermazioni, vediamo invece cosa abbia portato alla composizione del canone: F.F. Bruce, nel suo libro «The Canon of Scripture», identifica sei criteri principali attraverso i quali ebbe luogo il processo della canonizzazione. Essi sono i seguenti:

  • L’autorità apostolica
  • L’antichità del testo
  • L’ortodossia, ossia la linea dottrinale proposta dai testi
  • La cattolicità, dal greco katholikos, ossia l’universale riconoscimento del testo
  • L’uso tradizionale
  • L’ispirazione
  • Pietro Ciavarella, teologo e autore del libro «Risposta a Inchiesta su Gesù» si sofferma sui primi due, particolarmente utili alla sua trattazione; a riguardo di tali punti, egli afferma:

    «Secondo il primo criterio, i libri ritenuti autorevoli dovevano essere stati scritti da uno dei primi seguaci di Cristo, o almeno essere associati con loro o comunicare il loro insegnamento (autorità apostolica). Il secondo criterio era collegato a questo ed era quello dell’antichità. Per essere canonico uno scritto doveva essere antico, doveva risalire il priù possibile ai tempi di Gesù. Questi due criteri illustrano sia la natura storica della fede cristiana sia la necessità avvertita dai primi cristiani di usare scritti che godevano di una vicinanza cronologica a Gesù. Il criterio dell’antichità, che rimane fondamentale tutt’oggi, è che i libri autorevoli devono risalire il più possibile al loro tema di fondo, Gesù. “L’antichità” è una premessa di fondo per l’attendibilità dei dati storici. Questo è anche il motivo per cui i Vangeli canonici coincidono con i vangeli più antichi pervenutici» (P.Ciavarella, Risposta a Inchiesta su Gesù, pp.23)

    Da questi pochi punti vediamo, cioè, come la canonizzazione dei testi sacri sia stato un percorso di tipo analitico e scientifico, assolutamente lontano dalle accuse che le vengono mosse. Potremo approfondire questo discorso in altra sede, se i lettori lo riterranno. Per il momento, torniamo a concentrarci sul tema principale di questo articolo, ossia il Vangelo di Matteo.

    L’autore
    Dei quattro Vangeli, quello di «Matteo» è forse il più discusso, in termini di paternità. La maggioranza degli studiosi è incline a sposare senza troppi problemi l’antica tradizione che vorrebbe farlo risalire al discepolo di Gesù, quindi ad un testimone oculare degli eventi riportati nella narrazione. Il problema, a questo punto, è comprendere il motivo che avrebbe spinto Matteo ad utilizzare così tanto materiale di Marco (che, lo ricordiamo, è servito da base sia a Matteo che a Luca), un vangelo che non è stato scritto da qualcuno che avesse osservato personalmente Cristo. Tuttavia, non è necessario passare attraverso la precisa determinazione dell’autore del Vangelo per poterne comprendere gli insegnamenti; d’altra parte, il testo originale è anonimo.

    Avendo comunque visto le brevi considerazioni sulla canonicità, possiamo tranquillamente appoggiarci al parere della chiesa primitiva, che vedeva appunto nel pubblicano Levi (poi Matteo) lo scrittore di quel vangelo così fortemente impregnato di ebraismo, nonchè di un acceso interesse per la legge veterotestamentaria.

    La datazione
    Esistono alcuni problemi sulla datazione del Vangelo di Matteo, e tali questioni trovano la loro origine in altre domande. Esso infatti deve essere stato redatto senza discussione dopo Marco, e dopo la raccolta di detti denominata «fonte Q». Questo ovviamente ci porterebbe ad una data sicuramente posteriore al 60 d.C., ma sulla base di questo solo punto, non possiamo determinare di quanto successiva.

    Molti studiosi sono d’accordo nel datare questo testo dopo quello attribuito a Luca, in quanto contiene allusioni alla caduta di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d.C.. Come abbiamo già visto parlando di Marco, l’utilizzo dei brani predizionali per affermare una datazione posteriore a tali eventi è chiaramente un’asserzione forzosa, e la pretesa – da parte di alcuni – di una eventuale riscrittura della chiesa primitiva dei testi profetici alla luce di fatti successivi è già stata ampiamente additata come «ingenuo presupposto» dalla maggioranza degli esperti.

    In ultimo, alcuni fanno notare che, data la minuzia della descrizione ecclesiastica osservabile in Matteo, esso debba essere fatto risalire alla fine del I secolo. Ad ogni modo, confrontando tale scritto con la lettera redatta da Paolo, all’indirizzo della chiesa di Corinto (55 d.C. circa), notiamo che non esistono grosse differenze. Le diverse risposte alle questioni presentate ci spingeranno quindi a datare il testo di Matteo in modi differenti: come la maggior parte degli studiosi, negli anni 80 d.C. – 100 d.C. o prima del 70 d.C., oppure addirittura nel ventennio 40 d.C. – 60 d.C. (come Robinson, Guthrie, e alcuni studiosi tedeschi).

    La tesi, e la risposta
    Veniamo ora a quanto il Cascioli scrive nelle sue brevi considerazioni sul Vangelo di Matteo, per vedere se esse siano attendibili, o se si rivelino l’ennesimo polverone volto al tentativo di destabilizzare le persone.

    L’ex-sacerdote parte riportando la presentazione al Vangelo di Matteo presente sull’edizione CEI delle Sacre Scritture. Essa recita: «Scritto originariamente in Aramaico da Matteo, l’apostolo chiamato da Gesù al suo seguito distogliendolo dalla professione di esattore delle imposte, fu pubblicato tra il 40 e il 50». Stando a quello che abbiamo visto, questo inciso è da considerarsi pienamente pertinente alle trattazioni del mondo accademico: d’altra parte, sarebbe stupido asserire nozioni in aperto contrasto con quelle dell’intera comunità professionale.

    Ma il Cascioli non demorde, e rilancia:
    Cascioli: «La falsità della data attribuita dalla Chiesa al vangelo di Matteo ci viene incontestabilmente confermata da quel passo nel quale Gesù minaccia gli Ebrei di aver ucciso Zaccaria, figlio di Baracchia, che così recita: «..perché ricada su di voi (Ebrei) tutto il sangue innocente versato sopra la terra, dal sangue del giusto Abele fino al sangue di Zaccaria, figlio di Baracchia, che avete ucciso tra il santuario e l’altare». (Mt. 23,35). Sapendo da Giuseppe Flavio che l’assassinio di questo Zaccaria avvenne nel 67, cos’altro si può dedurre, oltre a rimarcare l’ignoranza di coloro che fanno recitare a Gesù, morto nel 33, un fatto che non poteva assolutamente conoscere, che la data in cui fu scritto il vangelo di Matteo non è quella del 40-50 attribuitagli dalla Chiesa ma bensì posteriore all’anno 67? «Basterebbe soltanto questo riscontro storico per dimostrare che i vangeli, oltre che ad essere stati scritti molto tempo dopo l’epoca ad essi assegnata, furono compilati senza il rispetto delle verità storiche da autori che, pur di costruire la figura di Cristo, gli misero sulla bocca parole assurde senza dubitare che avrebbero tradito, in un’epoca di minore credulità, la loro impostura e le loro invenzioni». (E.Bossi. Gesù Cristo non è mai esistito- Ed. La Fiaccola. pag. 99).»

    SoloVangelo: Dunque, Matteo dimostrerebbe di essere così stupido e superficiale, da riportare nel suo testo un avvenimento con il quale i suoi contemporanei avrebbero potuto sbugiardarlo? Sappiamo infatti che tale testo circolò per diverso tempo nel distretto di Antiochia di Siria, dopo la sua composizione. Se le cose fossero andate davvero in questo modo, la presunta falsità di datazione di questo Vangelo sarebbe stata provata ormai da secoli, senza aspettare che un ex-sacerdote in rotta con i suoi precedenti datori di lavoro coltivasse manìe da esegeta, spacciandosi per l’ennesimo nuovo latore di verità sconosciute.

    Il personaggio di Zaccaria, nome logicamente molto comune al tempo di Gesù, non va confuso infatti con lo Zaccaria che fu ucciso nel Tempio durante la prima rivolta giudaica del 67 d.C., bensì si riferisce allo Zaccaria profeta dell’Antico Testamento; la storia ci parla dello Zaccaria citato da Giuseppe Flavio come del figlio di un certo Baruc, mentre è il profeta omonimo che dice, al primo versetto del testo che prende il suo nome di essere «Zaccaria, figlio di Barachia, figlio di Iddo, il profeta». Quindi il brano di Matteo 23:35 ci parla, rispettivamente, del primo «martire» dell’Antico Testamento (Abele) e dell’ultimo (Zaccaria). L’Antico Testamento non ci dà alcuna indicazione su come morì il profeta, tuttavia, possiamo osservare nel racconto di 2 Cronache 24:20-21 della morte di un altro Zaccaria, figlio di Ieoiada, il quale fu lapidato nel cortile del Tempio, in conformità quindi con la descrizione fatta da Gesù.

    Vi è un solo manoscritto di Matteo che omette l’espressione «figlio di Barachia»: alcuni hanno pensato che lo Zaccaria del racconto di 2 Cronache fosse in realtà nipote di Ieoiada, e che il nome del padre fosse effettivamente Barachia. Ad ogni modo, vediamo come si tratti di un personaggio comunque veterotestamentario, martirizzato tra il Tempio e l’altare. Pertanto Gesù non solo ne era logicamente a conoscenza (facendo tali episodi parte della storia del suo popolo), ma voleva dare ad intendere come il periodo antico fosse effettivamente finito, e come da lì in avanti sarebbero cambiate le cose. Prendiamo quindi le parole del Bossi, rimasticate da Cascioli, per quello che sono: sproloqui senza fondamento, ricerche raffazzonate che vanno a scavare nella storia per trarne conclusioni assolutamente errate e faziose.

    Cascioli: Dunque, dimostrato che la data attribuita dalla Chiesa è falsa, quando fu scritto in realtà il vangelo canonico di Matteo? Sapendo che gli fu attribuito intestato libricino databile, come abbiamo visto, tra il 135 e il 150 (vedi cap. precedente – Documenti della prima metà del II sec. “Pseudo vangeli di Marco e di Matteo”), ci verrebbe spontaneo di rispondere che fu scritto in questo periodo, se non considerassimo che Papia lo definì come una semplice raccolta di sentenze: «Matteo riunì in aramaico alcune sentenze del Signore che ciascuno le tradusse come poteva». Siccome il vangelo di Marco non può essere quello a cui si riferisce Papia perché è tutt’altro che una raccolta di sentenze ma una vera e propria biografia di Gesù, cos’altro si può dedurre se non che il canonico sia una riproduzione ampliata dello pseudo Marco e quindi posteriore al 150? Deduzione che ci viene confermata anche dal passo in esso contenuto che attribuisce a Pietro il primato sulla Chiesa che per quasi tutta la metà del secondo era stato invece riservato a Giacomo. «E ancora un’altra prova confermante la sua datazione posteriore al 150 ci viene dal passo “Tu es Petrus” che poteva essere stato scritto soltanto dopo che la Chiesa prese la decisione di togliere a Giacomo il primato sulla comunità di Gerusalemme, che tutti i documenti precedenti al 150 gli attribuivano, per passarlo a Pietro» (Guy Fau. pag.92).

    SoloVangelo: Abbiamo visto come la pretesa di falsità della datazione sia infondata, e pertanto le successive asserzioni di Cascioli si trovano a cadere rovinosamente: nonostante questo, vediamo di discutere comunque quanto egli afferma, per non lasciare alcun interrogativo senza risposta. Matteo, in effetti, fu il redattore di altre versioni dell’omonimo Vangelo (anche se la datazione che ne da Cascioli è, come abbiamo visto, assolutamente errata), ma non si tratta di revisioni o pre-lavorazioni del definitivo, bensì di differenti rese linguistiche dello stesso testo: l’affermazione di Papia riportata dal Cascioli è la prova dell’esistenza di una versione di Matteo in aramaico, prima della stesura greca.

    Il riferimento alla «raccolta di sentenze» merita due parole in più: Cascioli vorrebbe infatti che l’affermazione di Papia indicasse uno scritto redatto pressappoco come il Vangelo apocrifo di Tommaso, una raccolta di affermazioni senza una struttura narrativa. Nello scritto originale di Papia, vediamo che l’espressione «le sentenze del Signore» è resa con il termine «logia», che significa «oracoli», o «discorsi»: il Nuovo Testamento utilizza molto questo termine quando intende riferirsi agli oracoli comunicati al popolo per bocca dei profeti veterotestamentari, e Gesù era considerato dai suoi seguaci come un «profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo» (Luca 24:19).

    Bruce afferma: «Isolando lo scritto che si trova alla base della «fonte Q» [menzionata sopra, ndR], ci si accorge come esso sia simile ai libri profetici dell’Antico Testamento. Tali scritti contengono normalmente la narrazione della chiamata del profeta al suo particolare ministero, con il resoconto dei suoi oracoli inseriti in una cornice narrativa» (F.F.Bruce, Possiamo fidarci del Nuovo Testamento, pag.50)

    Quando Papia asserisce che ciascuno tradusse i detti del Signore come meglio poteva, sta implicitamente dichiarando come fossero in circolazione differenti rese greche di uno stesso testo, cosa che spiegherebbe alcune differenze tra i discorsi di Gesù riscontrabili in Matteo e Luca: in molte parti in cui il greco di questi vangeli differisce, è possibile dimostrare come la matrice aramaica sia però la stessa. Tutto ciò, comuque, ben prima del 150 d.C.: il rimaneggiamento dei testi ad opera di persone diverse dagli autori in epoche successive, è da escludersi.

    Avendo poi dimostrato nel precedente articolo come datare Marco verso il 150 d.C. sia un’errore di proporzioni enormi, non ci soffermeremo su questo punto. Soltanto, commentiamo ancora l’affermazione secondo cui la chiesa primitiva tolse a Giacomo il primato sulla comunità di Gerusalemme. Forse chi asserisce questo ignora che Giacomo fu il primo apostolo ad essere ucciso, ma che fino a quel momento egli stesso, assieme a Pietro e Giovanni non svolgevano funzioni di «controllo» (in accezione negativa) sulla chiesa: erano senz’altro reputati importanti per la loro condizione (i tre appartenenvano infatti al “sottogruppo” di discepoli più vicini a Cristo), ma è importante notare come – subito dopo la formazione di assemblee cristiane nel mondo – essi rinunciarono a proporsi come «maestri della fede», ma, semplicemente, erano da considerarsi fratelli alla stregua di ogni altro credente sincero. Probabilmente, chi vuol vedere nella figura di Pietro un esempio di «tirannico controllore» lo fa perchè troppo scottato dalla figura di quell’uomo, vestito di bianco, che oggi pretende di rappresentare la norma alla quale adeguarsi. Grazie a Dio, però, la fede cristiana non equivale al moderno cattolicesimo!

    Cascioli: E ancora: « Il “Tu es Petrus” non può essere stato aggiunto nel vangelo di Matteo che dopo il 180 dal momento che è ancora ignorato da Ireneo in questa data» (Las Vergnas- op. cit. pag.41). Dunque è chiaro che il vangelo canonico attribuito a Matteo, essendo un ampliamento del libricino che era stato scritto tra il 135 e il 150, è stato redatto nella seconda metà del II secolo da falsari che non potevano essere stati testimoni di un Gesù dichiarato morto nell’anno trentatré.

    SoloVangelo: Rispondo che non è sulle supposizioni che si fonda uno studio serio. Il fatto che Ireneo non faccia riferimento a questa affermazione di Gesù non significa che essa non fosse già presente nello scritto di Matteo. Riflettiamoci – il fatto che ciascuno di noi, per tutta la vita, possa ignorare una determinata nozione relativa alla propria professione, fa di tale nozione qualcosa di inesistente? Chiaramente no, ogni uomo o donna ignora una marea di cose, anche in relazione al proprio campo di studio o lavoro. La mancata citazione, da parte di Ireneo, del «Tu sei Pietro» non è assolutamente un indizio serio: al più, può essere un segnale di non conoscenza, o di scarso valore assegnato al concetto. Ma non certo di inesistenza.

    Sempre a riguardo poi del presupposto primato petrino, discusso ampiamente nel passato, riporto quanto ho scritto nella prima parte di questi studi:

    Quest’osservazione nasce anzitutto da una cattiva comprensione della frase «tu sei Pietro»: con essa, Gesù non intendeva affatto mettere Pietro in una posizione di superiorità rispetto agli altri apostoli, né voleva dare il via ad una gerarchia ecclesiale. Su questo aspetto ho scritto abbondantemente alcuni giorni fa; si veda il seguente link per approfondire: http://www.solovangelo.it/2009/06/29/un-primato-di-paglia/

    In effetti, l’assenza di tale frase nella narrazione di Marco (sapendo che essa arriva proprio dalle parole di Pietro), non è altro che un rafforzativo rispetto al fatto che Gesù non abbia nominato suoi vicari o successori: perfino il testo scritto sotto la supervisione di «Petrus» non fa menzione di primati particolari! Ma il Cascioli si dimostra così aggressivo nei confronti della chiesa di Roma, da prendere un passaggio che necessita di studio per essere compreso appieno, per voler compiere, attraverso di esso, un duplice attacco: al Vangelo di Marco in primis, e poi alla gerarchia cattolica, reale mira del lavoro dell’ex-sacerdote.

    Spero vivamente che questa lettura sia stata proficua. Ricordo ai lettori la possibilità di approfondire la discussione attraverso i commenti; nella prossima “puntata”, tratteremo le tesi che Cascioli avanza nei confronti del Vangelo di Luca.
    Dio vi benedica.


    Articoli correlati precedenti:

  • Confutando le tesi di Cascioli sui Vangeli, parte I – Vangelo di Marco


  •              

    Parole chiave/Tags: [, , , , ]


    Nessun Commento »

    Questo post non è ancora stato commentato.

    Feed RSS per i commenti a questo post.


    URL per trackback

    Lasciate un vostro commento

    XHTML: È possibile utilizzare questi tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

    Tastiera ebraica: utilizzare la tastiera seguente per inserire caratteri dell'alfabeto ebraico

    Tastiera greca: utilizzare la tastiera seguente per inserire caratteri dell'alfabeto greco

    SoloVangelo, powered by WordPress | SoloVangelo.it theme created by Emiliano Musso

    Amministrazione sito | Copyright ©2008