Jul 29 2009
Discernere i tempi
«Beatus qui legit et audit verba prophetiae huius et servat ea quae in ea scripta sunt: tempus enim prope est» – Apocalisse, 1:3
Qualche tempo fa, ho ricevuto da un amico una e-mail, corredata da un allegato ed un caloroso invito alla lettura: ho rimuginato per un po’ sulla necessità di redigere un articolo su quanto essa conteneva, per decidere, soltanto adesso, di farlo. In realtà, lo scritto allegato richiede solo pochi istanti per essere letto, ma per capire ciò che esso indica, ho ritenuto necessario fare una breve introduzione all’argomento: spero che la lettura di quanto segue possa risultare importante per i nostri lettori, scusandomi anticipatamente per la sintesi che ho dovuto necessariamente operare nella stesura. Ricordiamo comunque che per ogni eventuale approfondimento o chiarimento, siamo a vostra disposizione. Iniziamo, quindi.
Il libro dell’Apocalisse, ultimo testo della Bibbia, è da sempre fonte di interrogativi e di curiosità: l’apostolo Giovanni, nello scrivere il contenuto della rivelazione che gli fu data dal Cristo Risorto, utilizzò logicamente un linguaggio ricco della simbologia giudaica, e destreggiarsi in esso non sempre è cosa facile.
Un modo certamente onesto di analizzare un testo come quello apocalittico è il cercare di capire quanto esso contenga ammettendo i propri limiti conoscitivi: molto di quanto Gesù rivelò a Giovanni riguarda infatti eventi futuri a quelli che viviamo attualmente, che saranno comprensibili soltanto dopo essersi verificati. Al tempo stesso, un approccio del genere richiede prudenza, perchè molti errori interpretativi sono stati compiuti nel passato per il desiderio di vedersi ad un passo dall’instaurarsi del Regno di Dio.
Di alcune cose possiamo però essere certi, perchè esse sono evidenziate in modo particolare dal testo stesso, utilizzando riferimenti piuttosto specifici: in questa sede vedremo alcuni spunti sull’identità della «meretrice» di cui si parla al capitolo 17. Praticamente tutti gli studiosi sono concordi nell’identificare nella prostituta un potere di tipo spirituale e religioso, che perseguiterà i credenti (come appunto spiegato in Apocalisse). Molti poi, spingendosi oltre, sono inclini ad affermare come essa possa essere riconducibile all’istituzione della chiesa di Roma.
In effetti, soltanto per citare alcuni esempi, vediamo che è lo stesso testo apocalittico ad indicare come tale donna sieda su «sette colli» (Ap.17:9), in riferimento alla capitale italiana, come essa sia ornata di vesti preziose, porpora, scarlatto, e di oro (Ap.17:4), facendo quindi un parallelo con le ricchezze della chiesa romana; e di come essa abbia in mano una coppa d’oro ricolma delle sue prostituzioni (Ap.17:4), a simboleggiare tutto ciò a cui essa vuol dare un manto di santità, quando invece si tratta di cose che sono in contrasto con la Parola di Dio (vedi culti idolatri, ma non solo).
Inoltre, Giovanni ci spiega di come vide tale donna ubriaca del sangue dei santi (che nel linguaggio biblico sono i credenti di ogni epoca, e non una «categoria speciale di defunti») e del sangue dei martiri di Gesù (Ap.17:6): non è certo un mistero come la chiesa romana abbia perseguitato, in ogni epoca, tutti coloro che, seguendo Cristo, non intendevano piegarsi al blasfemo potere di Roma.
Ad ogni modo, il testo apocalittico ci infoma di come tale potere religioso sarà affiancato da un potere politico mondiale, raffigurato come una «bestia», che si servirà della prostituta per i suoi scopi (ossia appunto il raggiungimento del potere), per poi distruggerla, secondo il prestabilito disegno divino (Ap.17 – 18).
Tutto inizierà in sordina: gli abitanti della terra saluteranno con gioia quello che si prospetta come un nuovo ordine mondiale. Presto, però, la bestia rivelerà i suoi reali intenti.
La domanda è la seguente: abbiamo la possibilità, oggi, di riscontrare se siano già presenti i presupposti per tali avvenimenti? La risposta, sicuramente parziale ma forte, si trova nell’allegato che il mio amico ha voluto inoltrarmi. In esso era riportato il punto 67 dell’ultima enciclica papale, la «Caritas in veritate». Lo propongo qui a seguito, corredato da alcune mie evidenziature, lasciando che ogni lettore tragga le debite conclusioni.
LETTERA ENCICLICA
CARITAS IN VERITATE
DEL SOMMO PONTEFICE
BENEDETTO XVI
AI VESCOVI
AI PRESBITERI E AI DIACONI
ALLE PERSONE CONSACRATE
AI FEDELI LAICI
E A TUTTI GLI UOMINI
DI BUONA VOLONTÀ
SULLO SVILUPPO UMANO INTEGRALE
NELLA CARITÀ E NELLA VERITÀ
LIBRERIA EDITRICE VATICANA
CITTÀ DEL VATICANO67. Di fronte all’inarrestabile crescita dell’interdipendenza mondiale, è fortemente sentita, anche in presenza di una recessione altrettanto mondiale, l’urgenza della riforma sia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che dell’architettura economica e finanziaria internazionale, affinché si possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni. Sentita è pure l’urgenza di trovare forme innovative per attuare il principio di responsabilità di proteggere 146 e per attribuire anche alle Nazioni più povere una voce efficace nelle decisioni comuni. Ciò appare necessario proprio in vista di un ordinamento politico, giuridico ed economico che incrementi ed orienti la collaborazione internazionale verso lo sviluppo solidale di tutti i popoli. Per il governo dell’economia mondiale; per risanare le economie colpite dalla crisi, per prevenire peggioramenti della stessa e conseguenti maggiori squilibri; per realizzare un opportuno disarmo integrale, la sicurezza alimentare e la pace; per garantire la salvaguardia dell’ambiente e per regolamentare i flussi migratori, urge la presenza di una vera Autorità politica mondiale, quale è stata già tratteggiata dal mio Predecessore, il Beato Giovanni XXIII. Una simile Autorità dovrà essere regolata dal diritto, attenersi in modo coerente ai principi di sussidiarietà e di solidarietà, essere ordinata alla realizzazione del bene comune,147 impegnarsi nella realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale ispirato ai valori della carità nella verità. Tale Autorità inoltre dovrà essere da tutti riconosciuta, godere di potere effettivo per garantire a ciascuno la sicurezza, l’osservanza della giustizia, il rispetto dei diritti.148 Ovviamente, essa deve godere della facoltà di far rispettare dalle parti le proprie decisioni, come pure le misure coordinate adottate nei vari fori internazionali. In mancanza di ciò, infatti, il diritto internazionale, nonostante i grandi progressi compiuti nei vari campi, rischierebbe di essere condizionato dagli equilibri di potere tra i più forti. Lo sviluppo integrale dei popoli e la collaborazione internazionale esigono che venga istituito un grado superiore di ordinamento internazionale di tipo sussidiario per il governo della globalizzazione 149 e che si dia finalmente attuazione ad un ordine sociale conforme all’ordine morale e a quel raccordo tra sfera morale e sociale, tra politica e sfera economica e civile che è già prospettato nello Statuto delle Nazioni Unite.
«Chi ha orecchi per udire, oda» (Matteo 11:15)


































