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Jul 31 2009

RU486: riflessioni

Scritto da Emiliano Musso, inserito nelle categorie: Attualità, Riflessioni

È già forte polemica nel nostro Paese per l’approvazione della cosiddetta «pillola abortiva» (RU486), la cui commercializzazione in Italia è stata approvata nel tardo pomeriggio di giovedì 30 luglio dal consiglio di amministrazione dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco). Tale farmaco potrà essere utilizzato soltanto in ambito ospedaliero, e solo entro il quarantanovesimo giorno di gravidanza, ossia la settima settimana. Secondo i consiglieri che hanno approvato l’immissione nel mercato della pillola, le modalità del suo impiego garantiscono il pieno rispetto della legge 194 del 22/05/1978.

Prima di scrivere quelle che sono alcune mie personali riflessioni sull’argomento, ho pensato di documentarmi relativamente alla sua composizione ed agli eventuali rischi: i pareri discordanti sentiti in questi giorni mi hanno convinto della necessità di svolgere qualche ricerca, attraverso la quale cercare di capire l’effettiva pericolosità dell’RU486.

Il principio attivo alla base della «pillola abortiva» è il mifepristone , ossia uno steroide sintetico utilizzato come farmaco per l’aborto chimico nei primi due mesi della gravidanza. Rispetto ai metodi abortivi tradizionali ha la caratteristica di non richiedere l’ospedalizzazione della donna né interventi chirurgici, per questo si ritiene che provochi minori traumi fisici e psicologici oltre che minori costi per il servizio sanitario. Attualmente gli unici Paesi della comunità europea in cui ne è vietato l’utilizzo sono l’Irlanda ed il Portogallo. (estratto da: Wikipedia.org)

Accertato con una ecografia che la gravidanza sia all’interno dell’utero e di epoca inferiore a 49 giorni (sette settimane di gestazione), il medico somministra da una a tre compresse da 200 mg di mifepristone. Il farmaco blocca i recettori del progesterone sulla mucosa e sulla muscolatura dell’utero favorendo il distacco dell’embrione e la dilatazione del collo. Due giorni dopo, se non si è verificata l’espulsione del materiale gravidico, viene somministrata una prostaglandina che la induce nel giro di pochissime ore. Dopo circa dieci giorni, la paziente torna in ospedale per la verifica ecografica dell’avvenuta interruzione. La procedura può fallire in meno dell’1% dei casi, e in circa il 5% dei casi è necessaria la revisione chirurgica della cavità uterina per completarla, o per bloccare eventuali emorragie che possono verificarsi. (estratto da: Wikipedia.org)

Tra i suoi effetti secondari e controindicazioni, troviamo le seguenti:

Emorragie (sanguinamento di origine uterina) talvolta abbondanti per un periodo dai 7 ai 15 giorni, dolori addominali, nausea, vomito, febbre. Il metodo, ancora relativamente recente, non ha ancora dimostrato l’assenza di rischi a lungo termine. È più lungo dell’aspirazione, richiedendo in genere da 1 a 2 giorni per il suo completamento. Nel luglio 2005 la Food and Drug Administration statunitense ha comunicato la morte di 4 donne negli USA (su 460mila, lo 0,00087%) successiva al trattamento con RU 486 nei cinque anni precedenti, e successivamente, nel marzo 2006, di altre 2; per tutte la causa è stata una sepsi con sintomatologia atipica, causata senz’altro per le prime 4 da un’infezione batterica da Clostridium sordellii, un batterio normalmente non pericoloso presente nella flora batterica intestinale. Si tratta di casi in cui il misoprostolo era stato somministrato per via vaginale. Ricerche sono in corso per capire come mai questo batterio diventi improvvisamente aggressivo e se vi sia e quale sia la correlazione tra l’assunzione del prodotto e l’infezione. L’incidenza di infezioni fatali è a parere di molti specialisti troppo bassa per giustificare l’impiego di una profilassi antibiotica, soprattutto valutando il beneficio rispetto al rischio di sviluppo di ceppi batterici resistenti.

Non può essere effettuato in pazienti che presentino allergia nota al mifepristone, insufficienza surrenalica, disordini emorragici, o che siano in terapia con anticoagulanti o cortisonici. L’RU 486 non può essere somministrato oltre le 7 settimane di gravidanza. È controindicato in caso di gravidanza extra-uterina. Le prostaglandine non possono essere somministrate in caso di: ipertensione arteriosa, angor, sindrome di Raynaud, insufficienza cardiaca, aritmia.(estratto da: Wikipedia.org)

Insomma, la sua somministrazione – come del resto quella di un qualsiasi farmaco, non è cosa da farsi a cuor leggero, richiendo controlli specifici. Certo è, che se la comunità scientifica europea nella sua quasi totalità è arrivata ad approvare l’utilizzo di questa pillola, è sicuramente un segnale della sua relativa sicurezza: a livello “storico“, l’eventuale decorso fatale legato all’impiego del farmaco è ben più basso di un qualsiasi antibiotico, perlomeno per quanto se ne sa adesso.

C’è comunque un “però“: anche ammettendo una possibile assunzione senza rischi, cosa dovrebbe spingere una donna a farne uso? Poco fa stavo leggendo i commenti che stanno pervenendo alla redazione del Corriere.it, relativamente all’articolo che tratta questo argomento (consultabile a questo link), e tra essi ne ho colto in particolare uno, di una donna, la quale chiedeva alla popolazione maschile di chiudersi in un rispettoso silenzio davanti alle scelte femminili, in quanto queste riguardano soltanto la donna.

Mi permetto di dissentire: molte scelte, è vero, sono ad esclusivo appannaggio della donna, ma che dire quando di mezzo c’è di mezzo lo sviluppo di una vita? Che cosa autorizza davvero a decidere, a decretare, in merito all’esistenza di un altro essere umano? Essere madre conferisce il titolo di «padrona della vita» del nascituro, nel più classico e becero «io ti ho fatto, ed io ti distruggo»? A questa equazione, manca un Fattore importante, che di fatto ci delegittima dallo scegliere chi debba vivere e chi morire.

Esistono coloro che reputano, ad esempio, lecito interrompere gravidanze se vengono riscontrate malformazioni nel nascituro, in una sorta di trasposizione moderna dell’antica Sparta, dove i piccoli che nascevano privi di caratteristiche «normali» venivano consegnati alla morte, scagliandoli dalla rupe cittadina. Il risultato è comunque sempre quello di spezzare una vita: un essere che passa dal grembo all’oblio, senza aver avuto la possibilità di conoscere l’amore di un padre e di una madre.

Certo si potrebbe commentare che nella nostra società, che in effetti non sa più cosa voglia dire donare amore, forse questa considerazione lascia il tempo che trova: come si può dare ciò di cui si è dimenticato il significato? Ci cadiamo tutti: tutti siamo incentrati su noi stessi, ed il sacrificio verso un’altro, che ci strapperebbe dai nostri importanti progetti personali, lo vediamo come una follia, spesso mascherandolo di buoni propositi. Mi sforzo di capire una madre che, davanti alla prospettiva di avere un figlio con seri problemi, si ponga l’interrogativo che potrebbe sfociare nella scelta di interrompere la gravidanza: al tempo stesso, conosco persone che invece hanno proseguito, perchè ritenevano più importante dare il proprio amore a quel piccolo privo di colpe.

Penso inoltre alle tante, troppe donne che vorrebbero poter stringere a sé un figlio, ma che per le cause più disparate, si vedono negare questa gioia, e per le quali, sicuramente, l’aborto è qualcosa da non prendere nemmeno in considerazione: come dice il vecchio adagio «chi ha pane non ha i denti». C’è inoltre da considerare che anche coloro che decideranno per un’interruzione di gravidanza con l’aiuto dell’RU486, dovranno fare i conti con un trauma psicologico di notevoli dimensioni: non oso nemmeno immaginare come possa sentirsi una donna che deve assistere, coscientemente, all’espulsione di un feto, rendendosi pienamente conto delle implicazioni della sua scelta.

Con queste righe non è mia intenzione colpevolizzare né giudicare nessuno: esse sono soltanto volte alla riflessione. Troppe volte si danno per scontati certe principi, responsabilità, decisioni, quando invece ci sarebbe necessità di fermarsi e pensare. Ogni azione causa una reazione, e di questo ne dobbiamo essere consapevoli. Non che non lo siamo, ma tendiamo a dimenticarcene.

Da credente, non posso non tracciare un parallelo tra quanto stiamo discutendo e la nostra posizione davanti a Dio. Possiamo dirci davvero esseri morali, civili, etici? Chiunque sia abbastanza onesto, non potrà che rispondere con un sonoro «no» ad una domanda di questo tipo. Eppure, Dio non ci ha cancellati, non ha rifiutato la sua creatura. Conscio dei nostri limiti, limiti che sanno essere ben più pesanti di una malformazione fisica, non solo ci ama, ma si è spinto oltre, donandosi per noi, affinché possiamo guarire da quell’handicap che ci tiene lontani da Lui.

L’uomo è creato ad immagine divina: anche noi siamo esseri decisionali, dotati di volontà, libero arbitrio, coscienza. E mi domando: riusciremo, tra le tante scappatoie che il mondo di oggi ci offre, a scegliere saggiamente la via da percorrere? Che il Signore possa concederci il discernimento per orientarci in questo mare, certamente non facile da navigare.



             

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1 Commento »

  1. Luce Hargreaves
    | 1 November 2009, 10:35

    sto studiando il mifepristone all’università, e ammetto esistano prodotti sintetici mooolto peggiori, assolutamente; di per sè non è mortale, e gli effetti collaterali sono sopportabili, specie se assunti da una paziente giovane e sufficientemente sana. Tuttavia io personalmente non riuscirei mai ad abortire… resto in un minuto di doloroso silenzio cercando solo di immaginare l’impatto emotivo di tale scelta, e le eventuali dolorose ragioni che possano portare a un passo del genere; tuttavia io preferisco risolvere il tutto alla “radice”, con precauzioni e -in generale- non dimenticando mai che certe azioni portano a conseguenze; preferisco in tutto prevenire che rimediare, e non potrei fare del male a un “esserino” che non ne avrebbe colpa. Non penso che chi abortisca pensi davvero di fare del male: credo la paura blocchi qualunque altra emozione, una paura tale da non stare neanche più a collegare “gravidanza = famiglia”. Io personalmente ho timore di quel genere di paura, e prevengo sempre, con consapevolezza ed attenzione, partendo alla base del (tra virgolette) “problema”.
    Il mio commento non è una condanna o una critica: al contrario, è un momento di umano (e femminile…) dispiacere nei confronti di chi ha dovuto vivere questa esperienza, e ha dovuto rinunciare al proprio figlio. Credo questo, in qualche modo, tocchi e spaventi ogni donna, anche solo per un momento, anche solo per un istante.

     

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