In questo articolo intendo discutere un tema controverso, sul quale, ancora oggi, esiste una discreta confusione: mi riferisco alla «confessione dei peccati». Perchè è necessario comprendere questo argomento, alla sola luce della Parola di Dio? Perchè il modo in cui intendiamo il perdono divino, e come esso venga concesso, influenza il nostro rapporto con Dio.
Se Clemente Romano, nella sua epistola ai Corinzi, scriveva che «il Signore nulla esige dagli uomini se non una confessione fatta a Lui», oggi non possiamo dire che tale linea di pensiero sia certo rispettata, perlomeno in ambito cattolico. Cerchiamo allora di fare un po’ di luce sull’argomento, ovviamente per evidenziare che cosa dica la Bibbia in merito, testo che – non ci stancheremo mai di dirlo – per un cristiano dovrebbe essere la sola norma di fede.
Ad oggi, la chiesa di Roma insegna ai suoi fedeli che la confessione è un sacramento istituito da Gesù Cristo, e che i sacerdoti stessi hanno ricevuto l’incarico da Dio di ricevere la confessione dei fedeli e di assolvere i peccatori. I fedeli devono confessare i loro peccati con frequenza almeno annuale (Catechismo ad uso dei parroci, Pio V, Ed. Tipografia del Senato, 1918, p.401; Compendio del catechismo della chiesa cattolica, p307). Anzitutto, sottolineiamo ancora una volta come sia del tutto fuori luogo parlare di «pratica sacramentale»: il termine latino «sacramentum» si riferisce infatti a riti, azioni, pratiche, che possano concedere grazie particolari quali la salvezza eterna, ad esempio. Ma si tratta di un concetto errato, proveniente dalla cattiva resa della parola greca «mysterion», che si riferisce a ciò che è occulto, quindi non conoscibile se non rivelato. Infatti, non troviamo nelle Scritture originali nemmeno un accenno ad azioni che abbiano il potere di concedere privilegi specifici: ogni concessione divina proviene dalla sola volontà di Dio, senza intermediari di sorta. È importante sottolineare questo aspetto, per evitare di credere che esista una casta di uomini con autorità superiore a quella dei propri simili. Ricordiamo, a questo proposito, l’affermazione che Dio stesso pronunciò per bocca del profeta Isaia:
«Io non darò la mia gloria ad un altro» (Is.48:11)
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