Aug 18 2009
La confessione dei peccati: una questione senza intermediari
In questo articolo intendo discutere un tema controverso, sul quale, ancora oggi, esiste una discreta confusione: mi riferisco alla «confessione dei peccati». Perchè è necessario comprendere questo argomento, alla sola luce della Parola di Dio? Perchè il modo in cui intendiamo il perdono divino, e come esso venga concesso, influenza il nostro rapporto con Dio.
Se Clemente Romano, nella sua epistola ai Corinzi, scriveva che «il Signore nulla esige dagli uomini se non una confessione fatta a Lui», oggi non possiamo dire che tale linea di pensiero sia certo rispettata, perlomeno in ambito cattolico. Cerchiamo allora di fare un po’ di luce sull’argomento, ovviamente per evidenziare che cosa dica la Bibbia in merito, testo che – non ci stancheremo mai di dirlo – per un cristiano dovrebbe essere la sola norma di fede.
Ad oggi, la chiesa di Roma insegna ai suoi fedeli che la confessione è un sacramento istituito da Gesù Cristo, e che i sacerdoti stessi hanno ricevuto l’incarico da Dio di ricevere la confessione dei fedeli e di assolvere i peccatori. I fedeli devono confessare i loro peccati con frequenza almeno annuale (Catechismo ad uso dei parroci, Pio V, Ed. Tipografia del Senato, 1918, p.401; Compendio del catechismo della chiesa cattolica, p307). Anzitutto, sottolineiamo ancora una volta come sia del tutto fuori luogo parlare di «pratica sacramentale»: il termine latino «sacramentum» si riferisce infatti a riti, azioni, pratiche, che possano concedere grazie particolari quali la salvezza eterna, ad esempio. Ma si tratta di un concetto errato, proveniente dalla cattiva resa della parola greca «mysterion», che si riferisce a ciò che è occulto, quindi non conoscibile se non rivelato. Infatti, non troviamo nelle Scritture originali nemmeno un accenno ad azioni che abbiano il potere di concedere privilegi specifici: ogni concessione divina proviene dalla sola volontà di Dio, senza intermediari di sorta. È importante sottolineare questo aspetto, per evitare di credere che esista una casta di uomini con autorità superiore a quella dei propri simili. Ricordiamo, a questo proposito, l’affermazione che Dio stesso pronunciò per bocca del profeta Isaia:
«Io non darò la mia gloria ad un altro» (Is.48:11)
Se ci domandassimo quali brani della Scrittura vengano invocati a pretesto di un tale insegnamento, troveremmo sostanzialmente la risposta in una errata interpretazione di due brani contenuti nei Vangeli. Tali brani sono i seguenti:
«A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi, e a chi li riterrete, saranno ritenuti» (Gv.20:23) «A te darò le chiavi del regno dei cieli; e tutto ciò che avrai legato sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che avrai sciolto in terra sarà sciolto nei cieli» (Mt.16:19)
Perchè abbiamo parlato di «errata interpretazione»? Per il semplice fatto che tali dichiarazioni scritturali non autorizzano certo l’uomo ad occupare una posizione che non gli compete, ma esse vanno comprese secondo la totalità dell’insegnamento biblico, senza fuorvianti estrapolazioni selvagge.
Quando un credente annuncia il messaggio della grazia divina a coloro che non lo conoscono, di fatto mette questi ultimi in condizione di essere «sciolti» dai propri peccati: se infatti una tale predicazione fa breccia nel cuore dell’ascoltatore, e questi crede ed accetta per sé il sacrificio espiatore di Cristo, allora ecco che Dio lo perdona, proprio in virtù dei meriti di suo Figlio. Vediamo quindi che non si tratta di una particolare capacità di chi annuncia, ma di un effetto insito nell’accettazione della predicazione cristiana.
Se infatti il messaggio non viene accolto, gli ascoltatori non possono usufruire dei meriti che Cristo ha acquisito tramite il suo sacrificio, e rimangono pertanto «legati» al proprio stato di peccato. L’unico che possiede l’autorità di perdonare e rimettere i peccati è infatti Dio, non certo un uomo. Il credente ha solamente il mandato di annunciare il messaggio della riconciliazione divina. Ma se tale è l’indicazione biblica, come si è arrivati all’istituzione della confessione obbligatoria, considerando anche che il Nuovo Testamento non ci offre un solo caso in merito?
Anticamente, quando in una comunità cristiana si verificava uno scandalo, il colpevole era chiamato a confessare pubblicamente quella specifica colpa. Storicamente sappiamo come la prima chiesa si trovò ad affrontare dure persecuzioni, passate le quali molti cristiani che avevano abiurato la propria fede per salvarsi la vita chiesero di essere riammessi nelle comunità. Ecco che allora si trovò un metodo maggiormente pratico per svolgere questa particolare “confessione“: invece di far comparire ciascuno davanti all’intera assemblea, furono istituiti dei penitenzieri, che ascoltassero i penitenti. Tale pratica era generalmente approvata, e giudicata consigliabile.
Tuttavia, non si trattava di una imposizione: l’obbligo di confessione annuale fu istituito dal papa Innocenzo III durante il IV Concilio lateranense del 1215. Ricordiamo che tale papa fu lo stesso che, nel tentativo di esercitare sempre più potere sulle anime dei fedeli, ideò il folle concetto di transustanziazione (ossia, l’ostia che diventerebbe vero corpo di Cristo), e che si attribuì il blasfemo titolo di «vicario di Dio».
La dottrina della confessione obbligatoria e auricolare rappresenta un pericolo per la vita spirituale dei credenti cattolici, perchè propone un errato concetto di peccato, considerato nelle sue singole manifestazioni anzichè nella sua sostanza. Nel confessarsi al sacerdote, viene eseguita una distinzione tra peccati «veniali» (ossia, secondari, non particolarmente importanti) e peccati «mortali» (come ad esempio, l’assassinio, l’adulterio, ecc.). In questo modo, il fedele continuerà ad essere all’oscuro del problema di base, ignorando che i singoli peccati, siano essi veniali o mortali, non sono che espressioni secondarie del primo e vero peccato, ossia della nostra ribellione contro Dio.
Ma vediamo allora cosa affermino le Scritture in merito, per verificare se esista qualcosa di assimilabile al concetto di confessione, ed in caso affermativo, come questa vada esercitata.
L’apostolo Giovanni, nella sua prima lettera, ci fornisce un’indicazione in merito:
«Se diciamo di non aver peccato inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità» (1Gv.1:8-9)
L’apostolo evidenzia come possiamo ingannare noi stessi: affermando di essere privi di peccato. La rivelazione biblica ci parla, dalla prima all’ultima pagina, della lontanza dell’uomo da Dio, causata dalla nostra ribellione, e del bisogno che abbiamo di ottenere la riconciliazione con il nostro Signore, attraverso il sacrificio di Cristo. Asserire di non aver peccato, significa affermare di non aver bisogno dell’intervento di Dio, e al tempo stesso tale convinzione si traduce in un rifiuto dell’offerta di salvezza che il nostro Creatore ci presenta continuamente. È logico che il seguire una strada come questa non può portare al perdono di Dio, perchè manca di un elemento fondamentale: il pentimento, e l’ammissione del proprio stato davanti a Dio.
Proseguiamo nel passo citato poco sopra: il termine “confessiamo”, traduce il greco όμολογωμεν, parola composta da όμο, ossia “stessa” e λογος, ossia “parola”, dando quindi il senso di una cosa ripetuta, confermata: il termine όμολογωμεν assume quindi il significato di confessione soltanto in senso lato, in quanto richiama più il concetto dell’ammisione, della testimonianza, della conferma, della dichiarazione: ciò che facciamo, davanti a Dio, equivale a testimoniare contro noi stessi, ad ammettere il nostro peccato. Giovanni spiega che se percorriamo un tale cammino, Dio è fedele e giusto da perdonare i nostri peccati.
Come si noterà, non sono stati menzionati intermediari, proprio perchè l’intero procedimento è qualcosa che riguarda appunto l’uomo e Dio, senza nessuno che abbia il diritto di frapporsi nel rapporto che l’essere umano ha con il proprio Creatore.
Giacomo, nella sua epistola, ci rivolge inoltre la seguente esortazione:
«Confessate dunque i vostri peccati gli uni agli altri, pregate gli uni per gli altri affinché siate guariti; la preghiera del giusto ha una grande efficacia» (Gm 5:16)
L’espressione «gli uni agli altri» (gr. αλλήλοις) non suggerisce l’idea di una categoria di persone preposta a ricevere la confessione, quanto piuttosto una parità di livello, un mutuo soccorso, che i credenti possono prestarsi: è certamente più semplice portare un peso in due, invece di trascinarlo da soli. È possibile che un credente sia angustiato per una mancanza, per un peccato, e non riesca a perdonare sé stesso, né a radicarsi nel sicuro perdono di Dio: in un caso come questo, il potersi appoggiare ad un fratello in fede, certamente ha un’importanza non indifferente, perchè non si rimane soli nel proprio rimuginare, ma anche perchè si può ricevere consiglio e conforto.
Il concetto del «rimettere i peccati», come se un uomo potesse davvero fare le veci di Dio, è un aspetto prontamente smentito dallo stesso Giacomo nel proseguo della sua lettera. Egli scrive:
«Fratelli miei, se qualcuno tra di voi si svia dalla verità e uno lo riconduce indietro, costui sappia che chi avrà riportato indietro un peccatore dall’errore della sua via salverà l’anima del peccatore dalla morte e coprirà una gran quantità di peccati» (Gm.5:19-20)
Notiamo quindi che il perdono divino non avviene per concessione umana, bensì risiede sempre e comunque nella potenza della Parola di Dio, tramite la quale rendere edotto chi sbaglia dei propri errori, permettendogli quindi di ravvedersi e di camminare secondo la volontà divina. Davanti ad un cuore contrito, che riconosce i propri peccati e decide di cambiare rotta, Dio concede il proprio perdono.
L’intermediazione umana può quindi sussistere soltanto a livello educativo, non è possibile che un uomo abbia l’autorità di emettere una sentenza di grazia. Lo sapevano bene anche i Giudei, che, ignorando come Cristo fosse al tempo stesso uomo e Dio, contestavano Gesù con affermazioni di questo tipo: «Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?» (Mc.2:7)
Ma Gesù capì subito, con il suo spirito, che essi ragionavano così dentro di loro, e disse: «Perché fate questi ragionamenti nei vostri cuori? Che cosa è più facile, dire al paralitico: “I tuoi peccati ti sono perdonati”, oppure dirgli: “Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina?” Ma, affinché sappiate che il Figlio dell’uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati, io ti dico (disse al paralitico) àlzati, prendi il tuo lettuccio, e vattene a casa tua». Il paralitico si alzò subito, prese il suo lettuccio e se ne andò via in presenza di tutti; sicché tutti si stupivano e glorificavano Dio, dicendo: «Una cosa così non l’abbiamo mai vista».



































| 18 August 2009, 20:58
Una marea di chiacchere inutili sul nulla assoluto!
Sapete dirmi a che serve la confessione ad un Dio onnipotente ed onniscante che, conoscendo fin dalla notte dei tempi, ogni più infimo aspetto della vita di ciascun individuo, conosce anche l’eventuale pentimento?
Ma il discorso si potrebbe allargare a “tutto”; che senso ha un Dio che conoscando alla perfezione ogni minimo aspetto del futuro continua imperterrito a dara la vita a decine di miliardi d’individui che poi, in ossequio alle sue stesse ipotetiche leggi, sarà costretto a spedire all’inferno per il 99,999999999999999999999999999999999%?
IL DIO CRISTIANO (MA ANCHE QUELLO EBRAICO E MUSULMANO) MANCANO DEL PIU’ ELEMNTARE BUONSENSO! PER QUESTO NON ESISTINO!
Vota commento:solovangelo.it | 18 August 2009, 23:59
Buonasera Saverio,
mi permetto di indicarle alcuni concetti sui quali riflettere: secondo l’esposizione dell’apostolo Paolo, chi muore senza legge, sarà giudicato in base al proprio operato. Come dire, se non si conosce Dio né la sua legge, allora parlerà per noi il fatto di essere “immagine di Dio”: quanto siamo stati conformi a tale immagine? Per dirla in altre parole: per quanto avevamo modo di sapere, cosa ne abbiamo fatto della nostra vita?
Il discorso è invece diverso per i credenti, che conoscendo la legge divina, non hanno “scusanti” in tal senso. Ma il cristiano, in questo senso ha una sicurezza: il fatto che le sue mancanze sono state espiate da Cristo sulla croce, alla quale si può sempre guardare con fede (ovviamente in senso metaforico, intendendo con tale espressione il pentimento e la conversione, da rinnovare continuamente), garantiscono di superare indenni il futuro giudizio di Dio.
Essendo stati creati con il libero arbitrio, noi possiamo operare decisioni nel bene e nel male: per questo motivo, nonostante l’onniscienza divina (che comunque non possiamo afferrare fino in fondo), il fatto di essere chiamati a scegliere ci mette in condizione di non essere marionette pilotate, cosa che invece sembra emergere dal suo discorso: secondo il suo commento, si direbbe che lei pensi che ogni cosa sia già scritta. Ma la invito a riflettere sul fatto che, se davvero così fosse, non avrebbe senso essere dotati di intelletto, né capacità decisionale.
Dio ha certo un proposito generale per l’umanità, nonchè un proposito particolare per ognuno di noi. Ma ci lascia liberi di scegliere, e quanto ci circonda dovrebbe essere un indice piuttosto evidente della libertà che abbiamo. Certo, come dice il proverbio “chi semina, raccoglie”: è quindi importante operare le scelte opportune, dopo averne capito le implicazioni.
Per i motivi che ho elencato, ma non solo, la invito quindi ad approfondire la sua conoscenza biblica, per avere le idee più chiare su quello che le Scritture esprimono. Ovviamente, se in questo procedimento sentirà di avere la necessità di un confronto, siamo a sua disposizione.
Un saluto.
Vota commento:| 21 August 2009, 0:23
ciao Emiliano;
la mia domanda è questa: come si concilia il cosiddetto “libero arbitrio”
con la dottrina della predestinazione, che in breve afferma che Dio
già ha scelto i suoi fedeli prima della fondazione del mondo?
Di recente ho ascoltato una predicazione di Butindaro (penso lo conosciate,
data la sua estrema durezza e franchezza nel predicare),
nella quale affermava con forza la validità della dottrina della predestinazione,
rimproverando inoltre le ADI che nascondono ai credenti (lo dice sempre lui)
questa dottrina, chiamando i loro pastori “dottori secondo le proprie voglie”.
Ciao e grazie,
gianluca
Vota commento:| 21 August 2009, 0:25
dimenticavo,
parlo qui di libero arbitrio perchè Emiliano
l’ha citato nella sua risposta a Saverio.
Vota commento:solovangelo.it | 22 August 2009, 11:47
Ciao Gianluca, e grazie per il tuo commento: certamente non poni una domanda semplice, ma cercherò di rispondere per quanto ho compreso su questo argomento.
Anzitutto, non direi che coloro che parlano di libero arbitrio senza esaltare la predestinazione siano “insegnanti secondo le proprie voglie”: d’altra parte, sia l’una che l’altra sono descritte nelle Scritture con dovizia di particolari, al punto che possiamo costruire interi pensieri teologici sia su una che sull’altra, cosa che in effetti è successa: parliamo di arminianesimo e calvinismo. La prima corrente afferma che tutto il piano di Dio per l’uomo sia in funzione delle scelte umane, mentre la seconda asserisce che la grazia divina è irresistibile, esaltando quindi il principio dell’elezione.
Possiamo dire che una di queste correnti sia più giusta dell’altra, considerando che entrambe trovano il punto fondante nella persona e nell’opera di Gesù Cristo? Io, in tutta sincerità, non me la sento.
Secondo quanto possiamo aver capito nel nostro personale cammino, potremo essere più propensi ad abbracciare un pensiero o l’altro, ma dovremmo comunque essere onesti nell’affermare che entrambi trovano spiegazione nella Bibbia. Non direi che l’insegnare il libero arbitrio piuttosto che la predestinazione renda qualcuno un “insegnante secondo le proprie voglie”: ci sono un’infinità di altri punti, ben più radicali, che operano questa discriminazione. È davvero così capitale mettere l’ultima parola su un concetto del genere?
Non dico questo perché io sia “partigiano” di uno o dell’altro pensiero, ma soltanto per riflettere.
Sono due concetti che per i sostenitori di uno o dell’altro non si complementano: il calvinismo più estremo afferma che la grazia di Dio, essendo appunto irresistibile, forza l’uomo nella sua scelta di accettarla o meno, mentre l’arminianesimo in qualche modo sostiene che la scelta ultima è nelle mani dell’uomo, che di fatto diventa “capace” di “rendersi predestinato”: l’elezione di Dio sarebbe rivolta a tutti, ma solo chi la accetta può dirsi appunto predestinato.
Come armonizzare invece questi pensieri? Credo fermamente che la risposta stia nell’ammettere la nostra limitatezza, e l’incapacità che abbiamo di unificare due concetti così apparentemente antitetici, mentre ci diamo da fare per continuare ad approfondire tali aspetti, alla ricerca di risposte, consapevoli comunque che sia libero arbitrio o predestinazione, la nostra chiamata proviene dall’amore di Dio.
Spero di averti dato una risposta soddisfacente, e rimango a tua disposizione per un’eventuale proseguimento.
Un caro saluto
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