Sep 28 2009
Giocarsi il futuro
Travestito da «opera pia», ed offrendo il miraggio di una stabilità economica ventennale, si affaccia proprio oggi sulla scena italiana un nuovo gioco, studiato da Sisal in collaborazione con i Monopoli di Stato, dall’accattivante nome di «Win for life», «Vinci per la vita». Senza entrare troppo nei dettagli del gioco stesso, azzeccando l’esatta combinazione numerica é possibile aggiudicarsi un’entrata netta di quattromila euro al mese, per la durata di venti anni. Le estrazioni avverranno ogni ora, ed i giocatori potranno controllare in qualunque istante, nelle ricevitorie o attraverso internet, l’eventuale vittoria o il quasi certo insuccesso, considerando che le probabilità di essere il «fortunato vincitore» sono all’incirca 1 su tre milioni e mezzo. Per condire il tutto di una veste «pia», come dicevamo poco fa, Sisal (la società che gestisce i giochi di questo tipo più noti nel nostro Paese) ha affermato che parte del giocato (il 23% di ciascun euro «investito») verrà destinato alle vittime del terremoto abruzzese: il giocatore, quindi, ha a portata di mano una scusante umanitaria (definizione forse cinica, ma realista) per poter mettere mano al proprio portafoglio con animo leggero, senza riflettere forse più di tanto sulle conseguenze delle sue azioni.
Sì, perché nonostante sia stato affermato che questa nuova attrazione rappresenta un modo di giocare «sicuro e responsabile, che non fa perdere la testa», va ricordato come il pericolo principale di attività come questa non risieda tanto nelle possibili catastrofiche conseguenze economiche, quanto piuttosto nel «tarlo» che viene innestato nella mente dell’utente, che lo porta di fatto a ritenere la vincita al gioco l’unico modo (forse il modo più semplice, anche se di fatto non é così) per uscire da situazioni difficili, che umanamente giustificherebbero anche il tentativo di accaparrarsi una vincita cospicua.
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La recente pellicola sulla vita del biologo Charles Darwin sta incontrando una decisa resistenza al suo tentativo di approdare in America, dopo aver già raggiunto un gran numero di paesi. Il produttore inglese Jeremy Thomas ha spiegato: «Darwin in Usa resta tabù. Perché, incredibile ma vero, tra molti americani la religione ha il sopravvento sulla ragione». Un’affermazione, questa, che equivale poi ad asserire che la presenza della fede sia possibile solo laddove siano assenti processi mentali, sottolineando quindi come il credente sia un individuo in balìa di concetti fantastici, impossibilitato a discernere l’immaginario dal reale, o dal razionale. Sotto questa lente, chi ha una convinzione religiosa diventa quasi un «minus habens», un individuo da compatire, una persona incapace di analisi critica.
James Charlesworth, professore di studi neotestamentari presso il Princeton Theological Seminary, ha avuto il privilegio di poter analizzare un frammento appartenente ad uno dei manoscritti del Mar Morto, recentemente acquistato dalla Azusa Pacific University. Tale porzione riporta una piccola parte del libro del Deuteronomio, e più precisamente alcuni versetti del capitolo 27, nei quali Mosé dà disposizioni per la costruzione di un altare sul quale offrire sacrifici a Dio, non appena il popolo fosse riuscito ad entrare nella Terra Promessa. Questo altare era da erigersi utilizzando grandi pietre imbiancate, sulle quali sarebbero state riportate tutte le parole della legge rivelata da Dio.
È strano per me constatare come spesse volte, a fronte della morte di personaggi influenti o famosi, mi ritrovi a scrivere su queste pagine considerazioni collegate a ciò che l’uomo ritiene essere il «termine del suo soggiorno terreno», il trapasso. All’indomani della morte di Mike Bongiorno, ho pensato che, almeno per questa volta, non fosse necessario riportare alcun pensiero, se non – anche se non l’avrei scritto – quell’empatica e silenziosa vicinanza verso i familiari dello scomparso, sentimento che, come esseri umani, ci ritroviamo a provare naturalmente, perché no, unita a quel pizzico di malinconia nel sapere che non rivedremo più il volto di una persona che ci ha intrattenuti per decenni, parlandoci da quello scatolone elettronico che é sempre al centro della critica, a mio avviso con un’ampia fetta di ragione.
Nel pomeriggio di ieri, domenica 6 settembre 2009, la città di Asti ha accolto una bella iniziativa della Comunità Ebraica di Torino, consistente in una «passeggiata cittadina» durante la quale rievocare il passato della piccola comunità astigiana, ormai scomparsa, ma un tempo decisamente florida, soprattutto riguardo all’importanza sociale. Partendo da piazza S.Secondo, il corposo corteo di circa trecento persone é stato guidato lungo le vie costituenti l’antico ghetto ebraico astigiano, interrompendo qui e là la passeggiata per ascoltare alcuni brani scelti de “I giorni del mondo“, testo scritto da Guido Artom, narrati dalla intensa voce di Aldo Delaude, il quale é riuscito a riportare a quei tempi gli ascoltatori in maniera assai vivida: socchiudendo gli occhi, pareva davvero di assistere in prima persona agli eventi raccontati. Eccoci quindi nel vecchio ghetto, un gruppo di stradine molto pittoresche che nulla raccontano del proprio passato, se non alle orecchie di chi sa ascoltarne i bisbigli, ed agli occhi di chi sa scorgere i dettagli.
Notizia certamente entusiasmante, quella pubblicata ieri da
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