Nov 18 2009
La divinità di Cristo in Apocalisse
In questo articolo é mia intenzione analizzare i passaggi conclusivi del testo di Apocalisse, libro che chiude la rivelazione divina per l’uomo, al fine di sottolineare alcuni insegnamenti sulla figura di Cristo in essi contenuti. Ci muoveremo prevalentemente tra il capitolo 21 ed il 22 del testo giovanneo, anche se qua e là saranno necessarie brevi «escursioni» altrove, finalizzate a completare il quadro evidenziato dall’apostolo di Cristo, che, durante il suo esilio sull’isola di Patmos, riceve una visione piuttosto complessa e articolata sulle vicissitudini che costituiranno il preludio all’eternità, inaugurata dalla vittoria definitiva di Cristo sulle potenze del male e dall’instaurazione completa del regno di Dio, nel contesto di una creazione rigenerata, e riportata totalmente al proposito divino originale.
Per poter fruire al massimo dell’articolo, é consigliata la lettura preventiva dei brani interessati, acquisendo quella visione di insieme che servirà per seguire meglio i concetti che svilupperemo. Invito quindi alla lettura del brano, per proseguire poi con le relative considerazioni
[cliccare qui per una lettura dei capitoli 21 e 22 di Apocalisse (verrà aperto un pop-up)]
Completata la lettura, passiamo ora a commentare quelli che sono i passi utili per considerare la figura del Cristo alla luce dell’insegnamento apocalittico.
Nel citare le varie Scritture, utilizzeremo il doppio riferimento italiano/greco, in modo che sia evidente come la resa nella nostra lingua sia conforme alla grammatica del testo originale.
21:3 «Udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio.» [gr. «και ηκουσα φωνης μεγαλης εκ του ουρανου λεγουσης ιδου η σκηνη του θεου μετα των ανθρωπων και σκηνωσει μετ αυτων και αυτοι λαοι αυτου εσονται και αυτος ο θεος εσται μετ αυτων θεος αυτων»]
Nella visione é presente un grande trono, dal quale Giovanni sente provenire una voce che annuncia l’instaurazione del regno divino, nel quale Dio stesso abiterà in mezzo al suo popolo. L’espressione «Dio con loro» [gr. «θεος εσται μετ αυτων»], anche se espressa nella lingua del Nuovo Testamento, ci aiuta a tracciare un importante parallelo con un brano del profeta Isaia, che nel preannunciare la nascita verginale del Cristo, utilizzò questa espressione:
«Il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele.» (Is.7:14)
Le nostre traduzioni bibliche espongono «Emmanuele» quasi fosse un nome proprio, mentre sappiamo che il nome del Cristo é Gesù: infatti, l’originale ebraico del passo fa riferimento al significato del termine «imanu-el» [ebr. «עמּנוּ-אל»], che significa appunto «con noi [עמּנוּ, "im-anu"] Dio [אל, "el"]. Il passo di Isaia andrebbe quindi reso come «Il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà “Dio con noi”». Nel passo di Ap.21:3, quindi, viene fatto implicito riferimento alla figura di Cristo, che l’apostolo Giovanni stesso, nel suo Vangelo, spiega essere «l’unigenito Dio che rende possibile la conoscenza del Padre» (Gv.1:18), proprio in virtù della loro intima correlazione [gr. «ομοούσιος», stessa sostanza]
21:5-7 «Colui che siede sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Poi mi disse: «Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veritiere», e aggiunse: «Ogni cosa é compiuta. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell’acqua della vita. Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio.» [gr. «και ειπεν ο καθημενος επι του θρονου ιδου καινα παντα ποιω και λεγει μοι γραψον οτι ουτοι οι λογοι αληθινοι και πιστοι εισιν και ειπεν μοι γεγονεν εγω ειμι το α και το ω η αρχη και το τελος εγω τω διψωντι δωσω εκ της πηγης του υδατος της ζωης δωρεαν ο νικων κληρονομησει παντα και εσομαι αυτω θεος και αυτος εσται μοι ο υιος»]
«Colui che siede sul trono»: la figura del trono richiama da sempre il concetto di autorità, che nel caso analizzato, tenendo conto del contesto che stiamo considerando, é di tipo assoluto. Un ruolo di questo genere non può essere contemporaneamente esercitato da due personaggi differenti, perché, per definizione, il potere divino é al di sopra di ogni altro potere, e non può quindi avere un peso uguale a quello di qualsiasi altra autorità minore. Detto questo, limitiamoci per ora a proseguire, notando un particolare interessante: colui che siede sul trono definisce sé stesso come «l’alfa e l’omega, il principio e la fine». Tale affermazione é la stessa che pronuncerà poco dopo lo stesso Gesù, del quale leggiamo, al capitolo 22 vv.13, la seguente affermazione:
22:13 «Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine.» [gr. «εγω ειμι το α και το ω αρχη και τελος ο πρωτος και ο εσχατος»]
Dal momento che, come abbiamo considerato, non é possibile che esistano due figure diverse in una sola posizione univoca, dobbiamo quindi dedurre che «Colui che siede sul trono» é Cristo, per assonanza di aggettivi. Oltre a ciò, notiamo come l’espressione «alfa e omega» sia già usata altrove, ma non sia apparentemente riferita alla stessa persona; in apertura al testo apocalittico, é infatti possibile leggere quanto segue:
«Io sono l’alfa e l’omega», dice il Signore Dio, «colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente» (Ap.1:8)
La domanda sorge spontanea: se «alfa e omega» [gr. «το α και το ω»] é un’espressione che denota eternità e potere assoluto, come é possibile che esistano due figure alle quali appartengono tali prerogative? Se esse fossero realmente due, dovremmo forzatamente migrare il monoteismo giudaico-cristiano verso una concezione politeista. Ma sapendo bene che «vi è un solo Dio e che all’infuori di lui non ce n’è alcun altro» (Mc.12:32), siamo obbligati a ricercare un’altra soluzione, la quale si trova laddove coloro che professano forme più o meno moderne di arianesimo non sanno o vogliono guardare.
21:22 «Nella città non vidi alcun tempio, perchè il Signore, Dio onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio.» [gr. «και ναον ουκ ειδον εν αυτη ο γαρ κυριος ο θεος ο παντοκρατωρ ναος αυτης εστιν και το αρνιον»]
Con il termine «Agnello», Giovanni indica la figura di Cristo, esaltando quindi l’aspetto redentore di Colui che si é donato come vittima sacrificale per l’espiazione del peccato dell’uomo. Tale appellativo richiama quello usato dal Battista, il quale definì pubblicamente Gesù come «l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo» (Gv.1:29)
Nel versetto apocalittico appena visto, ci troviamo di fronte ad un concetto simile al precedente: Giovanni dice di non vedere alcun tempio, e che il κυριος («Signore»), ossia Dio onnipotente, e l’Agnello, sono il tempio della città. Il tempio (al pari di un qualsivoglia altro edificio o costruzione) é un’entità unica, inscindibile sia secondo il profilo spaziale che quello temporale; tuttavia, in questo passo, esso pare trovare la sua totale realizzazione in due figure, ossia Dio e l’Agnello. Dal momento che il testo non ci parla di due templi, bensì di una sola entità, é logico dedurre che senza una delle due parti in causa, il tempio non sarebbe tale, bensì sarebbe incompleto. Dunque, siamo davanti a due possibilità: o Dio e l’Agnello sono figure equivalenti a livello di potere, ma separate come natura (cosa che, come già detto, presupporrebbe l’esistenza di due divinità paritarie, in aperto contrasto con tutto l’insegnamento biblico), oppure sono da considerarsi come la medesima persona (nel senso di facenti parte di una solida unità). È utile notare che, nel caso optassimo per la prima possibilità, l’errore nel quale incorreremmo scatenerebbe un paradosso: se sono necessari Dio e l’Agnello per realizzare il tempio, allora significa che quest’ultimo li «include» entrambi, con il risultato di definire il concetto di «tempio» come superiore, singolarmente, a Dio e all’Agnello. È evidente che si tratta di una strada non percorribile.
A conferma di questo, ed in riferimento al «trono» visto poc’anzi, é utile considerare ancora i versetti 1 e 3 del capitolo 22, nei quali si fa riferimento al «trono di Dio e dell’Agnello» (gr. «του θρονου του θεου και του αρνιου»): anche in questo caso, vediamo come a fronte di un solo ruolo (quello dell’«occupante del trono», ossia della massima autorità) troviamo nuovamente Dio e l’Agnello come figure coesistenti nella stessa posizione. Il fatto che tali personaggi non possano essere separati é immediatamente deducibile osservando il complesso dei versetti 3 e 4, che afferma:
22:3-4 «Non ci sarà più nulla di maledetto. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell’Agnello; i suoi servi lo serviranno, vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome scritto sulla fronte.» [gr. «και παν καταναθεμα ουκ εσται ετι και ο θρονος του θεου και του αρνιου εν αυτη εσται και οι δουλοι αυτου λατρευσουσιν αυτω και οψονται το προσωπον αυτου και το ονομα αυτου επι των μετωπων αυτων»]
Notiamo infatti che subito dopo la referenza al «trono di Dio e dell’Agnello» (entità plurali), il tono del brano cambia improvvisamente al singolare: «i suoi servi lo serviranno, vedranno la sua faccia, porteranno il suo nome sulla fronte». Se un contesto apparentemente plurale viene ridotto alla persona singolare senza aggiungere dettagli di transizione, é lecito pensare che la pluralità «abbandonata» debba essere fatta risalire ad una molteplicità di aspetti legata ad un solo protagonista. Se, a fronte di queste nuove informazioni acquisite, rileggessimo il testo di Ap.3:12, potremmo sbilanciarci ancora di più sulla bontà di questa tesi. Il brano infatti recita:
«Chi vince io lo porrò come colonna nel tempio del mio Dio, ed egli non ne uscirà mai più; scriverò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, e della nuova Gerusalemme che scende dal cielo da presso il mio Dio, e il mio nuovo nome.» (Ap.3:12)
Gesù afferma la sua volontà di «scrivere» diversi «nomi» su coloro che verranno annessi alla nuova creazione, mentre nel brano di Ap.22:3-4 abbiamo visto che il «nome» é uno soltanto: dobbiamo necessariamente pensare, dunque, che i quattro nomi di Ap.3:12 rappresentino un unico nome, in armonia con il testo conclusivo. Interessante notare inoltre che su questo aspetto il testo di Ap.3:12 presenta una struttura di tipo AB-BA: prima é specificato il «nome di Dio» (elemento “A”), poi quello della «città di Dio» (elemento “B”). Il terzo nome é quello della «città che scende dal cielo da presso Dio», ed essendo tale città la stessa appena considerata, dobbiamo assimilarla ad essa, ottenendo quindi un altro “B”. A questo punto, seguendo uno stile letterario piuttosto comune nella struttura generale delle Sacre Scritture, sappiamo di doverci attendere un ulteriore elemento che chiuda la catena della struttura, ma a ritroso: pertanto l’ultimo nome, quello che Cristo definisce «suo» deve rappresentare un elemento di «tipo A». Ecco che allora possiamo tracciare quasi una sorta di equazione, nella quale osservare che il «nome di Dio» equivale al «nuovo nome di Cristo». Ricordiamo inoltre che, specialmente in ambito giudaico, il concetto di «nome» si riferisce alla complessità della persona nominata: in altri termini, l’espressione «nome di Dio» deve far pensare alle varie caratteristiche etico-morali di Dio, così come agli attributi particolari che ne costituiscono l’essenza, più che al concetto meramente «anagrafico». Da questo vediamo che le «caratteristiche di Dio» sono le «caratteristiche di Cristo», in piena armonia con tutto l’insegnamento neotestamentario, in cui troviamo inoltre la promessa, valida per tutti coloro che credono in Cristo, di essere resi simili a Lui (soddisfando quindi completamente il contesto dell’apposizione dei «nomi/caratteristiche» di Ap.3:12).
21:23 «La città non ha bisogno di sole, né di luna che la illumini, perchè la gloria di Dio la illumina, e l’Agnello è la sua lampada.» [gr. «και η πολις ου χρειαν εχει του ηλιου ουδε της σεληνης ινα φαινωσιν εν αυτη η γαρ δοξα του θεου εφωτισεν αυτην και ο λυχνος αυτης το αρνιον»]
In questo caso, osserviamo invece una distinzione di ruolo delle due figure: la gloria di Dio é la luce della città, ma l’Agnello ne é la lampada, ossia il mezzo trasmissivo. Detto in altri termini, nello stesso modo in cui una lampada contiene la fiamma che, attraverso essa, rischiara il luogo in cui é posta, così l’Agnello ha in sé, contiene, manifesta, la gloria di Dio. È utile ricordare che Dio stesso, nella visione data al profeta Isaia, dichiarò:
«Io sono il SIGNORE; questo è il mio nome; io non darò la mia gloria a un altro, né la lode che mi spetta agli idoli.» (Is.42:8)
Se Dio non concede la propria gloria ad altri esseri, cosa potremmo dire dell’Agnello, che invece «contiene» tale gloria, la quale per mezzo di lui illumina la nuova creazione? Può un essere diverso da Dio (quindi, una semplice creatura) avere in sé la completa gloria di Dio? Le Scritture ci indicano di no. A tal proposito vediamo ancora il passo di Apocalisse 22:5:
22:5 «Non ci sarà più notte; non avranno bisogno di luce di lampada, né di luce di sole, perchè il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli.» [gr. «και νυξ ουκ εσται εκει και χρειαν ουκ εχουσιν λυχνου και φωτος ηλιου οτι κυριος ο θεος φωτιζει αυτους και βασιλευσουσιν εις τους αιωνας των αιωνων»]
In questo caso non é fatta menzione di diversità di ruoli o di figure multiple: mentre poco prima Giovanni ci ha descritto la situazione evidenziando la figura dell’Agnello come prominente (la gloria di Dio illumina, ma é l’Agnello a manifestare tale gloria, avendola in sé: ricordiamo che chi «contiene» deve essere maggiore o uguale rispetto al «contenuto»), ora sposta l’attenzione sulla causa prima («il Signore Dio li illuminerà»), prendendo di fatto le figure di Dio e dell’Agnello (sia nel primo che nel secondo caso) e «fondendole» in un unico personaggio, che al tempo stesso é quindi origine e portatore della luce. È più che lecito supporre che se sulla «scena» fossero effettivamente presenti due entità distinte in senso classico, Giovanni ce lo avrebbe fatto sapere, rimarcando nuovamente il concetto apparentemente dualistico visto sopra. Ma le cose stanno in maniera diversa, e il discepolo comunica fedelmente il contenuto della sua visione, che ruota attorno ad un’unica figura.
21:27 «E nulla di impuro né chi commetta abominazioni o falsità, vi entrerà; ma soltanto quelli che sono scritti nel libro della vita dell’Agnello.» [gr. «και ου μη εισελθη εις αυτην παν κοινουν και ποιουν βδελυγμα και ψευδος ει μη οι γεγραμμενοι εν τω βιβλιω της ζωης του αρνιου»]
Qui il discorso verte su una delle «discriminanti» (in realtà, la discriminante) per l’ingresso nella nuova Gerusalemme: l’iscrizione nel libro della vita dell’Agnello. Già il re Davide fece riferimento a tale «libro» (nel Salmo 69), chiaramente in riferimento a Dio, in quanto non poteva ancora collegarlo alla figura dell’Agnello; ma qui la proprietà del «libro» é assegnata a Gesù. Il versetto di Ap.3:5 ci indica come Cristo possa disporre di questa sorta di «grande registro»: l’autorità di poter inscrivere o cancellare da esso i nomi degli uomini é chiaramente di natura divina, perché presuppone la conoscenza intima di ciascun essere umano, e la capacità di giudicare con assoluta giustizia. Inoltre, tale potere é evidente segno di autorità completa sul creato, e non può quindi essere demandata ad esseri privi della caratteristica di divinità.
In ultimo, vediamo brevemente la parte di testo che rappresenta un po’ la «firma» a tutto il libro dell’Apocalisse: al capitolo 22, vv.6, uno dei sette angeli che recavano i flagelli sulla terra assicurò Giovanni della bontà della visione ricevuta con la seguente espressione:
22:6 «Poi mi disse: «Queste parole sono fedeli e veritiere; e il Signore, il Dio degli spiriti dei profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra poco» [gr. «και ειπεν μοι ουτοι οι λογοι πιστοι και αληθινοι και κυριος ο θεος των αγιων προφητων απεστειλεν τον αγγελον αυτου δειξαι τοις δουλοις αυτου α δει γενεσθαι εν ταχει»]
Apprendiamo quindi che l’intera rivelazione apocalittica origina da Dio, il quale ha mandato un suo messaggero per avvisare il suo popolo. Leggiamo allora il versetto 16, nel quale é Cristo stesso a parlare:
22:16 «Io, Gesù, ho mandato il mio angelo per attestarvi queste cose in seno alle chiese. Io sono la radice e la discendenza di Davide, la lucente stella del mattino.» [gr. «εγω ιησους επεμψα τον αγγελον μου μαρτυρησαι υμιν ταυτα επι ταις εκκλησιαις εγω ειμι η ριζα και το γενος του δαβιδ ο αστηρ ο λαμπρος και ορθρινος»]
L’angelo disse a Giovanni che era stato il Signore, il Dio degli spiriti dei profeti, ad inviare il suo angelo; ma ora, é Gesù stesso ad affermare di avere al proprio servizio quel messaggero, e di averlo inviato di sua volontà, per il compito che pochi versetti prima l’angelo stesso definiva come originato da Dio, completando quindi il parallelo forse più evidente ed immediato di tutto il libro. Fermiamo qui la nostra riflessione, lasciando quindi il compito a ciascun lettore di ultimare le proprie considerazioni personali, per verificare se, alla luce delle Scritture, il Cristo occupi una posizione subordinata, quasi fosse una «divinità» minore posta in un «pantheon cristianizzato», oppure se avevano ragione i primi credenti, della cui considerazione di Gesù si poteva rendere conto perfino un pagano come Plinio il giovane, tanto da fargli scrivere all’imperatore Traiano di come costoro si riunivano «e cantavano un inno di lode a Cristo come a un dio» (Ep.10,96)
Certo, nel tentativo di negare l’evidenza sarebbe possibile torcere questi testi senza fine, ed in effetti sono molti a prodursi in simili tentativi con lo scopo di difendere i propri punti di vista invece di abbracciare l’insegnamento biblico. Questi non fanno altro che replicare il comportamento dei farisei, che davanti al Messia promesso preferirono trincerarsi nelle proprie convinzioni storiche, piuttosto che mettersi in discussione per aprire il cuore a Colui che venne per la salvezza del mondo. Da parte nostra, ben lungi dal voler scrivere la parola «fine» su un argomento così delicato e complesso, desideriamo semplicemente limitarci ad esporre quanto affermato dalle Scritture stesse, rispettando l’avvertimento apocalittico di «non aggiungere né togliere nulla alle parole rivelate», affinché la Parola di Dio non venga presentata con uno scopo diverso da quello che invece ha: essere uno strumento di benedizione e salvezza per ogni essere umano. Con la speranza di aver fornito qualche interessante spunto di riflessione, invito quanti lo desidereranno ad intervenire con commenti e considerazioni sull’argomento.



































| 20 November 2009, 0:02
a dio si arriva x fede fede e basta poi la fede porta tutto il resto .lo spirito santo rivela ,le scritture confermano ,che iddo onnipotente ,e uno e trino ,e si arriva a lui solo ed unicamente x il sangue di gesu l agnello sacrificato xnoi .ma pre credere a cio ci vuoke fede fede e poi ancora fede senza fede cade tutto grazie pper aver spigato cosi bene il passo biblico in esame ma mi consenta di puntualizzare che senza la fede e del tutto irrazionale ed inspiegabile e incomprensibile il concetto di trinita ma grazie alla fede allora si vede con chiarezza il meraviglioso piano di dio realizzato in cristo gesu x amore di dio nei nostri confronti
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