Jan 17 2010
Andate a mostrarvi ai sacerdoti
Nel recarsi a Gerusalemme, Gesù passava sui confini della Samaria e della Galilea. Come entrava in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, i quali si fermarono lontano da lui, e alzarono la voce, dicendo: «Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!» Vedutili, egli disse loro: «Andate a mostrarvi ai sacerdoti». E, mentre andavano, furono purificati. Uno di loro vedendo che era purificato, tornò indietro, glorificando Dio ad alta voce; e si gettò ai piedi di Gesù con la faccia a terra, ringraziandolo; ed era un samaritano. Gesù, rispondendo, disse: «I dieci non sono stati tutti purificati? Dove sono gli altri nove? Non si è trovato nessuno che sia tornato per dar gloria a Dio tranne questo straniero?» E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato» (Vangelo di Luca, cap.17 vv.11-19)
Nel suo viaggio verso Gerusalemme, città al di fuori della quale sarebbe morto per pagare il peccato dell’uomo, Gesù passò sul confine tra Samaria e Galilea. In un villaggio, gli si fecero incontro dieci lebbrosi, che invocarono a gran voce il suo aiuto. I dieci chiamano Gesù con l’appellativo di “maestro” (in aramaico “rabbì”, riconoscendo quindi la sua autorità nel campo dell’insegnamento della legge di Dio), ma con ogni probabilità era giunta alle loro orecchie la fama di Gesù come “operatore di miracoli”: se aveva potuto sanare altre infermità, perché non avrebbe potuto aiutare anche questi lebbrosi? Ed ecco quindi che i dieci lo invocano dicendo “abbi pietà di noi”.
È un’espressione che in qualche modo rivela la loro fiducia in quel maestro itinerante, perché normalmente si chiede pietà a qualcuno che ha il potere di gestire una determinata situazione: questi uomini avevano creduto all’autorità che Gesù aveva mostrato sulla malattia, e pertanto gli si rivolgono come colui al quale far riferimento per risolvere il proprio problema.
La lebbra nel pensiero giudaico
Davanti all’uomo nato cieco, i discepoli chiesero a Gesù chi avesse peccato perché l’uomo fosse in quella condizione (“lui, o i suoi genitori?”). Vediamo quindi che nel pensiero ebraico del tempo c’era una certa correlazione tra l’idea della malattia e quella del peccato. Tale concezione derivava da molti passaggi veterotestamentari, nei quali è possibile vedere come davanti all’uomo israelita ci fossero sostanzialmente due strade: la prima, quella che implica fedeltà a Dio, ricca di benedizioni e sicurezze, mentre la seconda – ossia quella dei ribelli alle prescrizioni divine – fatta di stenti, di pericoli, e di malattia.
Prima dell’ingresso nella terra promessa, Israele dovette pronunciare sul monte Gherizim le benedizioni promesse da Dio per coloro che lo avrebbero seguito, e sul monte Ebal le maledizioni riservate agli apostati (utilizzo questo termine perché, nel caso specifico, benedizioni e maledizioni erano legate al popolo ebraico, che aveva conoscenza di Dio, e non si applicavano ad altri popoli: far ricadere su di sé le maledizioni quindi significava allontanarsi volontariamente da quel Dio con il quale si nutriva una relazione: è ovvio che i popoli pagani circostanti non avevano questo tipo di rapporto):
Ma se non ubbidisci alla voce del SIGNORE tuo Dio, se non hai cura di mettere in pratica tutti i suoi comandamenti e tutte le sue leggi che oggi ti do, avverrà che tutte queste maledizioni verranno su di te e si compiranno per te (Dt.28:15)
Gesù però spiegherà ai suoi discepoli che le malattie (in senso generale) non vengono necessariamente dalla colpa di qualcuno, essendo queste conseguenze “normali” della nostra natura decaduta, che riflette a livello fisico ciò che è vero a livello spirituale. Alcune malattie, proprio come la cecità di quell’uomo, erano poi addirittura da considerare “alla gloria di Dio”: infatti, attraverso l’imminente guarigione che Gesù gli avrebbe arrecato, quell’uomo avrebbe capito qualcosa di essenziale del suo rapporto con Dio, mediante la fede che di lì a poco avrebbe riposto in Cristo.
La lebbra però era particolarmente invalidante, perché da un lato aveva ricadute sociali pesantissime, e dall’altro era forse la malattia che più richiamava il concetto di peccato e di separazione: sono infatti molti gli episodi nell’Antico Testamento nei quali possiamo leggere di persone colpite da questo male come conseguenza della propria opposizione a Dio. Secondo le prescrizioni che troviamo nel libro del Levitico, in particolare al cap.13, possiamo vedere come al lebbroso fosse imposta una quarantena forzata, lontano dai luoghi abitati, e come egli dovesse portare dei piccoli campanelli legati alle vesti e al corpo, in modo che i “sani”, udendoli, potessero rendersi conto della loro vicinanza. Inoltre, tali malati dovevano annunciare il proprio arrivo – qualora avessero dovuto attraversare zone abitate, urlando “l’impuro! l’impuro!”, anche in questo caso per avvertire la popolazione della loro presenza. Una condizione estremamente difficile, tra il dolore fisico delle piaghe che coprivano il corpo, e il dolore interiore causato dall’evidente umiliazione e solitudine, che sfociava nell’emarginazione – cosa che spesso spingeva i malati a unirsi per formare delle piccole compagnie di disperati, come nel caso che stiamo analizzando parlando del brano di Luca cap.17.
Abbiamo poi letto che uno di questi dieci era samaritano, ed il fatto che ne venga fatta menzione specifica dà ad intendere che gli altri (o perlomeno, parte del resto della “compagnia”) non lo fossero: in nessun caso normale della vita sociale del tempo si sarebbe potuta incontrare una compagnia “mista”, costituita di Giudei e Samaritani, visto l’odio secolare che i due popoli nutrivano reciprocamente. Davanti alla sventura, però, ogni differenza artefatta viene a cadere, e si riesce a vedersi per ciò che si è in realtà: uomini che condividono la medesima sofferenza. Tutto il resto – fosse anche un odio secolare causato da fattori culturali – si rivela per ciò che è davvero: questioni di assoluto secondo piano, immediatamente scartabili quando ci si confronta con avvenimenti ben più importanti.
Ad ogni modo, seguire il pensiero dei giudei dell’epoca ci può aiutare a fare alcune considerazioni in merito all’intera vicenda: nell’episodio della guarigione dei lebbrosi c’è un importante simbolismo che ci riguarda in prima persona, e che merita di essere analizzato, per riflettere sul nostro rapporto personale con Dio.
Il parallelo attuale
Se la lebbra simboleggia il peccato, non c’è uomo sulla terra che possa dirsi “non lebbroso”: tutti infatti abbiamo in noi il germe della ribellione verso Dio, che dai tempi dei nostri progenitori viene trasmesso alle generazioni successive, proprio come una malattia ereditaria. Sappiamo vedere la nostra lebbra? Riusciamo a soffrire per le piaghe che comporta avere questa malattia? Oppure, guardando al nostro prossimo, facciamo a gara a chi è meno lebbroso e quindi – secondo i nostri canoni – più santo? Il primo passo che l’uomo deve necessariamente compiere nel suo rapporto con Dio è rendersi conto della propria malattia. Per il lebbroso era semplice: le conseguenze esteriori del suo male erano il segnale più evidente che qualcosa in lui non andava. La nostra lebbra invece è nascosta, è dentro di noi. E parlando di come essa si manifesti, c’è da dire che nessun altro uomo può rendersi conto del nostro stato, se non lo vogliamo far conoscere. Ma non è possibile ingannare Dio. Spesso critichiamo il mondo, con frasi come «guarda cos’è diventato l’uomo», «l’uomo è diventato simile ad una bestia», ecc., quasi volessimo allontanare l’idea che anche noi siamo uomini, quegli uomini, e che come tali, siamo vittime di quel processo che giudichiamo cercando di guardarlo da fuori, come se non ci toccasse. È dura ammettere di essere lebbrosi. Certo è Dio che matura in noi la convinzione di peccato, e che ci permette di vedere cosa siamo secondo il suo punto di vista, ma l’uomo – nel suo orgoglio masochista – può anche scegliere di non ascoltare quel richiamo al ravvedimento, negando di aver bisogno di un Salvatore. Ma per quanto si sforzi di negare, questo non rimuoverà da lui la sua lebbra, il suo peccato, ed il bisogno di Dio che effettivamente ha.
I dieci, vedendo passare Gesù e conoscendone la fama, lo invocano di avere pietà di loro. Qui si pone una domanda interessante: chi è per noi Gesù? I lebbrosi lo chiamarono “maestro”, potremmo dire “insegnante”. È soltanto questo? È solo un personaggio particolarmente illuminato, che ha insegnato concetti come amore, fratellanza, spiritualità? Nel corso della storia quanti personaggi si sono presentati come predicatori di questi valori? Nel suo insegnamento Gesù è stato sicuramente radicale, ma ha mostrato ampiamente come le nozioni che presentava fossero reali. Chi incrociava il suo cammino e lo vedeva all’opera, non poteva fare a meno di riconoscerlo per ciò che diceva di essere, e che in effetti era: il Figlio di Dio. Nel nostro “cammino di lebbrosi”, ecco che incrociamo Gesù: lo ignoriamo? Lo ascoltiamo per un momento, fin dove ci piace sentire il suo insegnamento, per poi lasciarlo e andare a sentire qualcun altro? Oppure lo invochiamo a gran voce, perché sappiamo che soltanto Lui ha il potere di cambiare il nostro stato? I dieci uomini conoscevano bene la loro malattia, e sapevano le sofferenze che essa causava. Quando videro Gesù, si rivolsero a Lui nello stesso modo in cui una persona che sta morendo di sete cerca l’acqua, l’unico elemento per sfuggire ad una morte certa. Tutto ha inizio rendendosi conto del nostro stato penoso; ma una volta che si matura questa convinzione, come ci poniamo nei confronti di Gesù, dal momento che Egli è la sola via che conduce alla salvezza?
L’ordine di Gesù per i dieci è «andate a mostrarvi ai sacerdoti»: secondo la legge di Mosé, il sacerdote aveva, tra le altre cose, l’incarico di verificare l’avvenuta guarigione di un lebbroso, per riammetterlo nella comunità. I dieci non erano ancora guariti, le loro piaghe erano ancora evidenti, ma partirono lo stesso, e questo è un grande esempio di fede nelle parole che Cristo rivolse loro. Non ci fu tentennamento o indugio, ma si misero in marcia verso Gerusalemme senza contestare. Questa vicenda è qualcosa di assolutamente speculare a ciò che accade nella vita del credente: quando invochiamo la grazia ed il perdono di Cristo, con cuore sincero, Gesù ci permette di essere coperti dal valore del suo sacrificio, ed il suo invito di “andare a mostrarci ai sacerdoti” incarna la nostra vita, che da quel momento in avanti vivremo per fede, e anche se non potremo vedere sparire immediatamente le nostre piaghe, potremmo credere nella promessa di Cristo di essere stati riconciliati con Dio. La nostra marcia verso Gerusalemme si concluderà nel futuro, quando alla presenza di Dio verrà constatata la nostra completa guarigione dal peccato, in virtù dei meriti di Cristo, e ci sarà quindi concesso l’ingresso nel suo regno eterno.
È interessante notare che Gesù era in cammino verso Gerusalemme, e i dieci gli andavano incontro: possiamo quindi ipotizzare che essi procedessero in direzione opposta a quella della città santa. Ma Gesù gli chiede di cambiare direzione: questo è l’esempio della “conversione” (dal gr. μετανοια = cambiare direzione), secondo la quale, in risposta all’invito di Cristo, smettiamo di procedere nella via in cui ci siamo incamminati, per iniziare a percorrere quella indicata da Gesù, verso la “città santa” (verso il suo regno). Questo non riguarda soltanto la persona che incontra Cristo per la prima volta. Può capitare (e capita) che per eccessiva leggerezza, superficialità, o altri motivi più seri tendiamo a deviare da quella strada in cui Cristo ci ha messi. Siamo pronti ad ascoltare la sua riprensione, il suo consiglio, e a riprendere il cammino secondo la volontà di Dio?
Nella vita di un vero discepolo di Cristo, inoltre, non può mancare la riconoscenza: quando sapremo guardare a noi stessi secondo quanto Gesù ha fatto per noi, allora non potremo fare a meno di ringraziarlo, e di ritornare a Lui per lodarlo ed adorarlo, perché eravamo malati e siamo stati guariti, perché il nostro destino naturale era di confrontarci con l’ira divina, ma ci è stata fatta grazia, e abbiamo la promessa della salvezza. Nove tra quei lebbrosi non tornarono a ringraziare Cristo per la loro guarigione: e quanti, oggi, vogliono soltanto un palliativo momentaneo alle loro sofferenze, e cercano miracoli ad ogni costo, oppure desiderano avere vantaggi senza dover dipendere da nessuno, senza dover ringraziare nessuno? Se per quei nove Gesù, in fondo, non era molto più che l’”uomo dei prodigi”, da sfruttare secondo il proprio bisogno, rimane comunque da considerare che non furono quei lebbrosi a sentirsi dire che la propria fede li aveva salvati, ma solo il samaritano, che ritornò per fare ciò che doveva, sentì queste parole dal Signore.
Da questo episodio della vita di Gesù è possibile comprendere meglio la differenza che corre tra una fede vera, che diventa e rimane stabile, e una fede “di comodo”, esercitata solo nel bisogno, ma che viene immediatamente accantonata non appena vengono meno i problemi che spingono ad affidarsi a Gesù. Certo tutti e dieci i lebbrosi hanno ottenuto la loro guarigione momentanea, ma questo non era che un segno, affinché capissero realmente chi si trovavano davanti. Verosimilmente, ciascuno di quei lebbrosi guariti avrà dovuto confrontarsi nuovamente con altre malattie, altre difficoltà, e infine morire. A cosa gli è quindi giovato il benessere di qualche anno, e anche il fatto di essere ristabiliti nella loro normale condizione sociale, se alla fine hanno mancato di riconoscere ciò che Gesù stava davvero offrendo loro?
Conclusione
Se è vero che ciascun uomo è affetto dalla “lebbra spirituale” che abbiamo discusso, non è però automaticamente vero che se ne renda conto: la società nella quale viviamo, infatti, predica valori che sono contrari alla Parola di Dio: sotto la maschera della tolleranza e del rispetto delle idee, vengono propinate filosofie di pensiero che accantonano Dio, affermando al tempo stesso che l’uomo può redimersi da solo, e che è in continuo cammino verso un futuro migliore – previsione, questa, la cui costante falsità è visibile agli occhi di tutti. Ad ogni modo vediamo come sia vero che, oggigiorno, ciò che è “male” venga chiamato “bene”, e viceversa. A chi vogliamo credere? Di chi ci vogliamo fidare? Vogliamo mettere la nostra fede in una visione falsa della nostra esistenza, oppure – dando ascolto a Dio – preferiamo volgere lo sguardo verso noi stessi, per renderci conto delle nostre sozzure, e del bisogno che abbiamo di essere purificati da Cristo? Se ti riconosci “lebbroso”, sia che tu non abbia mai seguito il Signore, e sia tu possa dire di essere un “seguace stagionato”, l’offerta di Gesù è sempre davanti a noi, e attende di essere accettata. Il libro dei Proverbi afferma che «il giusto cade sette volte e si rialza», e questo è possibile unicamente per la grazia di quel Dio che ci ama, e che continua a chiamarci per iniziare, o continuare, un cammino con Lui. “Andate a mostravi ai sacerdoti” è un invito alla santificazione, al compimento di questo cammino con l’atteggiamento di chi sa di servire un Dio grande, che non manca di portare avanti la sua opera di perfezionamento in noi, fino a renderci – quando saremo nella sua gloria – conformi, simili, all’immagine di Cristo. Ed è un invito che “prende forma” nel momento in cui viene udito; ancora oggi il Signore ci chiede di “andare”: poniamo, come i lebbrosi del racconto, la nostra fiducia in Lui iniziando (o riprendendo) a percorrere il sentiero che Egli ha tracciato per noi, ricordando – come il samaritano – che se avremo il privilegio di essere sottratti al giudizio finale non sarà stato per meriti, per casualità, o per altri motivi dipendenti dalle circostanze o da noi stessi, ma sarà stato solamente e completamente per quella grazia che Dio ci ha rivelato nel suo Unigenito Figlio, unico tramite per la salvezza dell’umanità.


































