Jan 27 2010
Il silenzio di Dio
A seguito del tragico evento che ha colpito l’isola di Haiti, molte voci si sono alzate per domandarsi il motivo di quella grande sciagura. Un segmento della crosta terrestre ne urta un altro in maniera violenta, e non rimane che contare il numero di vittime, osservando (in maniera silenziosa per alcuni e disperata per altri), ciò che resta dell’opera umana dopo quella catastrofe. Molti si interrogano, domandando con rabbia dove fosse Dio mentre quelle persone morivano, e la solita propaganda atea di quart’ordine cerca di fare «sciacallaggio spirituale» presso le persone, sussurrando alle loro orecchie che se Dio fosse realmente esistente e buono, certo sarebbe intervenuto in quella circostanza. Approfittando del triste momento di riflessione che tali avvenimenti ci propongono in maniera forzata, i nemici della fede strisciano come novelli «serpenti in Eden», nel tentativo di vincere a sé anime che non sanno darsi risposta davanti a quello che potremmo definire «il silenzio di Dio».
Prima di scrivere questo articolo, mi sono fermato più volte a riflettere, perchè spesso – davanti a grandi dolori – il silenzio è di gran lunga migliore, e la semplice (ma mai scontata) compassione, accompagnata dalla preghiera a Dio per chi è nella prova, sono attitudini certamente preferibili rispetto a lunghi discorsi, troppe volte «asettici». Ma al tempo stesso, come poter tacere davanti a coloro che affermano che Dio non si cura delle proprie creature? Come poter ascoltare asserzioni sulla non esistenza di Dio, senza invece offrire ciò che Dio stesso ci comunica attraverso la sua Parola? Ed è per questo motivo che mi ritrovo a scrivere proprio su questo fantomatico «silenzio di Dio», sperando vivamente che da ogni singola parola traspaia il rispetto verso persone che hanno subìto perdite così importanti, e che proprio in questi istanti stanno lottando per sopravvivere.
Nella sua misera condizione spirituale, davanti ad eventi funesti l’uomo si mette sempre alla ricerca del famoso «capro espiatorio», ossia qualcuno da colpevolizzare per l’accaduto. Di qualsiasi cosa si tratti, si cerca sempre di allontanare da sé la colpa, per farla ricadere su terzi e potersi conseguentemente dichiarare «giusti»; non soltanto privi di colpa, ma vittime dell’errore di qualcun altro. Se in una famiglia ci sono figli indisciplinati che preferiscono percorrere strade poco raccomandabili, per esempio, molto spesso si punta il dito verso la società/i media/le amicizie/ecc. (cose che indubbiamente hanno una rilevanza considerevole), ma decisamente meno sovente ci si critica introspettivamente in quanto genitori, e questo proprio in virtù di quel principio psicologico per il quale desideriamo allontanare il più possibile da noi stessi le responsabilità.
Ma in che modo questo può essere applicato ad un terremoto? Vogliamo forse affermare che la colpa sia – addirittura – a carico di chi l’ha subito? Ovviamente ci guardiamo bene dal fare un’affermazione di questo tipo, ma al tempo stesso c’è comunque da chiedersi a chi vada imputato il conto della grande disgrazia di Haiti: colpa di Dio, o colpa dell’uomo? Come mai le case costruite secondo criteri moderni hanno resistito all’onda d’urto? Chi ha edificato abitazioni pericolanti, Dio o l’uomo? Come mai l’area del sisma è una zona decisamente degradata e sovrappopolata? Se uomini facoltosi decidono di non aiutare il loro prossimo in difficoltà, di chi è la colpa? Di Dio, o dell’uomo? Se le isole sono per loro stessa natura sismicamente più a rischio di altre zone, chi è che non esegue verifiche per accertarsi della sicurezza di mantenere insediamenti? Dio, o l’uomo? Si potrebbe continuare a lungo, citando anche l’inquinamento, che – ormai è provato – non è soltanto causa di un impoverimento della qualità dell’aria respirata, ma alla base di molti squilibri apparentemente non relazionabili in maniera diretta ad esso, terremoti inclusi. E chi é ad inquinare questo mondo?
Che sul nostro pianeta avvengano catastrofi naturali non è una novità, ci conviviamo fin dal primo giorno della nostra storia. Ma che dopo così tanto tempo, ancora non abbiamo imparato a proteggere chi ha minori possibilità, è soltanto segno della nostra natura interiore degenerata ed egoista, che guarda al proprio benessere anche quando esso significa la morte di un nostro simile. Davanti al sisma si sono moltiplicate iniziative umanitarie legittime e sicuramente lodevoli, ma se vogliamo mantenere l’obiettività, dovremmo domandarci dove fossero i finanziamenti prima del terremoto, quando il 35% circa dei bambini non raggiungeva comunque l’adolescenza, e dove la miseria corrodeva fino all’osso uomini come noi. L’umanità è fatta così: ogni sua iniziativa è sempre condita con un pizzico di ipocrisia, quella punta di desiderio di sentirsi «a posto» perchè si è contribuito.
Nello stesso modo in cui la morte altrui ci commuove primariamente perchè rappresenta un monito diretto a noi stessi (il celebre «memento mori», «ricordati che devi morire»), anche le sciagure – dal momento che sappiamo potrebbero succedere anche nei nostri paesi – vengono «esorcizzate» attraverso moti umanitari, e non appena cesserà l’emergenza, tutto tornerà ad essere come prima: senza equità, con un divario immane tra chi vive e chi sopravvive, con quel 35% di bambini che vedrà terminare prematuramente la propria esistenza.
Tornando quindi all’argomento principale di questo articolo, ci sarebbe davvero da domandarsi se Dio rimanga in silenzio davanti alla catastrofe, o se piuttosto sia invece indignato rispetto al modo in cui l’uomo la vive e gestisce. I defunti di cui si sta facendo il macabro conteggio in questi giorni potevano essere evitati, ma sarebbe costato troppo: ed ecco l’indifferenza, l’abbandono, la decisione di condannare uomini, donne e bambini al proprio «destino». La scelta dell’uomo che ricade sull’uomo. Si potrebbe obiettare che Dio sarebbe potuto intervenire comunque, e questo è vero – avrebbe potuto farlo. Ma una affermazione di questo tipo non tiene conto di un fattore molto importante, ossia che Dio è certo Onnipotente, ma al tempo stesso rispetta (anche se ne soffre) la decisione dell’uomo di «volere farcela da solo». Perchè Dio dovrebbe fare violenza a chi vuole tenersi lontano da Lui? Non sto naturalmente parlando di chi ha subìto la tragedia, ma di chi aveva il potere di gestirla preventivamente, e non l’ha fatto per interesse. Ciò che i nostri progenitori hanno fatto in Eden, prendendo del frutto che Dio aveva proibito loro, è stato un gesto che – traducendolo in parole – potremmo sintetizzare con una frase del genere: «Non ho bisogno di Te, posso gestire la mia vita per conto mio. Tutto ciò di cui ho bisogno sono gli strumenti per farlo».
E, da allora, la tragedia umana è costantemente sotto gli occhi di chiunque sia abbastanza onesto da ammetterne la realtà.
Ed ecco che il «silenzio di Dio» diventa quasi qualcosa di auto-imposto, qualcosa da far durare fintanto che l’uomo stesso non si renda conto della vanità delle sue vie, e decida di ritornare a quel Dio che non si stanca di chiamarci. Chiunque abbia deciso di affidarsi a Dio sa che il silenzio non è certo una delle sue caratteristiche principali, ma chi desidera camminare per i sentieri che Egli ha tracciato per noi trova un Dio piuttosto «loquace», che non lesina sui consigli, sulle direzioni, sui suggerimenti, e che non è avaro nel donare il suo Spirito a chi desidera essergli figlio: perchè se è vero che la nostra vita imminente è importante, è altresì vero che agli occhi di Dio la nostra eternità ha un valore ben più alto.
Il nostro mondo è inevitabilmente compromesso: Dio l’aveva dato in gestione nelle nostre mani, ma attraverso la nostra ribellione è come se avessimo concesso i diritti sulla creazione al nemico di Dio, al satana che desidera la distruzione dell’opera divina. Da allora, ogni cosa reca il suo marchio diabolico, ed il mondo intero è avvolto nel suo sporco manto. Anche le Scritture affermano che «la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l’ha sottoposta, nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio» (Lettera ai Romani, cap.8:20-22)
L’umanità non ha più possibilità di cambiare le cose a livello globale, e soltanto il ritorno escatologico di Cristo potrà ripristinare la creazione al suo stato e senso originari. Ma finché possiamo parlare di un «oggi», ogni uomo può decidere per sé stesso, perchè Dio chiama ogni singola persona al ravvedimento e alla riconciliazione con Lui, attraverso il sacrificio di Cristo, morto per pagare la nostra ribellione. E questo sposta il centro dell’attenzione dall’imminenza della nostra esistenza all’immanenza divina: per quanto tribolati, i credenti ricevono da Dio una promessa che parla di gloria futura, e di cittadinanza su una terra completamente restaurata, dove le brutture che siamo soliti vedere e sperimentare oggi non saranno nemmeno più ricordate.
Udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate». E colui che siede sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Poi mi disse: «Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veritiere», e aggiunse: «Ogni cosa è compiuta. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell’acqua della vita. Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio. (Apocalisse, cap.21:3-7)
L’apparente «silenzio di Dio» è invece un invito che parla in maniera potente del nostro bisogno di Lui: proprio come disse l’apostolo Paolo quasi duemila anni fa, gli uomini odierni sono «egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, irreligiosi, insensibili, sleali, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene, traditori, sconsiderati, orgogliosi, amanti del piacere anziché di Dio, aventi l’apparenza della pietà, mentre ne hanno rinnegato la potenza» (2Timoteo, cap.3:2-5), e mal sopportano quando si parla della necessità di ravvedersi, perchè amano credersi giusti e continuare soffocando nel fondo dell’anima quel «vuoto» che ciascuno percepisce. Ma quanti haitiani sarebbero potuti essere stati salvati da una società fondata sulla base dei princìpi indicati da Dio nella sua Parola? Quanti uomini che ogni giorno muoiono di stenti potrebbero condurre una vita serena e soddisfacente, se sapessimo mettere in pratica gli insegnamenti di un Dio che ci vuole fratelli, e non estranei?
A volte, indichiamo qualcosa come «silenzio» soltanto perché non riusciamo a udirlo distintamente. Ma se non riusciamo a sentire, sarebbe bene dotarsi di strumenti che ci diano l’udito. E questo strumento è la Parola di Dio, la Bibbia, attraverso la quale conoscere il nostro Creatore, e conoscere i suoi propositi e promesse per l’umanità intera. Quando avremo fatto questo, e sapremo distinguere bene la voce di Dio, allora – ascoltandola – capiremo che ciò di cui ci parla con gran voce è il suo amore verso ciascuno di noi, e la ferma volontà di vederci riconciliati gli uni con gli altri per vivere una vita mano nella mano, e riconciliati con Lui, che ha davvero deciso di essere per noi un «capro espiatorio», quando ha donato la propria vita per le nostre colpe, caricandole su sé.
In Cristo abbiamo la possibilità di ricevere una cittadinanza eterna. E questo non è espressione di un silenzio indifferente, ma è la grazia che il Giusto Giudice concede a tutti quei condannati che davanti a Lui si riconoscono colpevoli, e ne accettano il dono immeritato.
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