Mar 11 2010
Confronto sul Decalogo
In questo articolo è nostro desiderio esporre alcune riflessioni relative ai Dieci Comandamenti, comunicati da Dio a Mosé, e rappresentanti, assieme al resto delle prescrizioni divine, la «costituzione morale» del popolo di Israele e del cristianesimo stesso, secondo quanto Cristo affermò su di essi quale legge di Dio (ed essendone Egli stesso l’adempimento). Li conosciamo fin dalla più tenera età, spesso quasi sotto forma di cantilene, «complice» il sistema formativo del nostro paese che prevede nel piano di studi la materia religiosa. Eppure, proprio a causa della confessione maggiormente presente nelle nostre regioni, ossia quella cattolica, questi «dieci punti» così importanti vengono appresi in forma errata, lontana dalle Sacre Scritture perché rivista secondo i dogmi di un magistero più attento al proprio tornaconto che alla salvezza eterna delle persone.
Presentiamo quindi un nostro breve commento, incentrato sull’analisi delle evidenti discrepanze tra l’insegnamento biblico e quello cattolico, per fornire spunti di riflessione attraverso i quali comprendere la profonda necessità, per l’uomo, di prestare ascolto in maniera esclusiva alla Parola di Dio, tralasciando di sottomettersi a dottrine che sono frutto della tanto abile quanto scellerata astuzia di caste che affermano di possedere una sorta di «accesso privilegiato al divino», ma che ne hanno invece distorta perfino la rivelazione. Iniziamo quindi con una lista comparativa: a seguire, uno schema riassuntivo dei dieci comandamenti, in cui la prima colonna presenta come essi vengano descritti nel testo di Esodo, la successiva secondo Deuteronomio, e l’ultima invece come essi sono riportati nel catechismo cattolico.
| Esodo 20:1-17 | Deuteronomio 5:1-21 | Catechismo cattolico |
| Non avere altri dèi oltre a me. | Non avere altri dèi oltre a me. | Non avrai altro Dio fuori di me |
| Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il SIGNORE, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà, fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti. | Non farti scultura, immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il SIGNORE, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti. | |
| Non pronunciare il nome del SIGNORE, Dio tuo, invano; perché il SIGNORE non riterrà innocente chi pronuncia il suo nome invano. | Non pronunciare il nome del SIGNORE, Dio tuo, invano, poiché il SIGNORE non riterrà innocente chi pronuncia il suo nome invano. | Non nominare il nome di Dio invano |
| Ricòrdati del giorno del riposo per santificarlo. Lavora sei giorni e fa’ tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al SIGNORE Dio tuo; non fare in esso nessun lavoro ordinario, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né lo straniero che abita nella tua città; poiché in sei giorni il SIGNORE fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò il SIGNORE ha benedetto il giorno del riposo e lo ha santificato. | Osserva il giorno del riposo per santificarlo, come il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha comandato. Lavora sei giorni, e fa’ tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al SIGNORE Dio tuo; non fare in esso nessun lavoro ordinario, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bue, né il tuo asino, né il tuo bestiame, né lo straniero che abita nella tua città, affinché il tuo servo e la tua serva si riposino come te. Ricòrdati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente e con braccio steso; perciò il SIGNORE, il tuo Dio, ti ordina di osservare il giorno del riposo. | Ricordati di santificare le feste |
| Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà. | Onora tuo padre e tua madre, come il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha ordinato, affinché i tuoi giorni siano prolungati e affinché venga a te del bene sulla terra che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà. | Onora tuo padre e tua madre |
| Non uccidere. | Non uccidere. | Non uccidere |
| Non commettere adulterio. | Non commettere adulterio. | Non commettere atti impuri |
| Non rubare. | Non rubare. | Non rubare |
| Non attestare il falso contro il tuo prossimo. | Non attestare il falso contro il tuo prossimo. | Non dire falsa testimonianza |
| Non concupire la casa del tuo prossimo; non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo | Non concupire la moglie del tuo prossimo; non bramare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo | Non desiderare la donna d’altri |
| Non desiderare la roba d’altri |
Analizziamo ora brevemente quei comandamenti che, per come sono insegnati nel sistema cattolico, si trovano più di altri ad essere distanti dalla loro controparte autentica, ossia quella biblica: lungi dal voler proporre una trattazione esaustiva, siamo convinti che quanto segue potrà essere utile per comprendere meglio lo spirito generale dei comandamenti, il loro senso, e compiere quindi un piccolo passo in avanti nella conoscenza del Dio che ama ogni sua creatura, e che desidera che ciascuna di esse sia riconciliata con Lui.
Una «sottile» differenza
Fin dal primo comandamento, è possibile notare come alcune delle differenze tra la Bibbia ed il cattolicesimo siano sottili, ma decisamente profonde: attraverso i testi di Esodo e Deuteronomio, Dio ci dice infatti: «Non avere altri déi oltre a me». Nel catechismo romano vediamo invece una modifica, per la quale il termine plurale «dèi» viene cambiato in «Dio» – maiuscolo, quindi non soltanto una resa al singolare che nel testo non è presente, ma anche un cambio di soggetto rispetto alle Scritture. Apparentemente si tratta di una modifica «da poco», ma le cose stanno diversamente: il termine «dèi» è infatti la traduzione dell’ebraico אלים, «elohim», plurale riferito ad una molteplicità di esseri celesti, non necessariamente divinità in senso stretto, ma comunque oggetto di venerazione o adorazione da parte dei fedeli. Se però si modifica il termine «dèi» con «Dio», allora il comandamento non diventa più proibitivo nei confronti della venerazione verso esseri diversi da Dio stesso, ma semplicemente indicativo della necessità di riconoscere, sopra ogni altra cosa, l’autorità di un solo Dio: il principio certo è corretto, ma non è ciò che vogliono indicare le Scritture in questo punto. Modificando questo comandamento, la chiesa cattolica ha di fatto sdoganato i vari culti verso i «santi», le «madonne», ed ogni espressione della cosiddetta devozione popolare, la quale assume spesso i contorni dell’idolatria, perchè contraddice profondamente lo spirito della rivelazione biblica.
Sintetizzando, il primo comandamento biblico è un invito per l’uomo a non adorare né venerare nessun essere (celeste o meno) all’infuori dell’Unico Vero Dio. È altresì un’esortazione a coltivare una relazione personale ed intima con Dio stesso, perchè presuppone una sorta di «contatto diretto»: se non ci si deve rapportare ad altri esseri, è evidente che Dio si sta dichiarando disponibile ad un rapporto personale con chi gli si accosta, senza la mediazione di terze parti. Notiamo questa attitudine nella vita di Gesù, Dio incarnato, il quale amava soffermarsi con chiunque sentisse il bisogno di interrogarsi sulle vie di Dio. Al tempo stesso, sappiamo come la sua morte vicaria sulla croce sia il solo mezzo attraverso cui il credente può ricevere il perdono divino, e la certezza della vita eterna. Un’unica strada, un solo Dio, un solo mediatore e sacerdote (1Ti.2:5): il rapporto dell’uomo con Dio (nei suoi aspetti di Dio Padre, Dio Figlio, e Dio Spirito Santo) è esclusivista. Ma, giocando sulle sfumature terminologiche, la chiesa di Roma ha introdotto nel suo insegnamento un concetto profondamente differente da quello biblico, conducendo fuori strada la stragrande maggioranza dei fedeli, che spesso si rivolgono, pieni di speranza, a esseri che non li possono salvare, tralasciando il proprio rapporto personale con Dio.
Il grande assente
Il secondo comandamento è forse la modifica più pesante che il cattolicesimo abbia apportato al decalogo: come si può notare nello specchietto riassuntivo, esso è stato semplicemente depennato, senza il minimo accenno in suo riguardo nella catechesi romana. L’ultima versione del catechismo cattolico, secondo la revisione dell’attuale papa Benedetto XVI, riporta al paragrafo 446 una fantasiosa motivazione riguardante tale variante: dal momento che Gesù, in qualità di Dio incarnato, aveva sembianze umane (quindi, si è mostrato), ciò ci autorizzerebbe a creare raffigurazioni non solo del Signore stesso, ma anche di tutto ciò che riguarda la sfera spirituale. Ma Gesù stesso, nel suo famoso sermone sul monte, disse molto chiaramente di non essere venuto per abolire la legge, ma per portarla al suo compimento (Mt.5:17). «Poiché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure uno iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto» (Mt.5:18). Ciò significa che le disposizioni morali fondanti della fede sono valide in ogni tempo, senza eccezioni di sorta. Ed il divieto di raffigurare le realtà celesti è sempre stato uno dei caratteri distintivi del cristianesimo autentico, perchè Dio non lo si adora attraverso l’opera delle mani dell’uomo, bensì «in Spirito e verità» (Gv.4:24). L’apostolo Giovanni, nel prologo del suo Vangelo, ebbe ad affermare che «nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere» (Gv.1:18), ed a qualunque suo lettore risulta chiaro come Giovanni non intendesse dire che Cristo ci ha mostrato il «sembiante» di Dio, quanto – semmai – le sue caratteristiche morali e la sua volontà, culminata nella grazia ottenibile attraverso il sacrificio di Gesù. Davanti alla Parola di Dio, dunque, sono da rigettare tutte le giustificazioni umane sull’utilizzo «pio» di immagini come «ispiratrici di adorazione»: qualunque rappresentazione, celeste o meno, finalizzata all’uso cultuale è definibile come «idolo».
Che interesse può avere la chiesa romana nella cancellazione di questo comandamento? La risposta è senz’altro duplice: in primo luogo, la presenza di queste prescrizioni mette in seria discussione tutta la struttura che il cattolicesimo ha costruito nei secoli, partendo da una base cristiana per poi edificare sulle fondamenta pagane dei popoli che desiderava conquistare ideologicamente. In seconda battuta, c’è da considerare il risvolto economico: quanti milioni di euro vengono mossi dal mercato degli oggetti cosiddetti «sacri», o da quello dei pellegrinaggi? Tutto ciò è fatto sfruttando l’ignoranza ed il tradizionalismo dei più (quest’ultimo spesso il reale motivo di impermeabilità verso il vero Vangelo), e se davvero volesse seguire gli insegnamenti biblici, la chiesa cattolica dovrebbe rinunciare ad incamerare gli introiti del business che forse più di ogni altro, nella storia dei culti, ha fruttato maggiormente a vantaggio di chi lo gestisce. È ardito (e probabilmente ingenuo) sperare in un cambiamento del genere.
Riposo o festività?
L’alterazione cattolica al quarto comandamento, relativo al giorno del riposo, è particolarmente perniciosa: la chiesa di Roma insegna infatti la necessità di «santificare le feste», e non soltanto di osservare «il giorno del riposo», come invece leggiamo in Esodo e Deuteronomio. Tale giorno, per Israele, era lo שבת, «shabbat», il settimo giorno della creazione, nel quale Dio stesso si riposò, dopo aver ultimato la propria opera. Il comandamento è chiaro: «lavora sei giorni e fa’ tutto il tuo lavoro, ma il settimo è giorno di riposo, consacrato al SIGNORE Dio tuo; non fare in esso nessun lavoro ordinario, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo servo, né la tua serva, né il tuo bestiame, né lo straniero che abita nella tua città; poiché in sei giorni il SIGNORE fece i cieli, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò il settimo giorno; perciò il SIGNORE ha benedetto il giorno del riposo e lo ha santificato». L’uomo è ancora una volta invitato ad imitare il suo Creatore, svolgendo le sue mansioni per sei giorni (nello stesso modo in cui Dio creò ogni cosa in sei giorni), astendosi dalle fatiche il settimo giorno, perchè si tratta di un tempo che Dio stesso ha osservato e «reso santo», ossia ha dichiarato consacrato a Sé.
Già qui notiamo una differenza terminologica importante: dicendo «ricordati di santificare le feste», la chiesa cattolica asserisce implicitamente che sia nelle possibilità dell’uomo «rendere santo», «consacrare», un tempo. Le Scritture affermano l’esatto contrario: il tempo è già reso santo da Dio, all’uomo spetta osservarlo secondo le prescrizioni del Creatore. Inoltre, l’oggetto di tale osservanza è stato stravolto dal cattolicesimo: dicendo «santificare le feste», la chiesa di Roma non parla soltanto di ciò che Dio ha promulgato (ossia lo shabbat, il giorno del riposo), ma ogni festa (quindi, tutte quelle proclamate dal cattolicesimo stesso). Si tratta di una aberrazione decisamente grave, perchè spaccia ogni festività (anche idolatra, come i giorni dedicati alla «madonna» o ai «santi») come se venissero dalla Parola di Dio, mentre quest’ultima non afferma nulla in loro proposito. Vediamo quindi che il nocciolo della questione, perlomeno in questo ambito, non risiede tanto nella traslazione del giorno del riposo dal sabato alla domenica, quanto nella annessione di appendici (le «feste») scritturalmente inesistenti.
La motivazione dell’osservanza del sabato, poi, è anche «nazionalistica»: nella ripetizione della legge di Deuteronomio cap.5, leggiamo infatti: «Ricòrdati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il SIGNORE, il tuo Dio, ti ha fatto uscire di là con mano potente e con braccio steso; perciò il SIGNORE, il tuo Dio, ti ordina di osservare il giorno del riposo» (Dt.5:15). Quindi siamo davanti ad un duplice comandamento: da un lato, l’osservanza del riposo creazionale (utile alle attività cultuali ed a recuperare le forze), dall’altra un segno di obbedienza particolare con il quale Israele onorava il suo Liberatore, che li aveva affrancati da una schiavitù così oppressiva da non lasciare certo il tempo per il «riposo».
Nell’insegnamento cattolico non troviamo nulla di tutto ciò, ed il «santificare le feste» diventa quindi una fredda sottomissione alle decisioni ecclesiali, arroganti al punto di affiancare al comandamento di Dio (dato per il bene dell’uomo) le proprie fantasiose «festività», che spesso attingono a piene mani dal paganesimo e da culti invisi a Dio.
La supremazia divina
Il quinto comandamento (il quarto per il cattolicesimo) indica la necessità di onorare i propri genitori, e fornisce al tempo stesso la motivazione per tale atteggiamento: «affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà» (Es.20:12) e «affinché i tuoi giorni siano prolungati e affinché venga a te del bene sulla terra che il SIGNORE, il tuo Dio, ti dà» (Dt.5:16). Detto in altri termini, le Scritture sottolineano come il rispetto per i propri genitori, ed il tenerli in onore, sia qualcosa di così gradito all’Eterno, da fargli pronunciare una precisa promessa di benedizione verso tutti coloro che avrebbero osservato tale prescrizione. Dietro a ciò c’è l’idea divina della famiglia (e non quello che spesso se ne fa oggi): una famiglia in cui sia presente ordine e amore, caratteristiche che devono pervadere il nucleo nei suoi aspetti fondanti, dal riconoscimento dei rispettivi ruoli per arrivare ai rapporti interpersonali, che devono distinguersi attraverso la volontà di fare del bene all’altro.
Il catechismo cattolico trancia via la motivazione alla base di questo comandamento, rimuovendo tutta la parte relativa alla volontà di Dio, quasi a metterne in discussione la supremazia per affermare invece una regola che, senza la relativa spiegazione, assume connotati freddi, come a voler dire che ne è necessaria l’osservanza perchè così è comandato, e basta. Ma dobbiamo dire che – a differenza di quanto fanno gli uomini – molto raramente Dio impone qualcosa all’uomo senza fargli capire, in maniera più o meno esplicita, le motivazioni di base: il quinto comandamento non fa eccezione, e le Scritture evidenziano anzitutto la volontà e l’autorità divina («come il Signore, il tuo Dio, ti ha ordinato»), ma anche la benevolenza che Dio riserva a coloro che lo temono e lo seguono («affinché venga del bene…»). Togliere questa parte di comandamento, lo ripetiamo, ha l’effetto di renderlo un precetto sterile, privo del lungimirante «marchio» divino.
Una spaccatura inopportuna
È poi lecito domandarsi, a fronte dell’assenza del secondo comandamento nell’insegnamento cattolico, quale espediente la chiesa di Roma abbia ideato per poter parlare di «dieci comandamenti» anziché di «nove». Guardando ancora lo schema riportato all’inizio dell’articolo si noterà come il decimo comandamento biblico, relativo all’astensione dal desiderare i beni del nostro prossimo, sia stato scisso in due comandamenti nel catechismo cattolico. Così, secondo l’insegnamento romano, dovremmo avere il nono comandamento che parla di astenersi dal desiderare la donna altrui, ed il decimo indicante invece la necessità di non desiderare i possedimenti di altri uomini. Se tale scissione fosse realmente lecita, ci sarebbe davvero da chiedersi l’utilità del settimo comandamento: a fronte di un ordine esplicito come «non commettere adulterio» (Dt.5:18), e sapendo dalle parole di Cristo stesso che già soltanto il desiderio verso una donna che non sia la propria moglie è classificabile come fornicazione (Mt.5:28), vediamo come la ripetizione dell’astenersi dal bramare la donna altrui sarebbe quantomeno inutile, a meno che non collegata ad un proposito differente dal precedente.
E questo è proprio il motivo per il quale il decimo comandamento non può essere frazionato. In un’epoca in cui anche la donna, al pari di tutto il resto, era considerata praticamente una «proprietà» dell’uomo (nonostante il principio di uguaglianza decretato in Genesi 2:24), vediamo come il decimo comandamento ci indichi chiaramente di non desiderare di possedere nulla che appartenga di diritto ad un altro: «Non desiderare la casa del tuo prossimo; non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna del tuo prossimo» (Es.20:17). Si tratta di un corpus unico, nel quale vengono dettagliati i possedimenti più importanti di un essere umano, a cominciare dalla famiglia (casa, moglie), per indicare come a ciascuno sia assegnata la sua proprietà, sconsigliando di farsi infiammare dall’invidia, e danneggiare il prossimo (e sé stessi) nel tentativo di sottrargli ciò che gli appartiene.
Da questo vediamo come la scissione del comandamento, assolutamente non legittimata dal testo, non possa essere altro che un semplice «espediente» per celare la rimozione del secondo comandamento, facendo quindi «cifra tonda» con il fine di mascherare le alterazioni compiute dal magistero cattolico ai danni delle prescrizioni divine.
Conclusione
Quando i sacerdoti giudei fecero arrestare Pietro e Giovanni, «colpevoli» di predicare Cristo alla nazione di Israele, dopo aver tentato di intimidire i due con minacce, si sentirono rispondere dagli apostoli con le seguenti parole: «Giudicate voi se è giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anziché a Dio. Quanto a noi, non possiamo non parlare delle cose che abbiamo viste e udite» (At.4:19-20). Oggi la situazione non è differente: esistono sempre caste di uomini che, nel tentativo di garantirsi una sorta di potere temporale, pretendono di impartire nozioni che sono poi il frutto delle loro personali distorsioni della verità, piegata a sgabello delle loro brame di supremazia. Ma davanti a tali individui, non bisogna temere di affermare con forza l’intenzione di voler seguire Dio e la sua volontà, senza dar peso a ciò che semplici uomini spacciano per vero.
Nutriamo la speranza che da queste riflessioni ciascuno possa maturare il desiderio di conoscere la Parola di Dio, la Bibbia, senza farsi trascinare dalle interpretazioni del clero, ma verificando di prima mano ciò che Dio ha rivelato, perchè le Scritture sono un dono divino all’umanità, e non sono appannaggio di una classe «speciale» di individui.
«Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (2Ti.3:16-17)



































| 12 March 2010, 22:14
«Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (2Ti.3:16-17)
esatto la SCRITTURA educa insegna corregge esorta prepara per rendere l uomo inteso come umanita completa sia donne che uomini a fare che cosa???????OGNI OPERA BUONA ma le opere buone quali sono???? la scrittura ci dice che sono quelle che il padre a gia preparato per noi dobbiamo camminarci dentro .domanda ???come facciamo a sapere quali sono le opere buone che il padre a precedentemente preparato per noi????la scrittura ci dice come comportarci noi siamo benedizione e non dobbiamo male dire o dire male di nessuno la stessa scrittura dice che lo spirto santo ci rivela quali sono le opere che il padre ha preparato per noi ,quindi per fede noi crediamo e compiamo le opere che lui a gia preparato per noi .ma se noi ci limitiamo allo scritto se nza applicare quello che e scritto siamo come quelli che si quardano ad uno specchio vedono la propia faccia e subito dopo dimenticano i loro stessi dati somatici .la sola teologia senza la fede nell opera dello spirito santo e il lasciarlo lavorare in noi .e dannosa quanto e piu di tutte le false dottrine insegnate nei secoli da tutte le donominazioni cristiane
Vota commento:| 20 March 2010, 19:06
Non pensate che Gesù sia venuto ad abolire la LEGGE e i PROFETI, anzi è venuto per dare compimento, chi li osserva e li insegna sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Gesù è venuto per poter fare di più, per essere perfetti e giusti, a superare nella fede nell’amore la LEGGE e i PROFETI (Mt. cap.5,6 e 7).
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