Uno sguardo al mondo con gli occhi della fede

Mar 23 2010

La sorpresa nell’uovo

Per la cristianità, la Pasqua è la festa maggiormente significativa, perchè celebra la resurrezione di Cristo, attraverso la quale viene a realizzarsi, per chiunque crede, la promessa divina del perdono del proprio peccato, e dell’annessione alla grande famiglia di Dio, destinataria immeritevole della vita eterna e coerede con Cristo stesso della gloria futura, che verrà manifestata al suo ritorno come Giudice del mondo. Il giorno in cui cade tale festa è variabile, ed è in funzione della prima domenica posteriore al plenilunio di primavera, che inaugura il periodo più luminoso dell’anno, nel quale le giornate diventano progressivamente più lunghe, fino a surclassare le ore di buio. Tale festività può pertanto cadere nel lasso di tempo tra il 22 marzo ed il 25 aprile.

Nonostante gli attuali presupposti cristiani, ancora oggi le celebrazioni pasquali sono intrise di elementi pagani, al pari di molte altre feste, tanto da far giungere, spesso inconsapevolmente, a vere e proprie contraddizioni cultuali, che da una parte vorrebbero esaltare Cristo, ma nella pratica seguono usanze e tradizioni che affondano le proprie radici in culti pagani invisi a Dio. Con questo articolo vogliamo presentare una breve trattazione di tali aspetti, da un lato per un semplice fine informativo, ma altresì per fare in modo che ciascuno, una volta scoperta la verità su tradizioni contrarie alla Parola di Dio, possa operare una scelta consapevole a riguardo.

Non tutto il mondo chiama la prossima festività con il nome di «Pasqua»: i paesi anglosassoni, per esempio, la conoscono con il nome di «Easter», e capire il motivo di tale diversità (tutt’altro che meramente linguistico) è fondamentale per comprendere l’origine delle odierne usanze in merito alle quali ci siamo riferiti poc’anzi.

William Tyndale, il primo traduttore delle Sacre Scritture in lingua inglese, coniò i due termini che oggi vengono utilizzati per definire la Pasqua ebraica e quella cristiana, allorquando incappò nel lemma ebraico פסח, «pesach», con il quale l’Antico Testamento descrive il ricordo del passaggio dalla schiavitù egiziana alla libertà, ed il greco πάσχα, «pascha», riferito all’analogia tra l’evento veterotestamentario e la sua ultima realizzazione nella Persona di Cristo, che trasporta il credente dalla schiavitù del peccato e della morte alla libertà dello Spirito e della vita eterna. Nel primo caso, Tyndale ideò il vocabolo «passover», ossia «passaggio», mentre nel secondo caso egli impiegò il termine «Easter». Una grande percentuale di studiosi è concorde nell’affermare che tale espressione è da ritenersi una semplice traslitterazione del nome di una divinità alla quale veniva tributato un onore particolare nello stesso periodo dell’anno della celebrazione cristiana.

Stiamo parlando della dèa Ishtar, considerata, tra gli altri aspetti, dèa della fertilità, e come tale festeggiata in concomitanza all’avvento della primavera. La scelta espressiva di Tyndale sarebbe quindi dipesa dalla necessità di differenziare la celebrazione ebraica da quella cristiana, trovando quindi per quest’ultima un lemma descrittivo mutuato da una celebrazione «parallela».

Il culto di Ishtar, quale «madre degli dèi» è antichissimo, e probabilmente da ricondursi alla figura della regina Semiramide, prima madre e poi moglie del re Nimrod. L’influenza di Ishtar si diffuse nella cultura di tutto il Medio Oriente e di parte dell’Africa, venendo così assimilato dai popoli più svariati, ed «adattato» secondo i costumi locali: vediamo quindi la nascita del culto di Astarte, di Asherah, Astoreth, la Iside egiziana, e così via. È possibile affermare con ampio margine di sicurezza che ogni etnia confinante con il regno di Scinear (l’antico territorio babilonese) abbia un corrispettivo della dèa Ishtar nel proprio panthéon religioso.

Il popolo cananaico era solito osservare, nel giorno dell’equinozio primaverile, la cosiddetta «caccia alle uova», attività alla quale partecipavano persone di ogni età e ceto, finalizzata a procurarsi quante più uova possibili da offrire alla dèa, in relazione all’antica simbologia che vede l’uovo quale simbolo di fertilità e nuova nascita, e quindi particolarmente adatto ad essere presentato alla dèa che incarna tali princìpi. Le uova venivano poi sotterrate o date alle fiamme, ma più tardi i persiani, che «ereditarono» tali usanze, presero a donarsele reciprocamente a mò di auspicio, spesso decorandole con colori sgargianti (rosso in particolare, in riferimento al colore del sangue, e quindi della vita). Come il lettore avrà già compreso, tale tradizione è quella sopravvissuta fino a noi, che spesso oggi ci facciamo reciproco dono di uova di cioccolato, confezionate in colori sgargianti.

Nelle consuetudini odierne dei paesi anglosassoni, è altresì viva l’immagine del «coniglio pasquale» (figura che da tempo si è ormai affacciata anche sul panorama mediterraneo), che nasconde le uova che i bambini dovranno poi trovare. Ritornando alla Palestina del periodo antecedente al 1500 a.C., consideriamo che in Canaan esisteva una leggenda per la quale le uova che venivano cercate durante la «caccia» erano quelle «deposte» appunto da conigli, animali che sarebbero nientemeno che la forma in cui gli dèi ridussero le potenti fenici quando le cacciarono dai cieli. Seppur private del loro aspetto fiammeggiante, esse avrebbero quindi mantenuto la caratteristica riproduttiva del loro passato, ossia la capacità di deporre uova.

È probabile che a questo punto sorga un interrogativo del tutto lecito: come è possibile che tradizioni così antiche siano ancora vive e vegete a migliaia di anni di distanza, ed in paesi così lontani dal contesto culturale di quelli di provenienza?

Il legame che collega le popolazioni proto-palestinesi a quelle dell’antica Inghilterra è da ricercarsi nell’arrivo dei druidi sulle coste britanniche. Tali «saggi», provenienti appunto dalle zone precedentemente menzionate, portarono con sé il culto di Ishtar, che dai Celti fu ribattezzata Eosthur-Monath. Questo «imprinting» religioso fece sì che la devozione alla dèa si diffondesse anche in Europa, dando origine prima alle figure di Estre in Inghilterra e di Ostara in Germania, per poi proseguire fino al Mediterraneo, generando i culti di Afrodite, Diana, Giunone, e simili.

In particolare, si noti la straodinaria somiglianza tra il racconto della nascita di Venere e quello della genesi di Ishtar: nel primo caso, la dèa sarebbe nata da una conchiglia, e poi trasportata a riva da Zefiro, ma secondo la mitologia babilonese, Ishtar sarebbe arrivata sulla terra attraverso un gigantesco uovo che la conteneva, e che precipitò nel fiume Eufrate, per essere poi sospinto dai pesci fino alla sponda del fiume. È evidente come la matrice dei due racconti sia la medesima, ed i due culti stessi non siano altro che immagini speculari della stessa divinità. Inoltre è importante notare come il simbolo dell’uovo primordiale, fonte e embrione di vita (ma, come abbiamo visto, raffigurante anche la dèa Ishtar), fosse tra i simboli distintivi dell’ordine druidico, che per primo introdusse l’antico culto cananaico in Europa.

Tralasciando quindi tutti quei costumi che non sono stati creati ad onore di Dio, bensì per quello di esseri che altro non sono che demoni bugiardi, concentriamoci quindi sul vero significato della Pasqua, sul suo spirito più profondo, quello che guarda unicamente alla croce di Cristo. Israele era stato schiavo dell’Egitto, e per quel popolo la Pasqua ha significato la libertà dagli uomini che caricavano su di loro un pesante giogo fatto di soprusi e distretta. Ma essi, come anche tutto il resto dell’umanità, erano ancora soggetti e schiavi di un padrone ben più crudele, ossia il peccato, e la morte che ne consegue. Gesù Cristo, il Vero Agnello sacrificale per pagare il peccato del mondo, é il termine della legge del peccato e della morte per tutti coloro che gli si affidano e che credono in Lui, facendone il proprio Salvatore e Signore, ed incamminandosi per la via che Egli ha tracciato per noi. La Pasqua che Israele sperimentò nel deserto li liberò dalla schiavitù, ma non potè cambiare il loro cuore: essi ritornarono più volte agli dèi che non furono in grado di salvarli, voltando le spalle al Dio che con mano potente li trasse dalla loro schiavitù, nonostante avessero provato tutti i benefici che Egli riservò loro.

L’apostolo Paolo ci avvisa, nella sua prima lettera alla chiesa di Corinto: «Miei cari, fuggite dall’idolatria» (1Co.10:14). Ed è necessario ancora oggi fuggire dall’idolatria nascosta in maniera subdola nelle attuali festività, perchè il paganesimo che un tempo le animava ancora brucia sotto la cenere, ed è un fuoco che non è acceso per la gloria di Dio. Concentriamoci invece sul vero memoriale che è la Pasqua di Gesù Cristo, il Messia, che è la nostra Pasqua ed il nostro vero Liberatore, sbarazzandoci di tutto ciò che ci impedisce di vedere chiaramente il valore del suo sacrificio, che ci parla al tempo stesso del valore che abbiamo agli occhi di Dio.

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