Apr 28 2010
Il dialogo di Gesù e Pietro
Abbiamo recentemente ricevuto da un nostro lettore una richiesta di commento del brano di Giovanni 21:15-19, nel quale leggiamo dell’incontro tra il Signore risorto ed i suoi discepoli, tornati all’occupazione di pescatori dopo la crocifissione, ed in particolare con Pietro, che, interiormente prostrato per aver rinnegato Gesù, ora viene ristabilito. Abbiamo ritenuto utile non rispondere privatamente al nostro lettore, quanto piuttosto di farlo attraverso la redazione di questo articolo, nella speranza che i contenuti possano essere di beneficio anche ad altri. L’intervento di Gesù nei confronti del suo discepolo si concentra su due aspetti in particolare. Il primo, fondamentale nella vita di ciascun credente, per portarlo a riflettere sul proprio sentimento nei confronti del Maestro («Simone di Giovanni, mi ami più di questi?», Gv.21:15), ed il secondo, con il quale Gesù conferma Pietro nel suo ruolo, abbandonato nella notte dell’arresto, per esortarlo a portare avanti il compito assegnato («Pastura le mie pecore», Gv.21:16).
È un brano che ci parla in maniera sublime del perdono di Cristo, perchè a ciascuna volta che Pietro rinnegò il Signore (cfr. Mt.26:69-75), viene ora contrapposta una semplice domanda: «mi ami?». Tre volte Pietro affermò di non conoscere Gesù, e tre volte ora Gesù chiede a Pietro quale fosse il suo reale sentimento nei suoi confronti. Per impulsivo e, a tratti, poco riflessivo che fosse (attitudini che dimostrò in più occasioni), l’apostolo non potè certamente fare a meno di rendersi conto di cosa stava accadendo in questo momento così particolare, trovando quindi nuova forza per riprendere da dove era caduto. Possiamo capire meglio la ricchezza di questo brano analizzando i tre scambi tra Gesù ed il discepolo.
Quand’ebbero fatto colazione, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami più di questi?» Egli rispose: «Sì, Signore, tu sai che ti voglio bene». Gesù gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, una seconda volta: «Simone di Giovanni, mi ami?» Egli rispose: «Sì, Signore; tu sai che ti voglio bene». Gesù gli disse: «Pastura le mie pecore». Gli disse la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?» Pietro fu rattristato che egli avesse detto la terza volta: «Mi vuoi bene?» E gli rispose: «Signore, tu sai ogni cosa; tu conosci che ti voglio bene». Gesù gli disse: «Pasci le mie pecore».
Gesù non chiama il suo apostolo con il nome che gli assegnò in occasione della confessione di Cesarea (Mt.16:13-20), bensì utilizza il nome precedente alla sua chiamata: Simone, il figlio di Giovanni (o Giona, secondo alcune traduzioni), semplice pescatore, ma oggetto del grande amore di Cristo, e parte importante nel piano di Dio per la divulgazione del suo messaggio. La prima delle tre domande è di carattere comparativo («…mi ami più di questi?»), e si riferisce all’affermazione di Pietro precedente alla predizione del suo rinnegamento («quand’anche tu fossi per tutti un’occasione di caduta, non lo sarai mai per me», Mt.26:33). Sostanzialmente, è come se Gesù gli stesse chiedendo: «Avevi affermato di amarmi più di quanto mi amino gli altri discepoli. È ancora così?». Pietro non risponde rimarcando di essere più fedele degli altri, ma – imparata la lezione di umiltà – si limita a rispondere affermativamente. E, tuttavia, non si permette di paragonare il proprio amore con quello che Gesù gli sta richiedendo: nel testo greco, l’amore citato da Cristo è αγαπε, «agape», ossia un amore totale, che si dona incondizionatamente ed accetta ogni sacrificio. Pietro risponde utilizzando il termine φιλος, «filos», ossia un profondo affetto fraterno, capace certamente di grandi slanci, ma difficilmente paragonabile – in termini di portata – all’amore-agape.
La seconda volta, Gesù tralascia ogni paragone per focalizzarsi unicamente su Pietro: «[tu] mi ami?». Alla fine dei conti, anche se in un determinato insieme di persone possiamo essere quelli che maggiormente amano Cristo, ciò che conta realmente è il nostro amore personale, di individui: a nessuno sarà richiesto di rispondere delle mancanze o delle virtù altrui, a meno di non esserne in qualche modo implicati, ma dovremo piuttosto rendere conto di noi stessi. Ed è quindi importante essere introspettivi, valutando il proprio rapporto con il Signore su una base del tutto individuale, all’interno di quella che è la rivelazione biblica, senza fare paragoni con altre persone. I termini utilizzati sono ancora gli stessi: Gesù domanda «agape», Pietro risponde «filos».
L’ultima domanda è invece differente: dimostrando la sua accettazione più profonda, Gesù non chiede più se Pietro lo ami di un amore «agape», ma gli domanda invece ciò che l’apostolo gli ha detto già due volte, ossia se gli vuole bene («filos»): in qualche modo potremmo dire che Gesù sta «abbassando gli standard». In questo passo vediamo un aspetto caratteristico del cristianesimo, che nessun altro credo possiede, ossia quello di un Dio che elargisce una grazia così profonda da spandersi perfino nelle espressioni. Il Dio che ha creato l’universo non è come molte altre presunte «divinità», che si «divertono» ad imporre all’uomo dei gioghi pesantissimi, che essi devono portare se desiderano essere graditi. Il Dio che si è rivelato nelle Scritture è un Dio che si «abbassa» verso la sua creatura, per raggiungerla dove ella si trova, perchè sà che confidando solo nelle sue forze, all’uomo non è possibile fare nulla. Gesù conosce il cuore di Pietro, e sà da quali sentimenti egli sia animato. Per questo motivo, giudica l’espressione di affetto dell’apostolo come il massimo che Pietro si permetteva di manifestare in quel momento, in quanto probabilmente ancora scosso dall’aver scoperto di non essere quella persona inflessibile che credeva, avendo rinnegato il Signore verso il quale aveva giurato fedeltà fino alla morte.
L’ordine che Gesù rivolge a Pietro dopo ogni sua risposta è cristallino nel suo significato: «pasci i miei agnelli», «pastura le mie pecore», «pasci le mie pecore» sono tre espressioni che si riferiscono al prendersi cura di un gregge, come un pastore si prende amorevolmente cura delle pecore. Si noti che in ognuna di queste frasi c’è l’aggettivo possessivo «mie»: anche se Pietro era incaricato di curare gli agnelli (i credenti più giovani) e le pecore (i credenti con più esperienza), questi avrebbero continuato ad essere proprietà di Cristo, e non di colui al quale Cristo ha chiesto di svolgere un dato compito. Fuor di metafora: come afferma Paolo nella sua lettera agli Efesini, Gesù è il capo supremo della chiesa (Ef.1:22), e nessuno può vantare un’autorità anche soltanto pari alla sua. Pascere, pasturare, sono termini legati al «nutrire» le pecore, e dal momento che il linguaggio di Gesù, in questo caso, è figurativo, possiamo ben affermare che il «cibo» a cui ci si sta riferendo non sia materiale, bensì spirituale. Sappiamo infatti dal libro degli Atti degli apostoli, nonchè dall’epistolario petrino, che Pietro fu molto occupato nell’istruire la comunità cristiana degli esordi nella Parola di Dio, comunicando il senso della rivelazione biblica rapportata all’incarnazione e all’opera di Cristo, attraverso il cui sacrificio è data all’umanità l’unica strada percorribile per essere riconciliati con Dio.
Il dialogo tra i due prosegue ancora:
In verità, in verità ti dico che quand’eri più giovane, ti cingevi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove non vorresti». Disse questo per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio. E, dopo aver parlato così, gli disse: «Seguimi».
Dopo aver ristabilito Pietro, Gesù informa il discepolo su cosa lo attenda nella sua vecchiaia. Non si tratta soltanto di una «predizione» del modo in cui Pietro sarebbe morto, ma anche e soprattutto di un’esortazione alla perseveranza, attraverso la quale egli sarebbe stato considerato degno di dare la propria vita per la gloria del nome di Cristo. L’ultima indicazione del brano («…seguimi…») è intimamente connessa alla dichiarazione precedente, riguardante la morte dell’apostolo, come a significare che la chiamata che Gesù rivolge ai credenti è qualcosa di strettamente connesso con l’esporsi alle medesime vicissitudini che riguardarono il Maestro, condividendone – seppur in piccolo – parte delle sofferenze, vivendo come un reietto tra gli uomini, perché il proprio sguardo è rivolto verso ciò che non perisce, anzichè essere puntato sui godimenti temporanei ed ingannevoli che il mondo offre. Nel nostro Paese attualmente facciamo fatica a comprendere pienamente un concetto come questo, perchè al momento godiamo di una discreta libertà di culto. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che in molte nazioni, ancora oggi, professarsi cristiani equivale a condannarsi a morte, e la testimonianza di Cristo viene spesso firmata con il sangue dei suoi fedeli testimoni, vessati in maniere atroci.
Diversi commentatori cattolici vedono nell’esortazione di Cristo relativa al «pascere gli agnelli» e a «pasturare le pecore» uno dei supporti che dovrebbero avvallare l’istituzione del papato. Vale allora la pena fare qualche considerazione aggiuntiva, partendo da quanto Matthew Henry scrisse nel suo commentario alle Sacre Scritture:
«Domandate ai difensori della supremazia papale, ed essi vi risponderanno che in questo brano Cristo ha espresso l’intenzione di dare a Pietro, e quindi ai suoi successori (i vescovi di Roma), il dominio assoluto su tutta la chiesa cristiana, come se l’incarico di servire la pecora concedesse il potere di controllare tutti i pastori; è chiaro che lo stesso Pietro non sostenne mai di possedere un tale potere, che d’altra parte non gli era nemmeno riconosciuto dagli altri discepoli. Questo incarico di predicare il Vangelo, dato a Pietro, è stato, attraverso qualche strano artificio, usurpato dai suoi ipotetici successori, che hanno spogliato le pecore e che, invece di nutrirle, si sono nutriti di esse [...] Quando Cristo espresse il suo perdono per Pietro, gli dimostrò al tempo stesso fiducia, affidandogli il tesoro più prezioso che Egli avesse sulla terra [la chiesa, ndR]. Pietro era un uomo dallo spirito zelante, sempre pronto a parlare ed agire, e per evitare che fosse tentato ad assumere il comando dei «pastori», fu piuttosto incaricato di guidare le pecore, come d’altra parte egli stesso più tardi consigliò di fare, esortando a non signoreggiare sul gregge di Dio (1P.5:2, 1P.5:3). Ciò che Cristo disse a Pietro lo disse anche a tutti i suoi discepoli: Egli esortò tutti loro non soltanto ad essere pescatori di uomini (anche se questo fu detto a Pietro, Lc.5:10), per la conversione dei peccatori, ma anche curatori del gregge, per l’edificazione dei santi»
(Liberamente tradotto dal testo Matthew Henry’s Complete Commentary on the Whole Bible, commento a Gv.21:15)
Nonostante l’apostolo fosse certamente riconosciuto come una colonna istituzionale della «nuova via» che era il cristianesimo, possiamo notare dalle Scritture che egli non era il solo a godere di tale riconoscimento: il passo di Galati 2:9 ci fa capire che nella sua stessa posizione vi erano altri due apostoli, ossia Giacomo e Giovanni (esplicitamente definiti anch’essi «colonne»). Questo loro godere di grande affidabilità non era comunque un aspetto vissuto in maniera dispotica, o come se si trattasse di una «qualifica di rango elevato»: ad esempio, è lo stesso Paolo a raccontarci, sempre nella sua lettera ai Galati, di un litigio piuttosto acceso avuto con Pietro, il quale, per timore di essere giudicato male dai Giudei, si separò dai credenti stranieri per prendere cibo (Gal.2:11-14). Paolo, nel motivare questa sua presa di posizione, trancia un giudizio piuttosto forte nei confronti di quello che i cattolici vorrebbero indicare come il primo papa, dicendo che egli (insieme agli altri credenti giudaici) «non camminava rettamente secondo la verità del Vangelo» (Gal.2:14). Questo è solo uno dei tanti episodi che ci fanno capire come l’atteggiamento di Pietro fosse umile, senza pretese di essere l’unico canale di verità esistente, ed anzi, più che aperto a ricevere riprensioni, quando queste mettevano in luce sue eventuali mancanze rispetto all’insegnamento di Cristo.
Quand’anche vi fosse davvero soluzione di continuità tra Pietro e l’attuale pontificato (fatto della cui infondatezza abbiamo già discusso in passato), si deve comunque ammettere che questa peculiarità caratteriale dell’apostolo è una «pietra preziosa» andata persa moltissimi secoli or sono, a favore di sfarzosi gioielli e ricchi palazzi, mentre chi muore di fame continua a vagare per le strade. Pietro stesso, allo zoppo che mendicava fuori dal Tempio, rispose: «Dell’argento e dell’oro io non ne ho; ma quello che ho, te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (At.3:6). Il clero odierno ha invece ammassato ricchezze in gran quantità, perdendo al contempo la capacità di trasmettere il Vangelo di Cristo, che le alte gerarchie tengono soffocato sotto uno spesso strato di eresie e di imposizioni che non hanno corrispettivo nella Parola di Dio.
In merito alla successione, c’è ancora un aspetto interessante: dal momento che Pietro subì il martirio verso l’anno 64 d.C., e che Giovanni (anch’egli ritenuto «colonna») visse fino al termine del secolo, sarebbe lecito aspettarsi che le Scritture, se davvero la continuità di ministerio fosse dogmatica ed in qualche modo «verticale», ci indicassero in qualche punto una sorta di «passaggio di testimone» tra i due, visto che entrambi erano stati al seguito di Cristo e che, dopo la morte di Pietro, vi era ancora un testimone oculare della vita di Gesù. Ma di questo aspetto non c’è alcuna traccia nella Bibbia, né esiste il minimo accenno a strutture ecclesiastiche di tipo verticistico: gli apostoli furono spesso impegnati su fronti diversi (vedasi Pietro e Paolo), ed erano seguiti da discepoli differenti, mentre fondavano comunità ovunque andassero, le quali erano poi curate dai responsabili locali opportunamente formati. Più che con l’immagine di una «piramide», la Bibbia ci parla dell’opera degli apostoli come di un «network», un rete decentrata dove, tenendo ferma la centralità della rivelazione divina, vi era libertà di movimento, secondo la guida dello Spirito di Dio.
Questo passo dovrebbe rappresentare, per ogni credente, una specie di cartina al tornasole per valutare il nostro approccio al servizio cristiano, ed alle sue motivazioni: a tutti coloro che sono stati destinatari della grazia divina viene richiesto di mettere i propri doni al servizio della comunità dei salvati: per Pietro si trattava di nutrire le anime dei fedeli attraverso la sua predicazione del messaggio di Cristo così come egli l’aveva ricevuto, e per ciascuno di noi, oggi, può trattarsi sia del predicare che di svolgere un qualsiasi altro servizio; ma anzitutto si deve diventare consapevoli del fatto che ogni credente ha il proprio posto nel grande «edificio» di Dio, ed è chiamato ad occuparlo facendo delle proprie caratteristiche uno strumento di benedizione per gli altri. Ma ben più importante di questo – anzi, in preparazione di tale aspetto – è fondamentale valutare il proprio rapporto con Gesù, analizzando cosa ci spinga a servirLo: sarà per semplice attivismo, o per acquisire qualche tipo di «status»? In questo caso, avremo sbagliato tutto, e dovremo rivedere le nostre motivazioni profonde. Ma se, come Pietro, siamo sinceramente innamorati del Signore, e come tali desideriamo seguirLo ed onorarLo con la nostra vita, saremo in possesso di tutto ciò che serve per essere disponibili a servirLo come Egli merita, non per obbligo o per desiderio di ricompensa, bensì in virtù di quella caratteristica che anima il cristianesimo genuino, quell’amore del quale l’esempio e l’opera di Cristo sono la massima espressione.
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| 29 April 2010, 0:47
Vi ringrazio per la rapidità.
Che il capo del “gregge” ovvero della Chiesa sia Cristo è fuor di dubbio, ma vi è differenza fra cura amorevole verso il gregge e obbedienza del gregge nel senso di ob audire e “dominio assoluto”.
Mi farebbe piacere se trattaste il lavoro di IB Pranaitis, il “Talmud smascherato” nella parte che tratta direttanente Gesù.
Per quanto possibile una datazione e un commento dei passi citati ad esempio:
Kallah, 1b (18b)
Sanhedrin, 67a
libro Beth Jacobh, fol 127
Grazie.
P.S.
Ho apprezzato il modo con cui avete smontato le tesi di Cascioli.
| 29 April 2010, 11:39
Vorrei entrare in questo post, cercando di dare un contributo al commento esauriente di Emiliano, non tanto a livello del suo commento e non entrando nello specifico sul discorso “papato”, ma focalizzando lo sguardo su un altro aspetto che mi ha colpito in questo brano biblico.
Pietro si rattristò che per la terza volta gli avesse chiesto: “Mi ami tu?,” e gli rispose: “Signore, tu sai ogni cosa, tu sai che io ti amo”.
Interessante come già descritto, di come il Signore abbassi lo standard da Lui richiesto per avvicinarsi, portarsi a livello di Pietro, dimostrando il grande amore nei suoi confronti comprendendo pienamente la sua condizione umana.
Ciò di cui mi colpisce nel brano che ho citato, come anche il Signore porti ad un certo livello di “crisi” Pietro, e l’espressione che ci indica la sua reazione non ci fa capire forse la reale e profonda crisi, il forte sentimento che lo rattristava, ma Gesù lo porta fino a questa condizione, a questa reazione probabilmente per farli fare il passo successivo, per permetterli di rendersi conto e fare tale passo.
“Signore, tu sai ogni cosa, tu sai che io ti amo”.
Ecco il passo che Pietro viene incoraggato, spinto a fare, riconoscere la sua incapacità e abbandonarsi con piena fiducia, in modo totale nelle mani di Gesù.
Tu sai ogni cosa, esprime questo totale abbandono, non una rassegnazione come potrebbe sembrare; la parola espime non solo la onnisapienza di Gesù nel conoscere i sentimenti di Pietro, ma esprime oltre una conoscenza profonda, un vedere nel profondo dell’anima, un vedere con il desiderio di aiutare, di sostenere, di AMARE.
Pietro percepisce questo nelle parole di Gesù, che lo portano appunto alla crisi che li permette di abbandonarsi.
Spesso nel contatto che ogni uomo può avere con Dio, si arriva ad una certa crisi nella propria anima, sta poi ad ognuno di decidere sul cosa fare di questa crisi, se affidarsi a Dio o affidarsi a se stessi, Pietro aveva anche un carattere che lo avrebbe spinto ad agire in questo ultimo modo, ma questa volta decide di cedere, e di cedere tutto nelle mani di Gesù, riconoscendo che Lui sapeva e conosceva Pietro più di Pietro stesso.
Un episodio che ci incoraggia anche oggi ad affidarci pienamente nella mani di Gesù, sopratutto se Lui ci porta ad una “crisi”.
| 29 April 2010, 18:35
Il dialogo tra Gesù e Pietro, secondo me, è in funzione dell’altro discepolo.
Alla fine del vangelo di Giovanni appaiono due figure fondamnetali: Pietro e il discepolo che Gesù amava.
Non è specificato chi è il discepolo che Gesù amava,
l’importante è l’amore, tutto il vangelo è una dottrina dell’amore, Dio è amore!
Gesù non vuole uno spirito ipocrita come quello di Pietro, ma uno spirito d’amore come quello di Giovanni (come viene descritto nella parabola dei due figli Mt. 21,28+), questo spirito d’amore e profetico appartiene a Dio e resterà fino al ritorno di Gesù Cristo per essere rapito in cielo.
Chi pensa alla maniera di Pietro cha la chiesa è terrena e carnale sta sulla strada sbagliata (Mt. 16,21+), la chiesa è formata dagli spiriti degli uomini, puoi distruggere il mio corpo ma non il mio spirito che ritorna a Dio, senza passare per il giudizio.
Nel giorno della Pentecoste Pietro si pentì e credette veramente in Gesù Cristo, grazie anche all’opera dello Spirito Santo che Dio mando sui primi discepoli.
| 8 August 2010, 21:39
commento a “Il dialogo di Gesù con Pietro”
Carissimo Emiliano,
Ringrazio il Signore per la tua capacità di sintesi,che ti permette di trasmettere con lucida chiarezza i tuoi messaggi. Ringrazio anche te perchè il sudetto articolo mi ha chiarito molti punti chiave sull’argomento. Continua, il Signore ti sta usando! cesare