Uno sguardo al mondo con gli occhi della fede

Jun 23 2010

Signore mio e Dio mio

Otto giorni dopo la resurrezione, Cristo apparve ai discepoli, tra i quali, in questa occasione, vi era l’incredulo Tommaso. All’invito di porgere le mani e di toccare quelle ferite, per poter finalmente rendersi conto della realtà, Tommaso esclamò una frase che oggi è ancora oggetto di controversie tra vari movimenti non soltanto in seno al cristianesimo, ma anche esternamente ad esso.

Tommaso gli rispose: «Signor mio e Dio mio!۠» (Gv.20:28)

Un’affermazione stravolgente, soprattutto in bocca ad un Giudeo, visto lo stretto monoteismo e l’assoluta intransigenza in questo campo da parte del popolo di Israele. Come commentare una tale esclamazione? Nel corso del tempo si sono date diverse interpretazioni, le quali diverse volte sono state condizionate dal presupposto teologico di origine, invece di basarsi su ciò che in realtà dice il testo di Giovanni. Per fare un esempio, parlando tempo fa con alcuni Testimoni di Geova (notoriamente unitari), mi è stato detto che, a loro avviso, quella di Tommaso doveva essere letta come un’affermazione di stupore, proprio come oggi si sente – in modo del tutto improprio – pronunciare sovente la frase «Dio mio» Questa è una conclusione a dir poco bizzarra, per non dire ignorante, in quanto non tiene assolutamente conto del contesto in cui è stata pronunciata tale esclamazione, nè da chi. Un Ebreo non si sarebbe mai sognato di riferirsi ad un’altra creatura con un appellativo del genere, proprio perchè la legge divina non tollera il culto ad esseri diversi dall’Unico Vero Dio, o espressioni di venerazione di tale risma verso essi.

Quindi il nostro campo si restringe a due sole possibilità: o Tommaso ha pronunciato una bestemmia (per la quale non è stato redarguito, tra l’altro, mentre era in vigore una legge per la quale avrebbe dovuto subire la lapidazione), oppure ha detto il vero, cosa che è poi confermata dall’immediata risposta di Gesù suo indirizzo: «Perchè mi hai visto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv.20:29). A questo punto è senz’altro utile vedere come sia resa l’affermazione del discepolo in alcune versioni delle Scritture, a partire dai testi redatti in greco koinè, in quanto lingua nella quale è stata scritta la totalità dei libri neotestamentari.

Il Textus Receptus recita «και απεκριθη ο θωμας και ειπεν αυτω ο κυριος μου και ο θεος μου», simile alla versione Westcott-Hort che riporta «απεκριθη θωμας και ειπεν αυτω ο κυριος μου και ο θεος μου». In entrambi i casi, si noti il «θεος μου» finale, ossia appunto il già visto «Dio mio». La Vulgata latina di Girolamo, più antica, rende il passo con «respondit Thomas et dixit ei Dominus meus et Deus meus». Il testo greco ci permette un’ulteriore considerazione: infatti, nella narrazione neotestamentaria possiamo vedere come il termine «κυριος», ossia «Signore», venga applicato intercambiabilmente sia a Gesù che a Dio stesso, e come invece «θεος» non alluda mai a divinità estranee all’Unico Dio. In questo caso specifico, Tommaso utilizza entrambi gli appellativi per riferirsi a Gesù risorto, potendosi rendere ora pienamente conto della sua natura.

Altro particolare interessante è che la stessa frase di Tommaso, «ο κυριος μου και ο θεος μου», fu utilizzata dai redattori della LXX, i quali tradussero le Scritture ebraiche in greco, per rendere i passi in cui si afferma la signoria assoluta del Dio di Israele. Semplice coincidenza?

Sebbene il testo originale delle Scritture neotestamentarie sia in greco, è comunque interessante notare la traduzione di Delitzsch, che nel suo Nuovo Testamento in ebraico riporta il termine utilizzato per rendere l’espressione «Dio mio» con «elohi», singolare possessivo di «elohim», termine che, come plurale, nelle Scritture identifica in centinaia di passi il Dio Creatore, ma che a volte è impiegato anche in riferimento a divinità pagane. Quando è però utilizzato nella forma singolare, esso è sempre riferito al Dio di Israele, ed in molti passi dell’Antico Testamento si trova in stretta correlazione con il Tetragramma. Certo si potrebbe affermare che il lavoro di Delitzsch risale a meno di duecento anni fa, tuttavia rappresenta uno spunto di riflessione decisamente stimolante, se pensiamo che tra le finalità dello studioso c’era quella di portare la verità su Cristo agli Ebrei.

Si noti inoltre che la narrazione relativa allo scambio tra Tommaso e Gesù è immediatamente seguita dalla spiegazione del motivo che ha spinto l’apostolo Giovanni a redigere il suo Vangelo, che viene riassunta nella frase seguente: «Or Gesù fece in presenza dei discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome» (Gv.20:30-31). D’altra parte, se, come dicono alcuni, Gesù fosse stato un «essere minore» rispetto a Dio, il suo sacrificio non avrebbe potuto espiare completamente la ribellione dell’uomo, perchè non sarebbe stato caratterizzato dalla perfezione assoluta che invece si trovò a rivestire, e che ha reso accessibile, all’uomo di ogni epoca, il perdono divino, disponibile per tutti coloro che si riconoscono ribelli e meritevoli del giusto giudizio di Dio, e, come tali, assolutamente bisognosi di essere purificati dal sangue di Cristo, Unico Mediatore dell’umanità ed Unica Via che conduce alla vita eterna.

                                         
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2 Commenti »

  1. #48601. Arcana Hieramatra
    | 24 June 2010, 11:26

    Leggo con estremo interesse i tuoi articoli, Emiliano, persino questi che si discostano dai miei ‘interessi quotidiani’. Ammetto di aver imparato dettagli che non conoscevo….
    sì, avevo sentito una interpretazione simile fatta dai Testimoni di Geova, e come moltissime loro interpretazioni ero rimasta decisamente perplessa.
    Un abbraccio


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  2. #48602. emanuele giuseppe
    | 24 June 2010, 11:31

    vero ed esaustivo per il mezzo per il quale è stato scritto


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