Uno sguardo al mondo con gli occhi della fede

Jul 08 2010

L’umanesimo del Lama

Il Dalai Lama, guida spirituale del Tibet, ha compiuto 75 anni, ed il quotidiano «La Stampa», nella sua edizione di ieri, ha lasciato spazio ad alcune affermazioni pronunciate dal leader in occasione della cerimonia in suo onore, svoltasi sotto una forte pioggia ma con la partecipazione di migliaia di «affezionati» (mi si perdoni l’utilizzo di questo termine, ma sono convinto che sarebbe inopportuno definire tali persone come «fedeli», viste le implicazioni di questo secondo termine). Per quale motivo soffermarsi sul discorso del Dalai Lama? È presto detto: in esso sono contenuti accenni a fatti di grandissima importanza, che non ho potuto fare a meno di leggere con un pizzico di tristezza. Ancora una volta ho avuto modo di riflettere su cosa sia in realtà l’uomo quando decide di non seguire la strada che Dio ha tracciato per noi, per abbandonarsi invece a quelle che sono le nostre «voglie di spiritualità», che certo possono dare all’esterno una qualche «parvenza di santità», ma che poi all’atto pratico si rivelano essere ben distanti da quell’ideale, perchè senza fondarsi sulla vera fonte di santità che è l’Eterno Dio, il nostro «apparire» più o meno spirituali altro non sarà se non un tentativo di scimmiottare l’originale, peraltro con risultati piuttosto scadenti.

Con le mie righe non intendo affatto «attaccare» personalmente il Dalai Lama, figura che è sicuramente degna di stima per il suo impegno umanitario, quanto piuttosto riflettere sulla radice di ciò che afferma, mettendo ogni cosa a confronto – come sempre – con le Sacre Scritture, le quali sono per me il metro assoluto di ogni questione, avendo profonda fede nella loro ispirazione divina. Ma cosa avrà mai affermato di così «sconvolgente» il leader tibetano? In realtà, nulla che non sia ravvisabile nelle asserzioni della società moderna – ma è proprio questo a «stridere», perchè da una guida spirituale è lecito aspettarsi determinati spunti: ennesima riprova, comunque, che non è sufficiente essere «spirituali», ma che ancora più importante è la fonte di tale spiritualità. Si può essere ottime guide su sentieri che portano a strapiombi altissimi, ed il fatto che il termine del cammino sia nefasto non intacca la qualità della guida stessa; tuttavia, chiunque converrà sul fatto che non si tratterebbe di un viaggio consigliabile.

Tre punti principali del discorso del Dalai Lama mi hanno colpito: la sua affermazione di sogni riguardanti donne, ed il suo conseguente riflettere sulla sua condizione di monaco, il suo etichettare la paternità/maternità come una questione problematica che non si è mai sentito di accollarsi, concludendo poi il suo dire con una frase che, letta in una deterinata ottica, lascia francamente spiazzati, ossia che «il sesso rende gli uomini uguali a tutti gli altri animali. Io [il Dalai Lama, ndR] sono un uomo che sostiene dei determinati principi morali. Il celibato è qualcosa che mi distingue nettamente dagli altri animali»

Probabilmente, in questa società che ha fame di un malsano ascetismo, molti si troveranno d’accordo con simili asserzioni: d’altra parte, in un mondo che spesso abusa di materialismo, in ogni sua forma, è normale che diversi sentano la spinta contraria, e che anelino alla separazione da ciò che – si badi bene – non è corrotto in sé, ma è corrotto nella misura in cui la nostra specie ne usufruisce male. È il solito vecchio esempio del coltello: qualcuno sarebbe così ingenuo da affermare che un coltello sia malvagio in sé? O forse, più saggiamente, diremo che può rappresentare il male a seconda di come venga utilizzato?

Nelle parole del Dalai Lama ho visto un egocentrismo decisamente marcato, che va ad unire la propria voce a quello che è lo spirito del mondo moderno; ed ecco che improvvisamente ho capito perchè una figura di questo tipo abbia un così grande numero di proseliti e simpatizzanti in tutto il mondo: non tanto per quello che è il suo indiscutibile impegno umanitario su vari fronti (primo tra tutti la situazione politica del Tibet), ma per quella che è la sua filosofia, così incentrata sul sé, e pertanto così affine al pensiero comune, per il quale ciò che conta non é altro che la propria soddisfazione. In effetti può sembrare una contraddizione in termini: come si può affermare che una persona si interessi degli altri, ed al tempo stesso che sia animato da un’attitudine egoista? Si provi però a pensare che l’impegno umanitario su larga scala non è diretto a singoli, bensì ad una «massa impersonale» della quale si può anche ignorare tutto, mentre l’altruismo autentico è interessarsi ed amare profondamente chi è prossimo a noi.

E l’egoismo al quale accenno è evidente nelle affermazioni citate poco fa, tutte volte – in qualche modo – al «tornaconto personale»: in primis, il Dalai Lama dice di sognare donne, ma poi di ricordarsi di essere monaco; evidentemente, non si tratta di sogni così «casti», e questo è normale: l’uomo è stato creato da Dio come essere relazionale, ed è del tutto comprensibile che desideri profondamente unioni di livello differente. L’amicizia, il confronto, la sessualità, il dialogo, sono tutte espressioni di comunicazione – ciascuna ovviamente con un suo contesto specifico. Ed è proprio in questo modo che dovremmo imparare a concepire le questioni legate alle nostre relazioni: non qualcosa da cui traiamo benefici (anche se poi può anche essere così), ma qualcosa che ci lega in maniera differente ad altre persone, quindi che riguarda anche l’altro, e non solo noi stessi. Tornando alla sessualità, essa non è la ricerca del proprio compiacimento personale, quanto piuttosto una relazione intima di condivisione tra un uomo ed una donna che si sono giurati fedeltà reciproca. Se vogliamo, possiamo intendere il sesso come il suggello di un’alleanza, ma tutto ciò – ovviamente – è valido se siamo interessati a capire ed applicare il pensiero di Colui che ci ha creati, e che ha dato uno scopo specifico ad ogni cosa: è chiaro che, senza confrontarci con il pensiero divino, finiremo per generare nostre interpretazioni personali della realtà, con il rischio di giungere anche molto lontano dal vero significato di ciò che osserviamo. In quali termini il Dalai Lama intende il rapporto uomo-donna? È capace di vedere le donne come «esseri relazionali» con le quali confrontarsi come chiunque altro, oppure necessariamente si fa condizionare dalla propria pulsione sessuale? Il fatto che debba «ricordarsi di essere un monaco» mi fa pensare che egli veda «la femmina prima dell’essere umano», e che possa conoscere il secondo aspetto soltanto perchè soffoca la spinta verso il primo. La donna quale «oggetto»? E non è forse egocentrismo, questo?

Un giornalista del quotidiano tedesco “Bild” chiede quindi cosa la «guida spirituale» pensi dell’aver figli, ed ecco una sua lunga disamina di come i figli rappresentino un «problema», siano un turbamento della pace personale ed una costante fonte di preoccupazione, che logora i genitori. Mi sia concesso lo sfogo, ma come può chi si presenta quale «guida spirituale» essere così miope da non riuscire a scorgere la bellezza di una vita che nasce, l’importanza del compito di educare, di assistere, di curare un essere umano che cresce, che impara, e che a sua volta potrà essere una vera e propria benedizione per altri? Per non parlare del vero e proprio «miracolo della vita», che ormai non ci meraviglia più, perchè lo consideriamo qualcosa di normale, di consueto, quasi banale. La Bibbia dice che i figli sono un dono dell’Eterno – e non mi meraviglia che, basandosi solo sul proprio egocentrismo, gli uomini non sappiano vedere altro che «fastidi e problemi» (che pure possono esserci), mancando invece di meditare profondamente sul favore ricevuto, e sulla responsabilità di presentare al mondo dei figli che sappiano vivere come uomini e donne completi, sereni, e che intraprendano con gioia il cammino della vita, perchè le loro fondamenta sono ben piantate nell’amore del quale sono stati amati e nell’incoraggiamento che è stato rivolto loro. Si potrebbe obiettare che la cronaca ci parla spesso del contrario, e questo è vero – il fatto di limitarsi a mettere al mondo figli per poi non amarli è una vera e propria piaga, che lascia ferite profondissime nell’animo, molto difficili da guarire. Ma è proprio questo a parlarci di un aspetto dell’importanza di conoscere Dio, e di seguire i suoi consigli: perchè la famiglia che mette in pratica le sue indicazioni è una famiglia benedetta. Indubbiamente ci sono situazioni che rendono arduo il compito di genitore, e sono tra le più svariate: ma d’altra parte non abbiamo alcuna garanzia che la vita debba scorrere priva di difficoltà, e cosa dovremmo fare? Rimanere in attesa passiva per qualche decade, fintanto che la morte sopraggiungerà trovandoci con le mani in mano? Esistono cose che «sprizzano dignità» da ogni loro frammento: e certo il poter essere padri e madri è uno dei compiti più significativi che siano stati dati all’umanità. C’è davvero da pregare che questo venga compreso, per adempiere con gioia a questa «missione». Ma senza lasciarsi educare dalla Parola di Dio, sarà un obiettivo difficilmente raggiungibile, perchè perderemo troppo tempo ad essere «protagonisti», ed a stimare la gioia di una nuova vita nei termini di come questo impatti sui nostri interessi ed attività personali.

E che dire del celibato, che a detta del leader tibetano sarebbe ciò che lo contraddistingue dagli animali? Non vorrei rendere questo articolo troppo pesante, incalzando ulteriormente su tematiche a cui ho accennato qualche riga sopra. Tuttavia, un simile modo di pensare è del tutto svilente della dignità dell’uomo, che per quanto decaduto, e per quanto frequentemente dimostri di non avere davvero nessuna differenza rispetto alle bestie più feroci, rimane comunque l’unico essere creato ad immagine di Dio, per occupare una posizione particolare nella creazione, ed avere un rapporto speciale con l’Eterno – rapporto che, sebbene interrotto dall’ingresso del peccato nel mondo, ora può essere ristabilito per i meriti di Gesù Cristo, che si è donato per annullare completamente la colpa che grava sull’umanità, rendendo disponibile il perdono divino a tutti coloro che sanno riconoscersi davanti a Dio per i peccatori che sono, meritevoli del giudizio divino. Il celibato non ha nulla a che vedere con la dignità dell’uomo, della quale non rappresenta affatto una caratteristica distintiva, ma semmai una delle possibili scelte di vita, ad ogni modo da non assurgere assolutamente a discriminante spirituale, soprattutto sbandierandola davanti a ciò che Dio stesso ha creato (la sessualità), affinché l’essere umano ne goda nel contesto opportuno (la realtà di coppia unita in matrimonio).

Una completa ignoranza delle verità di Dio, unita alla volontà di essere vincolati soltanto alle nostre decisioni personali: ecco un ritratto parziale dell’uomo moderno. Una realtà che ha già ampiamente dimostrato i propri fallimenti, ma che ci ostiniamo a mantenere, quasi nel tentativo di sfidare Dio, affermando stupidamente che possiamo farcela da soli: ecco quindi personaggi influenti, che sono noti come capi spirituali – quando di «spirituale» c’è ben poco -, che vanno ad alimentare quell’umanesimo che ci sta rovinando sempre più, fino al punto che non riusciamo nemmeno a scorgere la profondità dell’abisso in cui ci siamo lanciati.

                                         
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