Aug 05 2010
Conoscenza pratica
Nell’accezione comune del termine «conoscenza», si intende quasi sempre un aspetto legato in modo pressochè esclusivo alla sfera intellettiva, e si indica un insieme di nozioni specifiche possedute da un individuo, indipendentemente dal fatto che esse vengano sfruttate nel concreto, oppure siano lasciate «inoperose»: questo modo di intendere la conoscenza ci deriva dalla cultura greca, presso la quale era anticamente in auge una scissione piuttosto marcata tra ciò che compete la mente e quello che riguarda il piano fisico. Nelle Sacre Scritture troviamo invece un concetto molto più vasto, che si spinge oltre la semplice caratteristica cerebrale per abbracciare una dimensione molto tangibile, quasi ad indicare che «si conosce se e perchè si agisce».
Lo stesso Gesù, durante l’ultima cena, dopo aver parlato ai suoi discepoli sull’attitudine di servizio nella quale avrebbero dovuto perseverare imitando il suo esempio, disse loro: «se sapete queste cose, siete beati se le fate» (Gv.13:17) – la conoscenza intellettuale di un concetto che si deve manifestare con le azioni è sicuramente importante, perchè senza «teoria» non si ha modo di sapere in che direzione si sta camminando; tuttavia, se tale «teoria» non è poi seguita dalla pratica, risulterà essere soltanto una nozione vuota, addirittura inutile, proprio a causa dell’impossibilità di dimostrarla nel concreto.
Al capitolo 4 della sua prima lettera alla chiesa di Tessalonica, l’apostolo Paolo fornisce uno tra i tanti spunti di riflessione su questo argomento, attraverso il quale possiamo soffermarci su un tipo di conoscenza molto particolare, ossia la conoscenza di Dio, intesa come accennato poche righe sopra: non qualcosa che rimane a livello intellettuale, ma piuttosto un atteggiamento pratico, che presuppone un rapporto vivo con il nostro Creatore, e che viene manifestato nel quotidiano con uno scopo preciso.
«Questa è la volontà di Dio: che vi santifichiate, che vi asteniate dalla fornicazione,che ciascuno di voi sappia possedere il proprio corpo in santità e onore, senza abbandonarsi a passioni disordinate come fanno gli stranieri che non conoscono Dio; che nessuno opprima il fratello né lo sfrutti negli affari; perché il Signore è un vendicatore in tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e dichiarato prima. Infatti Dio ci ha chiamati non a impurità, ma a santificazione.» (1Te.4:3-7)
In questo brano, Paolo «limita» la discussione sulla santificazione ad un settore specifico: la moralità con la quale viviamo i rapporti interpersonali. È fuor di dubbio che Dio desideri rinnovare ogni aspetto della nostra esistenza, ma in questo caso l’autore dell’epistola sceglie di evidenziare un ambito definito, probabilmente percepito o vissuto dalla comunità di Tessalonica in modo particolare rispetto ad altre problematiche, generando quindi la necessità di maggior chiarezza sull’argomento.
In questa sede non discuteremo nel dettaglio la dicotomia, indicata dall’apostolo, tra santificazione e fornicazione, quanto piuttosto ci interessa soffermarci su una postilla apparentemente minore, che sottolinea però il tema di questo articolo, ossia la conoscenza di Dio: Paolo è infatti lapidario nel definire l’attitudine dei fornicatori (le «passioni disordinate») come prassi degli «stranieri» (ossia estranei al popolo di Dio) che «non conoscono l’Eterno». Possiamo quindi affermare che esistono, in linea generale, due tipi di cammino: uno che dà prova della nostra conoscenza di Dio, e l’altro che mostra che gli siamo estranei. Ed è importante notare che in entrambi i casi, la discriminante non risiede nelle professioni di fede (per quanto importanti), o in vaghi concetti nozionistici – bensì nella pratica! Cosa ne facciamo di ciò che sappiamo? È una domanda che richiede una risposta ben ponderata.
Il caso trattato da Paolo nella sua epistola può essere generalizzato, ed esteso ad ogni ambito della nostra vita: d’altra parte, le Scritture espongono con dovizia di particolari le attitudini che ogni credente dovrebbe perseguire, desiderandole perchè conscio della loro bontà e della loro importanza per la nostra crescita. In ciascun caso noteremo una netta separazione tra ciò che il credente è chiamato a vivere e quello che invece è consuetudine del «mondo», termine con il quale le Scritture evidenziano a volte quella fetta di umanità che non ha accettato l’offerta di riconciliazione con Dio realizzata mediante il sacrificio di Cristo, e che – proprio a causa di tale rifiuto o ignoranza – si trova a vivere sotto l’influenza del «principe della potenza dell’aria» (Ef.2:2), ossia satana.
L’esempio forse più vivido di questa contrapposizione lo troviamo probabilmente nell’esortazione alla verità: nella nostra società attuale, la menzogna è una costante, sia nelle questioni più piccole che in quelle più importanti, e ben pochi trovano inopportuno il ricorso a tale pratica, soprattutto se conviene. Il bugiardo esprime cioè una parte del carattere del nemico di Dio, che la Bibbia indica inoppugnabilmente come il «padre della menzogna» (Gv.8:44); il cristiano, invece, è chiamato a dire il vero, proprio perchè la Verità stessa fa parte della sua vita. Tornando all’argomento trattato da Paolo, vediamo nella fedeltà coniugale un riflesso del patto che Cristo ha stabilito con tutti coloro che pongono la propria fede in Lui: non qualcosa di passeggero, o soggetto a mutamento, bensì una realtà solida, verso la quale possiamo nutrire una fiducia continua – il patto che lega il credente a Dio è indissolubile. Nella fornicazione vediamo invece il tradimento, l’apostasia, la ricerca del proprio interesse a danno dell’altro: attitudini, queste, in profonda contraddizione con l’esempio di Cristo, e con tutta la rivelazione divina.
«Dio ci ha chiamati non a impurità, ma a santificazione», recita la chiosa del brano, affermando che il credente è stato chiamato ad agire in relazione alla sua conoscenza della volontà divina, senza conformarsi ad attitudini che Dio definisce «impure», quindi, per estensione, «contaminate». Come abbiamo letto, si tratta di argomenti che Dio stesso considera con il massimo rigore («Il Signore è un vendicatore in tutte queste cose»), e diventa quindi necessario riflettere su quanto ci troviamo ad essere in armonia con il pensiero divino.
In sintesi, potremmo dire che se coloro che operano in maniera diametralmente opposta alla volontà divina sono definiti come «non-conoscitori di Dio», la nostra obbedienza a Dio è in funzione di quanto davvero lo conosciamo. Questo significa che non esiste una fede autentica che non produca risultati tangibili, e al tempo stesso non esistono buoni frutti pratici che nascano da una conoscenza approssimativa, o del tutto assente, di chi sia Dio. La nostra professione di fede, così come le azioni che essa ci motiva a compiere, fanno parte di un solido insieme, che non può né deve essere frazionato.
Quando si obbedisce di malavoglia, o non si obbedisce affatto? Quando si vede Dio non come un padre amorevole, ma come un despota che vuole fissare dei limiti entro i quali circoscrivere la nostra libertà. Quando pensiamo di sapere davvero cosa sia meglio per noi, e così ci procuriamo ferite su ferite. Quando siamo così assetati di emozioni e di ribellione, da non riuscire a scorgere il baratro nemmeno mentre ci stiamo lanciando in esso. Quando siamo incapaci di osservare la croce di Cristo riconoscendoci degni di quel supplizio che Egli prese invece su di Sé per sottrarci all’ira divina. Quando rifiutiamo di ammettere di essere peccatori senza speranza, e non gridiamo a Dio di pulirci dalle nostre immondizie, ricevendo il perdono che Gesù ha acquistato per l’umanità a prezzo del suo sangue.
Quando invece si obbedisce con gioia a Dio? Quando si arriva a capire la vera natura dei suoi comandamenti, che non sono la proibizione di fare qualcosa, bensì la possibilità di scegliere tra ciò che al mondo vi è di corrotto, e ciò che invece agli occhi di Dio è santo, scelta che non è alla portata di chi volta le spalle al Signore. Quando ammettiamo di non conoscere poi molto di noi stessi, e ci affidiamo a Colui che ci ha creati, riponendo piena fiducia nella sua guida, la guida di chi sa come «funzioniamo». Quando, benchè bersagliati nella nostra volontà dalle tentazioni, stimiamo la volontà di Dio l’unica degna di essere seguita, ed abbandoniamo le nostre attitudini autolesioniste per sforzarci di intraprendere una strada migliore. Quando guardiamo la croce di Cristo, ed in essa vediamo tutta la nostra condanna, e capiamo quale sia il reale peso delle nostre trasgressioni, e da quale castigo ci è dato di poter essere liberati. Quando, pur nella nostra indegnità, avendo accettato il dono immeritato che Dio ci ha fatto del suo Unigenito Figlio, pieghiamo le ginocchia e ringraziamo, perchè eravamo sporchi e destinati a ben misera fine, ma abbiamo ricevuto una grazia eterna, che culminerà nella gloria in cui verremo accolti all’instaurarsi definitivo del regno di Dio.
Il nostro scopo nel fare questo non sarà apparire migliori di ciò che siamo (perchè senza l’aiuto che viene dall’alto non possiamo fare nulla), bensì di seguire la vocazione alla quale Dio stesso ci chiama, quando esorta il suo popolo con una frase che riflette il legame che Egli desidera con avere con ciascuno di noi: «Siate santi, perchè io sono Santo» (Lv.19:2). E questo non deve essere qualcosa che vale soltanto quando confessiamo la nostra fede, ma deve diventare un’attitudine che ricerchiamo costantemente, nella consapevolezza di stare compiendo una parte della volontà di Dio per noi.
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SoloVangelo - powered by 
| 6 August 2010, 16:24
Esimio fratello nella sola fede in Cristos,
leggerla è sempre una boccata d’aria fresca e nuova, benchè le sue parole siano tratte dallo studio di testi secolari.
Grazie.
Anch’io, durante il PSP del Mentoring ero giunto alla conclusione che teoria e pratica vanno insieme. E ho trovato che proprio questa mia attitudine di scindere le cose, ha causato poca credibilità nei miei confronti da parte dei miei amici “stranieri”.
Ancora grazie e che Dio continui a benedirti.
Caleb