Sep 02 2010
Antinomie
Capita, a volte, di ascoltare persone discutere del contenuto delle Sacre Scritture in termini di contrapposizione tra Antico Testamento e Nuovo, sottolineando apparenti differenze dottrinali tra i due testi, ed arrivando perfino ad affermare che, data la marcata diversità del carattere del Dio delle vecchie Scritture rispetto a quello delle nuove, non è possibile far altro che ipotizzare l’esistenza di due «dèi» diversi, uno vendicativo e dispotico, l’altro compassionevole e più vicino all’umanità. In questo articolo mi propongo di dimostrare come in realtà non esistano antinomie tra l’Antico Testamento ed il Nuovo, testi che, contrariamente a quanto alcuni affermano, non descrivono affatto divinità diverse, bensì presentano il medesimo Dio ed il suo piano di salvezza, che è stato rivelato progressivamente nel corso della storia, per arrivare alla sua manifestazione definitiva nella persona di Gesù Cristo. Ovviamente, data la vastità dell’argomento, non sarà possibile esaurire il soggetto nel suo complesso: ci limiteremo quindi a discutere alcuni tratti generali della questione, con pochi veloci approfondimenti, lasciando poi il consueto spazio ai lettori per commentare – e quindi proseguire – la riflessione su questo tema.
La principale critica mossa verso l’apparente dicotomia caratteriale di Dio nelle due parti delle Scritture è sintetizzabile con la seguente affermazione: «Il Dio presentato dall’Antico Testamento è un Dio che giudica e punisce, mentre nel Nuovo vediamo invece un Dio che ama, accetta, perdona». Si tratta di un’asserzione profondamente errata, perchè non conforme alla realtà dei fatti, nonchè molto pericolosa, perchè soggetta ad interpretazioni fuorvianti. Già soltanto il concetto di «amore» presenta dei problemi non indifferenti in una società come la nostra, che ha saputo spogliare tale termine del suo senso originale per farcirlo di significati che esso non possiede.
Recentemente, per fare un esempio, ho ascoltato un servizio giornalistico televisivo in cui veniva intervistato un sostenitore delle unioni omosessuali, che si faceva forte dell’abusatissimo versetto di 1Gv.4:8, «Dio è amore», per asserire che tali relazioni siano in qualche modo ben viste anche dal Creatore. Questa è un’idea di «amore» decisamente lontana da quella indicata nelle Scritture, e sarebbe quantomeno opportuno interessarsi di capire il senso di ciò che leggiamo nella Parola di Dio, prima di utilizzarne il contenuto per difendere posizioni indifendibili dal punto di vista biblico.
Per iniziare a considerare la coerenza dottrinale delle due narrazioni, prendiamo come esempio una tra le infrazioni alla legge di Dio che è possibile trovare sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, ossia l’adulterio. La legge data dal Creatore a Mosé recita quanto segue: «Quando si troverà un uomo coricato con una donna sposata, tutti e due moriranno: l’uomo che si è coricato con la donna, e la donna. Così toglierai via il male di mezzo a Israele» (Dt.22:22)
Nella narrazione neotestamentaria possiamo trovare un episodio in cui fu chiesto a Gesù di giudicare sul conto di una donna colta in adulterio;
«All’alba tornò nel tempio, e tutto il popolo andò da lui; ed egli, sedutosi, li istruiva. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna còlta in adulterio; e, fattala stare in mezzo, gli dissero: «Maestro, questa donna è stata còlta in flagrante adulterio. Or Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?» Dicevano questo per metterlo alla prova, per poterlo accusare. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra. E, siccome continuavano a interrogarlo, egli, alzato il capo, disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva in terra. Essi, udito ciò, e accusati dalla loro coscienza, uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi; e Gesù fu lasciato solo con la donna che stava là in mezzo. Gesù, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: «Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?» Ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neppure io ti condanno; va’ e non peccare più». (Gv.8:2-11)
Osservando attentamente la reazione di Gesù, possiamo fare alcune importanti considerazioni; anzitutto, in nessun punto Egli contraddice gli accusatori: in effetti, la donna era colpevole, e secondo la legge di Dio era meritevole di morte. Su questo punto i farisei avevano ragione. Tuttavia, proprio quella legge alla quale si appellavano prevedeva il castigo per entrambi gli adulteri, mentre in questo caso gli scribi presentano soltanto la donna: da questo è già possibile vedere la loro malafede, perchè se avessero voluto seguire la legge alla lettera, avrebbero dovuto condurre anche l’uomo. Gesù, comunque, sposta il centro della discussione dalla donna all’individualità di ciascuno, e sembra affermare: «Sì, questa donna è peccatrice, ma voi, che desiderate punirla, in quale condizione siete di fronte a Dio? Siete più giusti di lei?».
Le sue parole produssero l’effetto atteso, tant’è che nessuno si sentì in animo di lapidare la donna: si noti comunque che oltre alla salvezza dell’adultera, l’intento di Cristo fu rivolto a far riflettere sulla necessità personale di avere un giusto rapporto con Dio, secondo i suoi standard e non secondo i nostri. Inoltre, la donna non venne congedata con un generico perdono a cuor leggero, come se avesse combinato un’innocente marachella, bensì con la precisa esortazione a non ricadere ancora nel peccato. La legge di Dio, in questo caso, è l’assoluta protagonista del racconto, e viene amministrata da Gesù nella maniera più sublime possibile: non cercando di scorgere il male nel prossimo, oppure per ingannare, come invece fecero i farisei, bensì come «specchio» per verificare in primis sé stessi, e lasciare quindi a Dio la responsabilità del giudizio sulla condotta di ciascuno.
Alle masse che lo ascoltavano sul monte in Galilea, Gesù disse:
«Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento. Poiché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto. Chi dunque avrà violato uno di questi minimi comandamenti e avrà così insegnato agli uomini, sarà chiamato minimo nel regno dei cieli; ma chi li avrà messi in pratica e insegnati sarà chiamato grande nel regno dei cieli. Poiché io vi dico che se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, non entrerete affatto nel regno dei cieli» (Mt.5:17-20)
Gesù conferma quindi la legge di Dio, sottolineando la necessità di aderire ad essa al fine di perseguire la giustizia secondo i parametri divini. Ma anticipa altresì un particolare importante: Egli non avrebbe abolito la legge, ma l’avrebbe portata a compimento. Vedremo a breve che cosa significa. Il Nuovo Testamento, con il messaggio di salvezza di Cristo, dimostra come la grazia sia intimamente legata alla legge, perchè se non esiste una norma (e se quindi non fosse possibile essere trovati colpevoli), allora la necessità di ricevere il perdono verrebbe meno, perchè di fatto non coprirebbe alcuna trasgressione effettiva. Facendo un paragone con l’ambito forense, se la legge (questa volta umana) fosse inesistente, non sarebbe possibile accusare nessuno, perchè non esisterebbe un termine di paragone per valutare le azioni di un individuo. Allo stesso modo, non sarebbe possibile provare l’innocenza di una persona, perchè non esisterebbe il concetto di «reato».
La Scrittura afferma che siamo tutti peccatori, senza eccezione (Ro.3:23), e che detta condizione ci priva della comunione con Dio, perchè siamo sotto il Suo giudizio. Ed è proprio questa la funzione primaria della legge: non condannare, ma rendere noti quali siano i termini ai quali è richiesto che ci si attenga. Il giudizio di Dio si esplicita verso ciascuno che desidera permanere nel suo stato di ribellione, perchè se da un lato nessuno è punibile per qualcosa che ignora, d’altro canto la legge dà piena conoscenza di ciò che è necessario compiere per essere graditi a Dio.
Al paralitico di Betesda, dopo averlo guarito, Gesù disse: «Ecco, tu sei guarito; non peccare più, ché non ti accada di peggio» (Gv.5:14). Con le sue parole, Gesù non intendeva dire che se avesse peccato ancora, l’”ex-paralitico” sarebbe precipitato nuovamente nella malattia, quanto piuttosto che se avesse perseverato nella sua condotta precedente dopo aver ricevuto il favore divino (in questo caso la guarigione), ne avrebbe fatto le spese la sua sorte eterna, perchè sarebbe stato come se avesse considerato l’intervento di Dio nella sua vita una cosa da nulla, un atto dovuto, da ricevere senza preoccuparsi poi di rivedere la propria quotidianità secondo i canoni di Colui che aveva compiuto un atto di pura grazia.
In realtà, nel suo spiegare la legge di Dio, Gesù pare mettere un notevole carico aggiuntivo; rimanendo sul tema «adulterio», per proseguire l’esempio, Egli si espresse in questo modo:
«Voi avete udito che fu detto: “Non commettere adulterio”. Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. Se dunque il tuo occhio destro ti fa cadere in peccato, cavalo e gettalo via da te; poiché è meglio per te che uno dei tuoi membri perisca, piuttosto che vada nella geenna tutto il tuo corpo» (Mt.5:27-29)
Ho scritto «pare mettere un notevole carico aggiuntivo» perchè, in realtà, quanto Egli propose era ciò che già in origine rappresentava lo spirito della legge: non un semplice elenco di cose da fare o evitare, bensì qualcosa da interiorizzare al punto da non fare distinzione tra atteggiamento pratico e condotta mentale. Nessuna aggiunta, quindi – semmai la piena spiegazione di ciò che da troppo tempo veniva quasi esclusivamente considerata come una consuetudine cultuale (ed in un certo senso, i precetti di Dio sono ancora oggi largamente considerati così). La funzione è sempre la stessa: evidenziare quelle che sono le sozzure naturali del nostro animo, derivanti dalla nostra caduta, e mostrare gli standard di purezza di Dio, troppo alti per ciascun uomo, perchè la nostra ribellione alla volontà divina ci ha corrotti al punto da renderci impossibile l’esserGli graditi. D’altra parte possiamo avere conoscenza di questa realtà attraverso la Parola di Dio, che in proposito dice:
«Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio; perché mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui; infatti la legge dà soltanto la conoscenza del peccato» (Ro.3:19-20)
L’uomo non può sperare di riconciliarsi con Dio attraverso l’osservanza della legge: essa, come dicevamo, può al più renderci edotti del peccato, ma non fornisce alcuno strumento per poter adempiere la giustizia richiesta. Per natura, su di noi pesa questo grosso documento che possiamo leggere e capire, il quale ci parla di una condanna che abbiamo chiamato su noi stessi fin dal principio. L’umanità è colpevole di fronte a Dio, perchè ribelle nei confronti di Colui che ha creato ogni cosa e che permette ogni nostro respiro. Tale realtà è presentata nell’Antico Testamento in forma di precetti, ai quali il popolo era chiamato ad attenersi, ed essi permangono anche nel periodo neotestamentario, durante il quale è però necessario osservarli secondo l’ottica dell’opera che Cristo ha compiuto in favore dell’umanità.
Infatti, come ricorda la lettera agli Ebrei, «secondo la legge, quasi ogni cosa è purificata con sangue; e, senza spargimento di sangue, non c’è perdono» (Eb.9:22): dal momento che la trasgressione della legge divina si traduce in una sentenza di morte, soltanto soddisfacendo tale requisito si può ricevere il perdono divino. Ecco quindi il motivo per il quale il popolo di Israele era chiamato a sacrificare continuamente animali considerati puri: da un lato era un modo per adempiere alla richiesta di spargimento di sangue utile al perdono, mentre dall’altro era un modo più che efficace per tenere a mente che la legge di Dio domandava la vita come contrappasso per la ribellione (e, di conseguenza, offriva elementi per meditare sul proprio stato di «continuamente graziati»). Tuttavia, sempre la lettera agli Ebrei ci ricorda che tali offerte, a causa della loro imperfezione intrinseca, non potevano realmente rimuovere il peccato, e Dio quindi considerava il rituale sacrificale soltanto in termini di obbedienza: niente che sia di natura terrena può infatti soddisfare una mancanza all’indirizzo dell’Eterno. Per appianare definitivamente il divario tra la nostra corruzione e la santità di Dio era necessario un sacrificio perfetto, adeguato al peso delle nostre trasgressioni: ed ecco che Dio si fa uomo in Cristo, motivato dal desiderio di rendere la salvezza accessibile ad ognuno, e dona la sua vita come prezzo di riscatto per chiunque pone la propria fede in Lui, e nel suo sacrificio (e, si noti bene, stiamo parlando dello stesso Dio che è autore delle leggi alle quali ci riferiamo).
Nella sua lettera ai credenti di Roma, l’apostolo Paolo parla del sacrificio di Gesù in questi termini:
«Dio lo ha prestabilito come sacrificio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, avendo usato tolleranza verso i peccati commessi in passato, al tempo della sua divina pazienza; e per dimostrare la sua giustizia nel tempo presente affinché egli sia giusto e giustifichi colui che ha fede in Gesù» (Ro.3:25-26)
Se il Nuovo Testamento può enfatizzare la grazia e l’amore di Dio, è proprio perchè poggia sulla base di una legge di giudizio e condanna, senza la quale non sarebbe altro che una filosofia tra le tante che le religioni umane propongono. Tuttavia, pur rendendo disponibile una salvezza così perfetta, non sconfessa mai il presupposto fondamentale per l’ottenimento di tale grazia, ossia che vi è una realtà di castigo per i ribelli, e che soltanto trovando giustizia agli occhi di Dio è possibile scampare. Gesù si è fatto carico di ogni nostro peccato, affinchè, prendendo su di noi le nostre immondizie, noi potessimo essere rivestiti della sua giustizia, come ricorda Paolo nel brano di 2Co.5:21:
«Colui che non ha conosciuto peccato [Gesù], Egli [Dio] lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui»
Gesù è l’unica strada verso la riconciliazione con Dio, e senza di Lui il nostro peccato (e quindi la nostra condanna) rimane. Egli stesso disse: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv.14:6), mentre l’apostolo Paolo, sempre nella lettera ai Romani, aggiunge: «Annulliamo dunque la legge mediante la fede? No di certo! Anzi, confermiamo la legge» (Ro.3:31). La fede in Cristo non è un “escamotage” per svicolare dagli obblighi della legge, bensì è qualcosa che avvalora la legge divina come reale, ed il castigo – che per i credenti è caduto sul Salvatore – come giusto. La legge è buona, perchè procede da Dio e segue il suo carattere. La legge è necessaria, perchè la creazione intera dovrà essere mondata da ciò che non è conforme alla volontà di Dio, una volontà completamente rivolta al bene. Abbiamo bisogno di comprendere a fondo la legge, comprensione senza la quale non è possibile capire l’entità delle nostre trasgressioni, ed il peso che Cristo ha voluto portare perchè noi potessimo essere liberi. Questa libertà presuppone certo una presa di coscienza ed una scelta personali, ma è comunque disponibile a chiunque si riconosce mancante e meritevole di castigo di fronte all’Eterno, ed anela al perdono ed alla salvezza che ci viene offerta.
Il Dio presentato nel Nuovo Testamento non è affatto diverso rispetto a quello delle Scritture antiche: è sempre lo stesso Dio, che considera il peccato come un argomento estremamente serio, e che ha a cuore il suo popolo, desiderandone la santificazione e la crescita costante nella sua volontà. La ribellione verso i precetti divini è tanto grave che, per essere espiata, era necessario un sacrificio perfetto come quello di Cristo.
E le antinomie che alcuni vorrebbero affibbiare al testo sacro, quindi? Non credo proprio che da una lettura attenta di entrambe le sezioni che compongono le Scritture sia possibile affermare onestamente una dicotomia nel comportamento di Dio. Semmai, come dicevamo in apertura, possiamo vedere uno sviluppo, una progressione, nel piano della salvezza, ma questo fa comunque capo ad un solido concetto di giustizia che deve essere soddisfatto.
Il rischio di voler affermare diversamente è quello che ho accennato sopra: il fraintendimento completo di quanto Dio vuole comunicarci attraverso la sua Parola. La legge che condanna l’umanità ribelle è ancora reale, e lo sarà fino alla fine dei tempi: ciò che ci è concessa è la possibilità di renderci conto del nostro stato di condannati, e dell’offerta che ci viene fatta in Cristo di essere liberati dal peso della nostra colpa, per essere riconciliati con Dio, e godere delle promesse riservate a tutti coloro che entrano a far parte del suo popolo.
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