Uno sguardo al mondo con gli occhi della fede

Sep 07 2010

Hawking e la mente di Dio

In questi giorni molti quotidiani e siti Internet stanno riportano le affermazioni del professor Stephen Hawking, uno tra i maggiori astrofisici al mondo, il quale, presentando il suo nuovo libro («The Grand Design»), ha indicato nel Big Bang «una conseguenza inevitabile delle leggi della fisica», sostenendo inoltre che, in base a nuove teorie, è possibile affermare che l’universo abbia generato sé stesso dal nulla, in maniera autonoma, escludendo quindi l’opera e la volontà di Dio. Il mondo dell’ateismo ha salutato il testo di Hawking come un trionfo della scienza e della ragione: lo stesso Hawking, nel 1998, aveva affermato che «se arrivassimo a scoprire una teoria completa sarebbe il trionfo definitivo della ragione umana perché conosceremmo la mente di Dio», quasi reinterpretando quell’antico desiderio di «essere simili all’Altissimo» (Is.14:14), attitudine che fin dagli albori della creazione è stata la causa di continue sciagure.

Commentando le considerazioni di Hawking, Richard Dawkins, biologo e strenuo sostenitore dell’ateismo, fa da eco all’astrofisico affermando che «così come Darwin ha smentito l’esistenza di Dio con la sua teoria sull’evoluzione biologica della nostra specie, adesso Hawking la nega anche dal punto di vista della fisica». Già in passato abbiamo discusso su queste pagine i tristi eventi che hanno spinto Darwin a proporre la non-esistenza di Dio (cfr. l’articolo «La genesi dell’evoluzionismo: incapacità di guardare oltre»), considerando quindi che più di una convinzione scientifica, alle spalle della formulazione della teoria dell’evoluzione vi fu un profondo trauma emotivo, culminato nel rifiuto di una realtà che Darwin non aveva le chiavi per interpretare e capire. Hawking, in qualche modo, ripercorre le stesse orme del biologo, se non nella prassi, certamente quanto alla riflessione sul cinismo dell’esistenza, per motivi più che ovvi ed evidenti, e questo può senz’altro fungere da «combustibile» per quell’astio che l’astrofisico sembra provare nei confronti della fede.

In ogni caso, ciò su cui ho in cuore di gettare maggior chiarezza è che la «mente di Dio», come la chiama il professore, non equivale ad essere possessori della conoscenza assoluta, depositari dei segreti dell’universo, e nemmeno qualcosa da perseguire animati da brame di auto-affermazione (sentimento che – conoscendo l’umanità – sono più che certo animi gran parte degli sforzi scientifici di questo tipo, anche se dichiarati in maniere meno «invasive»). Proponendo l’equazione «mente di Dio» = «sapere assoluto», Hawking non fa altro che cadere in un tranello fortemente gerarchico ed oscurantista, degno di quelle istituzioni religiose che anch’egli critica, e che per secoli hanno tenuto i popoli nell’ignoranza facendo leva sulla naturale propensione dell’uomo a pensare che «maggiore è la posizione, tanto più è il potere esercitato per i propri fini». La «mente di Dio» non è questo.

Avere la «mente di Dio» (l’apostolo Paolo fa una citazione simile, ossia la «mente di Cristo», cfr. 1Co.2:16) significa osservare il mondo con l’ottica del suo Creatore, vivendo con semplicità e dedizione l’esempio che Gesù Cristo, quale Dio incarnato, ci ha mostrato. Nella sua lettera ai Romani, Paolo espone in una maniera eccezionale cosa significhi tutto questo:

Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà. [...] L’amore sia senza ipocrisia. Aborrite il male e attenetevi fermamente al bene. Quanto all’amore fraterno, siate pieni di affetto gli uni per gli altri. Quanto all’onore, fate a gara nel rendervelo reciprocamente. Quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore; siate allegri nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, provvedendo alle necessità dei santi, esercitando con premura l’ospitalità. Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono allegri; piangete con quelli che piangono. Abbiate tra di voi un medesimo sentimento. Non aspirate alle cose alte, ma lasciatevi attrarre dalle umili. Non vi stimate saggi da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Impegnatevi a fare il bene davanti a tutti gli uomini. Se è possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti gli uomini. Non fate le vostre vendette, miei cari, ma cedete il posto all’ira di Dio; poiché sta scritto: «A me la vendetta; io darò la retribuzione», dice il Signore. Anzi, «se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu radunerai dei carboni accesi sul suo capo». Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene. (Romani, cap.12)

Avere la «mente di Dio» è vedere ciò che ci circonda in maniera simile a ciò che Dio concepisce: è sentire il peso per il prossimo, è desiderarne il bene, è il voler manifestare la volontà di Dio, una volontà di libertà e non di oppressione, una volontà di vita, e non di controllo. È guardare alle piccole cose come alle grandi, e riconoscere in entrambe la stessa mano, quella mano che ha in sé ogni nostro attimo, ogni respiro, ogni successo o caduta, ogni speranza, ogni dolore, ogni gioia…La «mente di Dio» non è alla portata di quelli che si vantano di essere qualcosa come se dipendesse da loro stessi, ma piuttosto di quelli che sanno di non essere che un alito di vento dinanzi a Dio, e Gli si presentano contriti per ottenere quella speranza e quella salvezza che Egli ha promesso in virtù dei meriti di Cristo a tutti coloro che si riconoscono meritevoli del giudizio divino, e si appellano alla giustizia che Gesù ha acquistato per l’umanità a prezzo del suo sangue.

«Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti» (Ef.2:8-9)

La «mente di Dio» è qualcosa di innaturale per questa creazione caduta: sprofondati come siamo nel peccato e nella ribellione, non possiamo concepire appieno la reale distanza che ci separa da Dio. Alcuni, proprio in virtù (o, meglio, a causa) di questo grande distacco, arrivano a formulare teorie che cercano di minare la fede, affermando che Dio non esiste. Per contro, i credenti possono manifestare la gioia di godere di un rapporto vitale con il Creatore, gioia che in molti casi li porta a testimoniare della buona notizia che Dio offre all’umanità perduta. Chi ha ragione? Sono forse quelli, che fanno delle proprie equazioni un moderno «dio» che spieghi loro i misteri dell’universo, o sono questi, che predicano il perdono dei peccati nel nome di Cristo? Quelli «pragmatici», questi «visionari»? Al contrario: la tangibilità del peccato, con le sue innumerevoli sfaccettature, è sotto gli occhi di tutti, con crimini continui, indifferenza, morte, caste sociali, e quella tremenda fame di spiritualità che ognuno prova. C’è qualcosa di più vero, di più reale, del pantano nel quale l’umanità arranca faticosamente? È davvero così difficile rendersene conto, ed è così facile invece credere a chi, sulla base dei propri calcoli umani, pretende di emettere un giudizio sull’Eterno?

«La scienza vincerà perchè funziona», afferma ancora Hawking, ed ecco che è possibile capire quanto egli senta di essere parte di una battaglia contro la fede. La scienza non vincerà, per il semplice fatto che non è in corso alcuno scontro: la scienza è un meraviglioso strumento che l’uomo ha per il proprio progresso, e l’umanità dovrebbe essere grata a Dio per le possibilità che offre. Ma non è di questo che ci parla la fede: per quanto infatti possiamo divenire «grandi», e pensare di aver raggiunto chissà quale livello di illuminazione, presto o tardi chiuderemo gli occhi in quel sonno che è «salario del peccato»: la morte. Allora non varranno a nulla gli sforzi che avremo sostenuto in vita per cercare di scalare la «vetta del mondo», ma piuttosto verrà pesata la nostra giustizia nei termini che la legge divina ci rende noti. E l’unica possibilità di scampare a tale giudizio sarà quella di essere trovati rivestiti dei meriti di Cristo, della sua giustizia, perchè se dovessimo appellarci alla nostra – piccoli esseri portati via da un istante all’altro, che si atteggiano a divinità – non avremmo altro destino che dover censurare la nostra presunzione in quel luogo in cui vi è «pianto e stridor di denti». Questa è espressione della «mente di Dio» secondo la rivelazione che Egli ci ha fatto giungere: l’amore incondizionato verso creature irriconoscenti, ed il profondo desiderio di salvarle dal baratro verso il quale camminano, spesso senza nemmeno rendersene conto.

                                         
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1 Commento »

  1. #49775. Caleb
    | 8 September 2010, 13:19

    Caro Emiliano,
    come non ringraziare Dio per averci dato di conoscere e avere la mente di Cristo.

    Ringrazio Dio anche per averti dato intelligenza per saper trarre dalla Sua Parola, inerrante e infallibile, tali insegnamenti e approfondimenti dei concetti in Essa contenuti.

    Grazie a Dio per questo sito.

    Grazie a te per il tuo impegno.

    Caleb


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