Uno sguardo al mondo con gli occhi della fede

Oct 26 2010

Lo Spirito di Dio

In questo articolo completiamo l’esposizione iniziata alcuni giorni fa tramite il post «Tre Persone, una sostanza» (di cui consigliamo la lettura come preparazione al presente post, per analizzare quei concetti che daremo qui per scontati), nel quale ci siamo soffermati ad analizzare il rapporto esistente tra Padre e Figlio all’interno della Trinità, sottolineando la loro uguaglianza in termini di deità, ma riconoscendone la diversità d’ufficio, a fronte comunque della medesima natura e volontà nei confronti dell’umanità bisognosa di riscatto. In quella occasione, non abbiamo però approfondito la Persona dello Spirito Santo, argomento invece della presente trattazione. Si tratta di un tema nei riguardi del quale l’ignoranza è particolarmente diffusa, ed in merito al quale sono sorte diverse «scuole di pensiero», che vanno da una negazione totale della natura personale dello Spirito, fino ad arrivare all’eccesso opposto, con dottrine che possono essere tranquillamente definite come «esoterismo cristianizzato» (sulle quali non ci soffermeremo in questa sede, per non andare fuori argomento). Diventa allora importante capire con precisione cosa ci venga detto dalle sole Scritture in riguardo, obiettivo che ci proponiamo di raggiungere (pur con tutti i limiti del caso) con le righe che seguono.

Data la complessità del tema, divideremo la trattazione in diversi sottopunti, in modo da fornire una lettura più sistematica (e, di conseguenza, maggiormente mirata e meno dispersiva) delle caratteristiche e della natura dello Spirito Santo. Analizzeremo in modo panoramico diverse Scritture sull’argomento, senza però pretendere di esaurire la discussione, né di scendere eccessivamente nel dettaglio, cosa che renderebbe troppo pesante l’articolo, e forse lo priverebbe di interesse: ad ogni modo, in sede di commento sarà possibile, come di consueto, sviluppare le tematiche di contorno che non abbiamo potuto toccare nell’articolo stesso. Iniziamo, quindi:
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Oct 12 2010

Il carosello del dolore

Con l’editoriale intitolato «Media e dolore», sul Corriere.it di ieri veniva evidenziato l’orrore del carosello mediatico che segue come un’ombra gli eventi derivanti dalla follia umana, quali il recente delitto di Avetrana, ma anche, in passato, quelli di Novi Ligue, di Erba, o di Garlasco, per citarne alcuni. Ogni luogo della tragedia diventa un set televisivo, dal quale la grande macchina dell’informazione tenta di estrarre espressioni sofferenti, dettagli su circostanze e metodi, con il fine di alimentare lo sdegno del grande pubblico, al quale getta i brandelli strappati alla vicenda. Lo chiamano «diritto all’informazione», ma c’è davvero da chiedersi se in nome di tale diritto siamo autorizzati a svendere il dolore altrui, a produrci in una serie interminabile di dibattiti, a riaprire costantemente la stessa ferita in coloro che stanno soffrendo.

C’è comunque da considerare che nulla di ciò che non ha richiesta viene offerto: se da un lato esistono professionisti della tragedia, capaci di vendere ogni frammento del dolore privato di un individuo con grande maestria, d’altro canto esistono coloro che sono ben felici di acquistare un tale prodotto, nutrendosi delle tragedie altrui, scuotendo la testa davanti all’ennesima espressione del male che alberga nell’umanità, e pronti ad invocare quello che – di volta in volta – ritengono essere il contrappasso più adatto al gesto compiuto: quando il dramma diventa show. Sull’articolo del Corriere veniva affermato che la TV non conosce la potenza del lutto, e si sottolineava la necessità di tornare a concepire (e ristabilire) il senso del tabù, quel limite dinanzi al quale l’uomo si ferma con rispetto – un limite che oggi è lasciato alla sensibilità di ciascuno, non esistendone più una forma collettiva. In questi giorni, all’indomani dell’ennesima triste tragedia, scorrendo i canali televisivi ci troviamo raramente a fermarci sui telegiornali, per un senso di pudore personale: perchè dietro al freddo occhio di una telecamera che si sofferma su situazioni che non appartengono a nessuno, se non a chi le vive, c’è l’occhio di ciascun telespettatore, che entra nel dramma altrui senza essere stato invitato: ci entra da curioso, e l’oggetto della sua curiosità è ciò che dilania l’anima di quelli che sono osservati.
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