Uno sguardo al mondo con gli occhi della fede

Jan 24 2011

Dalla guerra afghana al sacrificio di Cristo

È polemica per le affermazioni di mons. Mattiazzo in riferimento all’impegno italiano nelle zone di guerra. Molte critiche stanno giungendo all’indirizzo del prelato (perfino dall’ambiente ecclesiale stesso), a causa della sua affermazione secondo la quale i militari che pagano con la propria vita la partecipazione alle missioni internazionali non siano definibili come eroi, e come le missioni stesse non possano essere chiamate missioni di pace, perchè vedono l’impiego di personale armato. Molto di rado mi capita di essere in accordo con le parole di un esponente cattolico, ma in questo caso appoggio completamente le riflessioni del vescovo, che si dimostra in condizione di saper ancora discernere un’arma, creata per l’uccisione del prossimo, da uno strumento di pace, evitando quella confusione da cui molti oggi sembrano affetti, che porta i più a definire addirittura martiri (dal gr. μαρτυρες = “testimoni“) coloro che perdono la vita nelle operazioni militari. Ma forse non hanno del tutto torto; un uomo che muore imbracciando le armi qualcosa lo testimonia davvero: l’incapacità della nostra specie di concepire davvero la pace, e di perseguirla nell’interezza del suo significato. Non credo davvero sia possibile imporre la pace, soprattutto non puntando un’arma verso un nostro simile.

Tuttavia, nonostante queste righe sembrino voler introdurre una riflessione legata in qualche modo all’impegno militare del nostro Paese, non è invece questo il tema sul quale desidero soffermarmi, bensì vorrei riprendere una frase che un altro vescovo, mons. Pelvi, pronunciò durante l’omelia del 3 gennaio, per onorare l’alpino Matteo Miotto, recentemente caduto in Afghanistan, frase che ho letta nello stesso articolo contenente le dichiarazioni di Mattiazzo. Discutendo la tragedia, il vescovo ha utilizzato parole che danno un’immagine distorta del sacrificio di Cristo, e che a nostro avviso meritano di essere commentate e viste alla luce delle Sacre Scritture, per evitare che concetti errati come quello del sacerdote vengano presi per affidabili, quando la stessa Parola di Dio dice diversamente. In tutto questo, non vogliamo in alcun modo risultare irrispettosi nei confronti della famiglia del militare ucciso, ma riteniamo che il commento sia necessario, soprattutto in un tempo come il nostro, in cui vi è un’ignoranza decisamente spiccata nei confronti della realtà della fede cristiana.
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Jan 21 2011

Una panoramica sull’oggi

Davanti ad un foglio bianco, in attesa di poter trarre qualche spunto dalle numerose notizie che affollano i quotidiani, in questi giorni c’è davvero l’imbarazzo della scelta: a chiunque desideri stilare un breve commento sulla nostra società, a partire da un’ottica cristiana, si presentano innumerevoli esempi di degrado più o meno marcato, di decadimento morale più o meno deciso. Tuttavia, in queste righe non parlerò con dovizia di particolari di scabrose vicende a carico di nomi importanti, non mi riferirò a personaggi di spettacolo che perdono la vita subendo operazioni estetiche, non accennerò esplicitamente a individui scomparsi, per ritrovare i quali si sta ormai tentando di tutto, perfino il ricorso ad operatori dell’occulto.

In queste righe, il mio intento è quello di far riflettere sulla situazione generale in cui l’uomo si trova, proponendo quella «fotografia», quello spaccato di quotidianità, che può essere osservato da chiunque, aprendo un qualunque giornale. Una triste, ma necessaria, panoramica sulla nostra condizione.
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Jan 09 2011

L’importanza del battesimo

Non tutti gli errori sono inutili: a volte, un errore dichiarato in pubblico può dare la possibilità di una pubblica correzione, spiegando al tempo stesso la realtà delle cose. L’imprecisione alla quale facciamo oggi riferimento è contenuta nell’odierna omelia dell’attuale pontefice, che in occasione del battesimo di 21 neonati, ha fornito un insegnamento, circa l’evento battesimale stesso, definibile come vera e propria cantonata, se osservato dal punto di vista biblico (del resto, l’unico che dovrebbe importare ad un cristiano).

Ratzinger ha affermato che, attraverso il battesimo, i bambini ricevano “in dono un sigillo spirituale indelebile, il carattere, che segna per sempre la loro appartenenza al Signore e li rende membra vive del suo corpo mistico, che è la Chiesa“, aggiungendo che “ci sarà poi bisogno di un’adesione libera e consapevole a questa vita di fede e d’amore ed è per questo che è necessario che, dopo il battesimo, essi vengano educati nella fede, istruiti secondo la sapienza della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa“. Più tardi aggiungerà ancora, citando Antonio Rosmini: “il battezzato subisce una segreta ma potentissima operazione, per la quale egli viene sollevato all’ordine soprannaturale, vien posto in comunicazione con Dio“. Dichiarazioni che, come da noi asserito in apertura, si trovano in contrasto con l’insegnamento biblico, del quale invece desideriamo parlare brevemente.
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Jan 04 2011

Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi

A seguito di una richiesta pervenutaci da un lettore, continuiamo in questo articolo le nostre riflessioni relative agli avvenimenti descritti nel capitolo 3 del libro della Genesi, brano che ci parla del processo che ha condotto i nostri progenitori alla ribellione nei confronti di Dio, e spiega le conseguenze derivate da tale atteggiamento. In particolare, in questa occasione ci soffermeremo sul versetto 22, oggetto della domanda che ci è stata posta. Vediamo anzitutto il testo in questione, che recita: «Poi Dio il SIGNORE disse: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, quanto alla conoscenza del bene e del male. Guardiamo che egli non stenda la mano e prenda anche del frutto dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre».» (Ge.3:22)

Il nostro lettore ci ha sottoposto la sua tesi, affermando che essa è per lui fonte di inquietudine, perchè se da un lato egli nutre amore e rispetto per Dio, d’altro canto ha l’impressione che il punto di vista interpretativo maturato relativamente a tale passo possa celare qualche verità scomoda, la quale, potrebbe metterebbe in dubbio diverse convinzioni sulla bontà di Dio. Iniziamo con l’analizzare le tesi del lettore. Egli asserisce quanto segue:

La tesi del lettore
«Si capisce nei precedenti versetti che i nostri progenitori, in Eden, potessero nutrirsi normalmente dell’albero della vita. Dopo il peccato, però, Dio cacciandoli da Eden sembra preoccupato principalmente ad impedire all’uomo di non cibarsi del frutto dell’albero della vita. La mia sensazione interpretativa nel leggere questo versetto è che Dio fosse più preoccupato per una tale situazione, cioè a dire, trovarsi di fronte l’uomo sapiente e eterno, che punirlo per l’errore fatto. Come se, da questa situazione avesse qualcosa da temere. Infatti afferma “l’uomo è diventato come uno di noi“. Cosa avrà voluto dire “l’uomo è diventato uno come uno di noi?”. Vivere per sempre, attraverso l’albero della vita, sembrerebbe lo rendesse “simile a Dio” e questo al nostro Signore sembra non piacere. Come se l’uomo potesse contendere con Dio stesso. Per cui per evitare tale possibile rivalità conveniva tenerlo nel suo stato di ingenuità».

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