Uno sguardo al mondo con gli occhi della fede

Feb 26 2011

Essere moralisti, colpa moderna

È stato pubblicato oggi, sul Corriere.it, un articolo dedicato alle contestazioni che genitori ed insegnanti stanno muovendo alle istituzioni a causa di un cartellone pubblicitario, posto davanti al cortile di una scuola elementare milanese, sul quale è ritratta una ragazza intenta a sollevare un abito già corto di suo, scoprendosi il fondoschiena, con tanto di sguardo ammiccante. Ci si potrebbe domandare, più che legittimamente, che cosa venga pubblicizzato attraverso l’immagine di una donna che si spoglia: paradossalmente, si tratta di una nuova collezione di vestiti firmati da una stilista americana. Mamme e maestre ne hanno chiesto la rimozione, soprattutto dopo i commenti dei più piccoli, tra i primi ad accorgersi della presenza del cartellone.

L’azienda americana ribatte attraverso i suoi legali, chiedendo di «essere più cauti nel dare apodittici giudizi morali, che rischiano di apparire evidentemente ipocriti», soprattutto perchè tali fotografie sono opera di un grande fotografo, Terry Richardson, e come tali giudicabili soltanto dal punto di vista artistico, e non morale. Una delle maestre dell’istituto, di contro, afferma: «Non siamo moralisti. Diciamo solo che sarebbe meglio che quella foto non stesse davanti ad una scuola. Si tratta solo di buon gusto». Ed è a questo punto che mi è «scattato» un interrogativo: che male c’è ad essere definiti «moralisti»? Sembra si tratti di un’etichetta dalla quale tutti si vogliono tenere lontani, neanche fosse peste. Se il proprio parere è motivato da questioni di carattere etico, frutto di una riflessione sulla decadenza dei valori e sul bisogno di tornare a solide radici, che problema c’è se coloro che si ritengono estranei a tali ragionamenti riconoscono gli altri come «moralizzatori»?
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Feb 24 2011

La preghiera sacerdotale

Con questo articolo desidero discutere un brano particolarmente intenso del Vangelo di Giovanni, più precisamente l’occasione in cui Gesù si trovò a pregare con i suoi discepoli, poco prima di essere arrestato e crocifisso. La preghiera del Signore si snoda in tre sezioni principali, ciascuna focalizzata su un soggetto specifico: nella prima parte Egli parla di Sé, e dell’opera che avrebbe di lì a poco compiuta; la seconda sezione è poi incentrata sui discepoli e sul loro mandato, mentre l’ultima è rivolta tutti coloro che avrebbero creduto in Cristo sulla base della predicazione apostolica, riguardando quindi anche i credenti di oggi. Si tratta di un brano dal quale è possibile trarre, come credenti, un grande incoraggiamento e consolazione, nonchè importanti riflessioni sulla persona e sull’opera di Gesù, cosa che sicuramente va a beneficio anche di coloro che sono ancora tra gli indecisi.

Analizzeremo le sezioni come entità singole, tenendo presente che esse sono legate tra loro dalla stessa unità di pensiero. A fronte della citazione di ciascun gruppo di versetti, faremo alcuni brevi commenti per comprenderne meglio il senso. Come di consueto, invitiamo i lettori ad intervenire in sede di commento, per ampliare la discussione, esporre incertezze, o quant’altro possa contribuire. Buona lettura, quindi, e soprattutto buona riflessione.

Sezione 1 – La preghiera di Gesù
«1 Gesù disse queste cose; poi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, l’ora è venuta; glorifica tuo Figlio, affinché il Figlio glorifichi te, 2 giacché gli hai dato autorità su ogni carne, perché egli dia vita eterna a tutti quelli che tu gli hai dati. 3 Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo. 4 Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l’opera che tu mi hai data da fare. 5 Ora, o Padre, glorificami tu presso di te della gloria che avevo presso di te prima che il mondo esistesse».
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Feb 16 2011

Esempi e modelli

È possibile, oggi, fare televisione senza essere volgari? Una semplice domanda, che mi pongo dopo aver ascoltato i commenti di genitori che, davanti ad uno spettacolo tradizionalmente «per famiglie» come il festival di Sanremo, hanno provato disagio nel sentire espressioni triviali usate senza pensarci troppo, con una regia probabilmente poco attenta alla presenza di bambini davanti allo schermo. Così ci si guarda attorno, si cerca di capire se possa trattarsi di un’eccezione, si controlla altrove per constatare lo «stato di salute» di quell’apparecchio che da più di cinquant’anni è «compagno» delle giornate di milioni di italiani.

Uno stato di salute pessimo, che va peggiorando nel tempo con una rapidità costante, quasi come se la volgarità rappresentasse il termometro del successo di un programma. Ed in parte è certamente così: a volte, ai programmi stagnanti viene davvero fornita nuova linfa con il ricorso al turpiloquio, o alla blasfemia, perchè si causa l’indignazione di certe fette di pubblico e di associazioni che hanno l’obiettivo di mantenere un’occhio vigile sulla situazione mediatica, e tale indignazione genera utenti, incuriositi dalle vicende. La televisione è in qualche modo uno specchio sulla nostra realtà: un tempo ricca di programmi didattici, di intrattenimento, per famiglie, ed oggi lassista, sensazionalista, attenta al gossip e all’apparenza, erotica, senza più reali contenuti se non quelli di pochi «coraggiosi» che non si rassegnano a consegnare completamente alla superficialità un mezzo così potente come quello televisivo.
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