May 24 2011
La forza delle parole
Da qualche tempo stanno diventando sempre più frequenti, su bacheche e spazi virtuali, gli «aforismi» ed i «consigli» riguardanti un fantomatico «potere delle parole», di cui l’uomo «iniziato» potrebbe disporre per influenzare le situazioni attorno a sé, volgendole a proprio vantaggio. Di per sé, un concetto di questo tipo non rappresenta nulla di nuovo: nel corso della storia, l’umanità ha sempre sguazzato nel miraggio della «parola forte», desiderando quel potere che non appartiene alla sfera materiale, perchè riguardante un piano a noi inaccessibile. Come afferma il brano di Deuteronomio 29:28, «le cose occulte appartengono al SIGNORE nostro Dio, ma le cose rivelate sono per noi e per i nostri figli per sempre» – come dire? Esistono questioni che non ci riguardano, ma è anche vero che questo non dovrebbe rappresentare per noi un problema: vi sono infatti «cose rivelate» che sono state date per il nostro bene e per la nostra edificazione, ed è in quelle che dovremmo profondere i nostri sforzi. Tuttavia, nonostante il richiamo al buon senso, all’uomo piace fare orecchie da mercante, e continuare ad illudersi.
È innegabile che le parole abbiano, per così dire, una «forza»: ricordiamo il vecchio adagio secondo cui «ne uccide pù la lingua che la spada», ma anche – per esempio – le indicazioni di Giacomo, il fratello del Signore Gesù, che nella sua epistola definisce la lingua come «un piccolo fuoco capace di incendiare una grande foresta» (Gc.3:5). È comunque evidente, in entrambi i casi menzionati, che la «forza» delle parole non sia da intendersi in senso misterico, quanto piuttosto in relazione al suo impatto sul prossimo. Con le parole si può scoraggiare qualcuno, lo si può ferire, così come si possono evocare vecchie questioni mai del tutto risolte – già, in questo senso la nostra lingua ha un grande potere: ecco perché la Bibbia esorta il credente ad essere capace di incoraggiare, consolare, essere di supporto: perché la forza delle parole non é soltanto negativa, ma può essere usata per il bene, rialzando chi è caduto, soccorrendo chi è nel bisogno (ovviamente, accompagnando le esortazioni con l’azione pratica). «Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca; ma se ne avete qualcuna buona, che edifichi secondo il bisogno, ditela affinché conferisca grazia a chi l’ascolta» (Ef.4:29) – è la sintesi che l’apostolo Paolo ci comunica in merito all’utilizzo di una delle facoltà più sviluppate della nostra specie.
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Ammettiamolo: al giorno d’oggi, nella nostra società, si presta poca attenzione al senso delle parole. Dopo aver importato nell’uso comune moltissimi lemmi mutuati da altre lingue, in questi tempi assistiamo ad una distorsione progressiva dei termini che, nel corso della storia, hanno sempre avuto una connotazione ben specifica, diversa da quella attuale. Sul
Mentre a Roma si stanno svolgendo i festeggiamenti per la beatificazione di Giovanni Paolo II, abbiamo pensato di riprendere alcune considerazioni sul tema già fatte in passato – un tema forse banale per alcuni, o già troppo discusso, ma che, tenendo conto dell’enorme afflusso di persone per un evento così privo di ogni appoggio biblico, è evidentemente ancora poco conosciuto. Ovviamente, ci stiamo riferendo a quale sia il significato, secondo il testo biblico (unica norma per il cristiano), dei termini “beato” e “santo“.
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