Aug 03 2011
Commento a «La chiave dell’Apocalisse»
Alcuni giorni fa, sul sito «Arcangeli e demoni» è comparso un articolo piuttosto «bizzarro», che, puntando sulle presunte rivelazioni divine ricevute da un prelato libanese nel 1970, pretende di spiegare il senso «nascosto», o «occulto» del libro dell’Apocalisse, nel maldestro tentativo di svelare l’identità delle due bestie citate dal testo (Ap.13), le quali, secondo il parere del religioso, sarebbero Israele e gli Stati Uniti. L’articolo è piuttosto lungo, ed in un certo senso discretamente dettagliato, sicuramente in grado di esercitare fascino su chi nutre ansie più o meno vivide sui segni dei tempi. Tuttavia, quando si affida la propria comprensione degli eventi a ciò che viene affermato da qualcun altro, si dovrebbe essere quantomeno sicuri dell’affidabilità della fonte, per evitare di essere raggirati nel credere a potenziali menzogne, che – nella migliore delle ipotesi – potrebbero lasciarci delusi.
Quando mi è stato chiesto di commentare l’articolo in questione, ho riflettuto per un po’ sulla «strategia» più opportuna da seguire: la domanda che mi sono posto, in particolare, è stata quanto potesse essere veramente utile replicare punto su punto alle asserzioni presentate dal testo. Un tale lavoro sarebbe risultato decisamente pesante alla lettura, e – conseguentemente – molti avrebbero potuto trovarlo noioso e poco pratico. Per questo motivo, ho quindi deciso di concentrarmi sul problema principale, lasciando ciascun lettore libero di porre eventualmente domande più precise, focalizzandomi invece sul punto al quale ho accennato in apertura: l’attendibilità della fonte. Sebbene non mi senta di consigliare la lettura dell’articolo originale, mi rendo però conto che essa è necessaria per comprendere le questioni che commenterò nelle prossime righe: personalmente ritengo che l’introduzione al testo possa essere sufficiente, senza addentrarsi troppo in tematiche che possono confondere chi non ha basi adeguate per trattarle.
Il prete asserisce inizialmente che, precedentemente all’evento visionario, egli non conosceva nulla del testo apocalittico, avendolo letto soltanto un paio di volte senza riuscire a capirne più di tanto. Ne aveva quindi abbandonato lo studio, in quanto per lui privo di attrattive, e già questo la dice lunga sulla serietà di un uomo nel confrontarsi con la rivelazione biblica (per poi aver comunque la pretesa di far da maestro ad altri); ad ogni modo, nel leggere il suo scritto, si comprende che il prelato libanese (che si fa chiamare Pietro II) sa che, posteriormente alla chiusura del canone biblico, non è possibile dirsi depositari di nuove rivelazioni (come invece ad oggi molto spesso si sente dire dai leader delle varie sette religiose). Per questo motivo, per proporre le sue tesi egli deve giocare la carta dell’«interpretazione alternativa»: affermando di aver ricevuto a più riprese visioni del Cristo, che gli avrebbe spiegato il senso della profezia apocalittica, il prete cerca di mettersi al riparo dall’accusa di essere un propinatore di nuove dottrine. Nonostante ciò, è possibile analizzare la bontà di tali «visioni», nonchè la loro autenticità, valutandone gli aspetti principali mediante la Parola di Dio, la Bibbia, ossia quel testo che Dio ha fatto redigere affinchè ogni credente possa conoscere con precisione la volontà divina per l’uomo, ed abbia quindi un sicuro «recinto», un corpus stabile, entro il quale muoversi.
Le prime visioni raccontate dal prelato sono poco interessanti, perchè, sebbene già presentino qualche piccolo aspetto sul quale potremmo discutere, vengono più che altro esposte – insieme ad altri particolari di contorno – per “convalidare” il prete come destinatario di un’autentica apparizione, mostrando ai lettori che ciò che segue non è frutto del caso o di allucinazioni. Dunque, per un momento, proviamo ad ipotizzare che le cose stiano proprio così, ossia che il religioso abbia davvero ricevuto una visione. Ci viene detto che il soggetto di tale visione era Gesù, ma l’apparizione stessa non si identifica, passando direttamente a comunicare il proprio messaggio. Se l’intuizione del prelato fosse corretta (ossia se la figura apparsa fosse stata veramente Gesù), sarebbe perlomeno scontato attendersi – nei discorsi che sarebbero seguiti – una purezza dottrinale assoluta, una conformità totale al messaggio biblico. Purtroppo però per coloro che sono rimasti affascinati dal racconto del prete, le cose stanno diversamente.
Inizialmente, il prelato si fa comprensibilmente cogliere dal dubbio, ma decide di volgersi al «consigliere sbagliato». Egli infatti scrive:
Non sapevo cosa pensare: “Forse è il Demonio che vuol farmi credere di essere qualcuno importante“. Ebbi paura. Presi il mio Rosario e mi affidai alla Vergine: “Tu sei la mia Mamma; illuminami“. Poi mi affrettai in giardino per recitare il Rosario.
Abbiamo già discusso in passato di come la figura che ad oggi viene conosciuta con il titolo di «madonna» sia qualcuno di ben diverso dalla Maria di cui leggiamo nei Vangeli, e che diede alla luce Gesù. Rimandiamo pertanto a due articoli, in particolare «Gli inganni della regina dei cieli» e «La sorpresa nell’uovo», attraverso i quali farsi un’idea più precisa dell’origine del culto mariano, e soprattutto della sua blasfemia dal un punto di vista biblico. Le Scritture ci informano inoltre che «c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo» (1Ti.2:5), ed il rivolgersi a qualunque altra creatura a questo fine non è assimilabile ad altro che alla bestemmia. Nell’apparizione del 19 Aprile 1970, il «Gesù» della visione rafforza un concetto del tutto estraneo alla Bibbia. Secondo il racconto di Pietro II, egli avrebbe chiesto: «Per quale motivo ho mandato Maria, la nostra Mamma, perché apparisse a Fatima e non in qualche altro posto? Se tu possiedi saggezza, rispondimi».
Ora, con tale domanda, la figura della visione dà il via a tutta una serie di speculazioni intorno alle varie apparizioni mariane, a partire da quella del 1917 nella piccola cittadina di Fatima: da questo possiamo certamente ipotizzare che il personaggio apparso al prelato non fosse realmente Gesù, in quanto – con le sue parole – avrebbe convalidato una dottrina blasfema, che non trova corrispettivo nelle Scritture, le quali affermano che nessun essere umano ha la possibilità, una volta deceduto, di interagire con gli uomini. Il racconto di un’eventuale assunzione di Maria si trova soltanto nelle narrazioni apocrife, che come abbiamo discusso in più di una occasione, sono inaffidabili sia sotto il profilo della paternità che quello storiografico, essendo composizioni molto tarde ed avendo risentito delle influenze del «mito» su più di un personaggio. Per dirla utilizzando una frase che ho usato nel video «Gli inganni della regina dei Cieli», Maria – quella vera – ora “dorme” nel sonno della morte, ed attende come tutti i credenti di ogni epoca la ricompensa e la resurrezione che il Cristo concederà ai suoi al suo ritorno. Di certo non è lei la donna che sta continuando da più di un secolo ad apparire in svariate località europee.
Ancora, il 13 Maggio 1970, giorno in cui al prete fu indicato in Israele la bestia di Apocalisse 13, il «Gesù» della visione affermò ancora: «Oggi è il 13 Maggio, il giorno in cui la Nostra Signora è apparsa a Fatima». Se si presta attenzione, si nota un particolare grossolano quanto blasfemo: Gesù starebbe indicando in un essere diverso da Dio la signoria assoluta. Infatti, l’appellativo ebraico «Adonai», con il quale gli ebrei erano soliti indicare soltanto Dio, trova il suo corrispettivo nell’espressione «Mio Signore». Se la visione riconosce in qualcuno che non è Dio le prerogative ad esclusivo appannaggio della divinità, allora possiamo essere certi della provenienza di tale apparizione, tutt’altro che divina. A questo punto, il falso Gesù della visione del prete afferma: «La bestia è Israele»…ma come può un essere che ha dimostrato di cadere sui punti più elementari della dottrina essere un valido interprete di ciò che il vero Gesù ha rivelato all’apostolo Giovanni?
Si noti ancora un particolare interessante rispetto a questa visione. Il prelato afferma infatti che:
Mentre Gesù mi parlava, della grida infernali interiori cercavano di impedirmi di udire le Sue parole, che percepii nonostante tutto.
Sarebbe quantomeno bizzarro se alla presenza dell’Unto di Dio potessero manifestarsi esseri demoniaci senza essere annichiliti dalla sola presenza del Cristo, senza esserGli sottomessi: come mai invece la visione è accompagnata da «grida infernali»? Non abbiamo un solo esempio in tutta la Scrittura di uomini di Dio che fossero disturbati dal ricevere le parole dell’Onnipotente. In sua presenza, infatti, al male non resta che retrocedere.
Il religioso si premura di rassicurare in varie occasioni che il contenuto di ciò che propone non ha provenienza umana, bensì è stato rivelato divinamente: tuttavia, da questo punto in poi del testo è possibile leggere a più riprese espressioni come «capii», «realizzai», «lessi», «sentii nel mio cuore», ed altre espressioni che fanno comprendere un procedimento intellettuale personale, non certo una rivelazione divina esterna. Ipotizzando dunque che questo prelato abbia veramente ricevuto una visione (non da Dio, come abbiamo considerato), essa gli ha soltanto fornito un’imbeccata per proseguire nel suo errore. Si tratta – alla fine – della stessa trappola in cui cadono tutti quelli che approcciano le Scritture con idee precostruite: una volta che si ha un pregiudizio, si finisce per torcere ogni cosa affinchè quell’idea risulti “emergente dal testo“. E questo è un errore dal quale dobbiamo guardarci tutti: è sempre sbagliato affrontare la Bibbia per trovare la giustificazione alle proprie convinzioni; essa deve essere studiata con l’intento di apprendere – ed eventualmente modificare le nostre impostazioni, se notiamo di essere in errore. Questo a meno di volersi ritenere più saggi del consiglio di Dio, ma nessun uomo davvero saggio – che creda o meno nell’ispirazione del Testo – oserebbe mai paragonare la propria piccola esperienza di qualche decennio di vita con il profondo pensiero millenario delle Scritture.
Il 20 Maggio 1970, la visione ricompare, e dice al prete che «il popolo Palestinese è la pietra d’inciampo», contraddicendo ancora la rivelazione biblica. L’espressione «pietra d’inciampo» compare infatti diverse volte nella letteratura neotestamentaria, con significati ben differenti. Per esempio, l’apostolo Paolo, nella sua Lettera ai Romani, al cap.9, vv.30-33, scrive:
Che diremo dunque? Diremo che degli stranieri, i quali non ricercavano la giustizia, hanno conseguito la giustizia, però la giustizia che deriva dalla fede; mentre Israele, che ricercava una legge di giustizia, non ha raggiunto questa legge. Perché? Perché l’ha ricercata non per fede ma per opere. Essi hanno urtato nella pietra d’inciampo, come è scritto: «Ecco, io metto in Sion un sasso d’inciampo e una pietra di scandalo; ma chi crede in lui non sarà deluso» (Ro.9:30-33)
«Chi crede in lui» – dunque un individuo. Ma di chi si tratta? Gli apostoli Pietro e Giovanni lo spiegarono chiaramente ai membri del Sinedrio, davanti ai quali si ritrovarono a causa della guarigione compiuta nei confronti di un paralitico. Pietro affermò:
Sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele che questo è stato fatto nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, che voi avete crocifisso, e che Dio ha risuscitato dai morti; è per la sua virtù che quest’uomo compare guarito, in presenza vostra. Egli è “la pietra che è stata da voi costruttori rifiutata, ed è divenuta la pietra angolare”. In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati» (At.4:10-12)
Se la fantasiosa rivelazione del prelato fosse realmente Cristo, egli ben saprebbe di essere il «sasso d’inciampo», vera discriminante tra coloro che appartengono alla famiglia di Dio e coloro che sono banditi dalla cittadinanza celeste. Come mai invece il prete viene ingannato dall’apparizione, che indica nel popolo palestinese tale pietra d’inciampo?
Ad ogni buon conto, il religioso si lancia infine, dopo aver “conquistato” la fiducia del lettore a suon di visioni estatiche, in un’esegesi del testo profetico di Apocalisse da far rabbrividire chiunque abbia a cuore lo studio serio delle Scritture: con il presupposto di dimostrare l’identità della bestia, lo scrittore utilizza una «versettologia» degna della Torre di Guardia (la società che fa capo ai Testimoni di Geova, noti per il loro approccio distorto alla Parola di Dio), e decide arbitrariamente cosa debba essere considerato «simbolo» (es.: la ferita della bestia, Ap.13:3) e cosa invece debba essere inteso alla lettera (es.: i due testimoni, Ap.11), senza fornire la minima motivazione interpretativa, ma facendo quadrare di volta in volta i pezzi del suo ragionamento per dimostrare la tesi iniziale.
Non ho ritenuto utile, in questa sede, approfondire le singole interpretazioni, in quanto – come accennato in apertura – si sarebbe trattato di un lavoro eccessivamente prolisso, e forse nemmeno troppo utile, una volta che si è valutata la natura della fonte di tali presunte «ispirazioni». Pur non volendo essere eccessivamente critici, e concedendo il beneficio del dubbio relativamente alla realtà della visione, abbiamo però visto come il Cristo che si è presentato al prelato non possa essere il Gesù della rivelazione e della storia, in quanto la figura apparsa si è dimostrata abile ingannatrice e menzognera, attributi che meglio trovano il loro corrispettivo nell’antagonista di Dio. Per questo non vogliamo essere troppo drastici nei confronti del prete libanese, esprimendo giudizi troppo duri: certo è però – quantomeno – che il prelato ha mancato di discernimento, non riuscendo a comprendere che chi gli stava davanti non era colui che egli pensava fosse.
In questi casi, vale sempre il consiglio dell’apostolo Giovanni di «provare gli spiriti», ossia di valutare la dottrina che viene proposta alla luce della Parola di Dio: se essa le è conforme, allora può essere valutata, ma se le si trova in opposizione va rifiutata, perchè sicuramente dannosa per l’uomo in quanto estranea alla volontà di Dio.
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| 6 December 2011, 7:40
Il discernimento che il Signore mi ha donato,é sufficiente per abbandonare la lettura e non continuare nemmeno per curiositá, dopo le prime “parole” del prete! Possa Dio aver misericordia di tutti coloro che cadono ingenuamente in queste trappole!
| 6 February 2012, 18:16
A me sembra verosimile tale chiave di lettura.