Uno sguardo al mondo con gli occhi della fede

Sep 21 2011

La psicosi del marchio

Nei giorni scorsi è comparso, su molti blog e siti di informazione, un articolo riguardante la presunta marchiatura obbligatoria che l’amministrazione statunitense starebbe per imporre al popolo americano, con l’intento dichiarato di creare un registro nazionale volto a seguire meglio i pazienti, avendo a disposizione tutte le informazioni relative alla loro salute. Secondo le fonti più gettonate, l’iter con il quale l’intera popolazione USA verrà «marchiata» avrà una durata di 3 anni, a partire dal 2013, e consisterà nell’impianto di un microchip RFID sottopelle. La notizia ha ovviamente catturato l’attenzione di cospirazionisti, cittadini a cui non vanno a genio imposizioni di questo tipo, appassionati di fantascienza, passando quindi per i semplici curiosi, e approdando – infine – ad una fetta consistente del panorama cristiano, che in tale manovra vorrebbe identificare, senza alcuna ombra di dubbio, il «marchio della bestia» di cui parla il testo apocalittico ricevuto in visione dall’apostolo Giovanni.

Mi sono soffermato a leggere alcuni commenti ad uno dei tanti articoli che in questi giorni stanno riportando la notizia, ed ho notato una grande superficialità da parte di chi cita le Scritture con l’intento di mostrare agli altri le proprie tesi sugli impianti di microchip; per questo motivo, ho deciso di scrivere questo post, che si propone di analizzare nel dettaglio cosa la Bibbia ci dica del marchio della bestia, con il fine – da un lato – di rimanere fortemente ancorati alla Scrittura, senza contaminarla con i nostri filtri interpretativi, e dall’altro di verificare quanto sia giustificata la «psicosi» di alcuni, che ad ogni pié sospinto vedono manifestarsi scenari escatologici. Se infatti è necessario rimanere vigili, ed osservare con spirito critico l’evolversi degli eventi, va altresì considerato quanto possa davvero utile, per coloro che sono distanti dalla fede, confrontarsi con un insieme di persone che è costantemente preda di ansiose supposizioni, vissute tra il misticheggiante ed il paranoico. Un tale gruppo di individui non presenta certo un’immagine di stabilità, né riflette quel sentimento di «silenziosa introspezione» che dovrebbe caratterizzare il credente che si interroga sul contesto in cui vive. Rimanendo pertanto possibilisti su ciò che le Scritture tacciono, caliamoci nel dettaglio della questione.
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Sep 14 2011

Chi può rimettere i peccati?

Domanda forse strana, questa, e sicuramente un po’ fastidiosa, specialmente in una società come la nostra, dove affermare di necessitare di perdono significa ammettere di avere torto, e dove il concetto di peccato risveglia ricordi di lunghe penitenze ormai desuete, ed umiliazioni più o meno pubbliche. Nonostante ciò, quella di ricercare perdono per i propri sbagli è tra le spinte naturali dell’uomo, e sono molti i modi con i quali generalmente si tenta di alleviare i propri sensi di colpa. Nel nostro Paese, a maggioranza cattolica, domandare alla gente chi possa perdonare fa quasi sempre scattare una risposta univoca: si parla di preti, si pensa al clero, e ci si immaginano i consueti scenari da confessionale, ai quali sono stati abituati anche i meno avvezzi, grazie alle teatrali rappresentazioni cinematografiche dei momenti di colloquio attraverso le grate. L’italiano-tipo è pronto ad indicare nelle gerarchie ecclesiali una sorta di “tramite” per il perdono – anche quando magari si sta parlando con qualcuno che si dichiara ateo. Tuttavia, chiedendo ad un tale interlocutore il perchè di questa convinzione, solitamente ci si trova dinanzi a persone che non sanno cosa rispondere, rendendosi improvvisamente conto di credere in qualcosa che è stato tramandato loro, senza aver mai sentito la necessità di capirne le motivazioni. Altri, ossia quelli più informati ed “osservanti” (e la conoscenza biblica, riferita al cattolico medio, è cosa piuttosto rara), si rifaranno al passo di Giovanni 20:22-23, il quale – parlando dell’incontro tra Gesù ed i suoi discepoli, dopo la resurrezione – recita: «Detto questo, soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo. A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati; a chi li riterrete, saranno ritenuti”» (Gv.20:22-23).

A molti questo basta: chi è convinto della successione apostolica (dogma che, in passato, abbiamo già dimostrato essere errato, cfr. p.es. l’articolo Il piccolo sasso e la grande Roccia), vedrà in questi versetti una conferma delle proprie posizioni, e si farà forte di tale informazione per sostenere che fu lo stesso Gesù a dare ai suoi discepoli la prerogativa di rimettere i peccati; se ciò fosse vero, significherebbe che è in potere di semplici uomini concedere il perdono divino, e che questi ultimi debbano davvero essere considerati – come avviene nella chiesa di Roma – quali intermediari tra l’umanità e Dio. Tuttavia, solo un lettore avventato si fermerebbe alla letteralità dell’affermazione evangelica che abbiamo visto, senza approfondirne il senso e le circostanze, per comprendere meglio cosa intendesse dire il Signore con la sua asserzione: il credente «serio» è infatti colui che è desideroso di capire la volontà divina, e non colui che preferisce invece piegarsi a dogmi inventati dall’uomo, senza metterli alla prova alla luce della Parola di Dio, magari per la mera convenienza data dall’evitare di mettersi in discussione.
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Sep 01 2011

La stella che non dovrebbe esistere

È di ieri la notizia della scoperta di una stella decisamente particolare, trovata dalla comunità scientifica nella costellazione del Leone, e distante quattromila anni luce dal nostro pianeta. Si tratta di un corpo celeste del tutto singolare, perché – a differenza di quanto normalmente ci si attende da una stella – ha un livello bassissimo di elementi chimici diversi dall’idrogeno e dall’elio, essendo formata quasi del tutto di questi due. Il livello di metalli in essa presente è circa 20 mila volte inferiore a quello del Sole, e questo dato – secondo quanto sappiamo finora sulla formazione degli astri – renderebbe impossibile l’esistenza di tale stella: infatti, attualmente si ritiene che nel periodo primordiale di coagulazione dei corpi celesti, potessero consolidarsi soltanto stelle di una certa consistenza, almeno pari a quella del nostro Sole. La «nuova» stella è stata quindi simpaticamente ribattezzata con il nome di «stella impossibile», o «stella che non dovrebbe esistere», in quanto, come spiega Elisabetta Caffau, del centro per l’astronomia dell’Università di Heidelberg, «stelle di questo tipo, con piccola massa e quantità estremamente basse di metalli non dovrebbero esistere perché le nubi di materiali da cui sono formate non avrebbero potuto condensarsi».
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