Uno sguardo al mondo con gli occhi della fede

Sep 21 2011

La psicosi del marchio

Nei giorni scorsi è comparso, su molti blog e siti di informazione, un articolo riguardante la presunta marchiatura obbligatoria che l’amministrazione statunitense starebbe per imporre al popolo americano, con l’intento dichiarato di creare un registro nazionale volto a seguire meglio i pazienti, avendo a disposizione tutte le informazioni relative alla loro salute. Secondo le fonti più gettonate, l’iter con il quale l’intera popolazione USA verrà «marchiata» avrà una durata di 3 anni, a partire dal 2013, e consisterà nell’impianto di un microchip RFID sottopelle. La notizia ha ovviamente catturato l’attenzione di cospirazionisti, cittadini a cui non vanno a genio imposizioni di questo tipo, appassionati di fantascienza, passando quindi per i semplici curiosi, e approdando – infine – ad una fetta consistente del panorama cristiano, che in tale manovra vorrebbe identificare, senza alcuna ombra di dubbio, il «marchio della bestia» di cui parla il testo apocalittico ricevuto in visione dall’apostolo Giovanni.

Mi sono soffermato a leggere alcuni commenti ad uno dei tanti articoli che in questi giorni stanno riportando la notizia, ed ho notato una grande superficialità da parte di chi cita le Scritture con l’intento di mostrare agli altri le proprie tesi sugli impianti di microchip; per questo motivo, ho deciso di scrivere questo post, che si propone di analizzare nel dettaglio cosa la Bibbia ci dica del marchio della bestia, con il fine – da un lato – di rimanere fortemente ancorati alla Scrittura, senza contaminarla con i nostri filtri interpretativi, e dall’altro di verificare quanto sia giustificata la «psicosi» di alcuni, che ad ogni pié sospinto vedono manifestarsi scenari escatologici. Se infatti è necessario rimanere vigili, ed osservare con spirito critico l’evolversi degli eventi, va altresì considerato quanto possa davvero utile, per coloro che sono distanti dalla fede, confrontarsi con un insieme di persone che è costantemente preda di ansiose supposizioni, vissute tra il misticheggiante ed il paranoico. Un tale gruppo di individui non presenta certo un’immagine di stabilità, né riflette quel sentimento di «silenziosa introspezione» che dovrebbe caratterizzare il credente che si interroga sul contesto in cui vive. Rimanendo pertanto possibilisti su ciò che le Scritture tacciono, caliamoci nel dettaglio della questione.

Come per la maggior parte delle eresie e delle approssimazioni, anche in questa occasione ci troviamo davanti ad un caso di «versettologia», abitudine malsana attraverso la quale si enunciano dottrine o dogmi a partire da un’estrapolazione di versetti decontestualizzati. Non sempre dietro tale approccio al testo ci sono individui in malafede: molto più frequentemente troviamo invece persone sincere, sprovviste però dell’adeguata preparazione in campo ermeneutico ed esegetico e – come tali – più sensibili all’errore rispetto ad altri. Parlando del «marchio della bestia», la maggior parte di coloro che vede in esso un qualche parallelo con le tecnologie RFID basa la propria posizione sul testo di Apocalisse 13:16-18, versetti che recitano:

«Inoltre [la bestia] obbligò tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, a farsi mettere un marchio sulla mano destra o sulla fronte. Nessuno poteva comprare o vendere se non portava il marchio, cioè il nome della bestia o il numero che corrisponde al suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza, calcoli il numero della bestia, perché è un numero d’uomo; e il suo numero è seicentosessantasei» (Ap.13:16-18)

La linea tracciata dai sedicenti interpreti biblici favorevoli alla lettura secondo la quale il marchio sarebbe un qualche tipo di microchip, è basata sul fatto che, nel testo apocalittico, vediamo la «bestia» (entità che incarna un potere determinato, la cui analisi esula dagli scopi di questa trattazione) che impone il proprio «marchio» agli abitanti della terra, vincolando la loro possibilità di procurarsi beni (anche di prima necessità) alla presenza di tale «marchio», che in qualche modo rappresenta una sorta di «sigillo di proprietà» (= «il nome della bestia o il numero che corrisponde al suo nome»). Esso verrebbe apposto sulla fronte o sulla mano destra degli uomini di qualsiasi condizione sociale, obbligati a ricevere il «segno» per continuare a vivere. In un certo senso, l’intero discorso sul microchip può apparire verosimile, però nasconde una trappola molto sottile, in cui è facile cadere.

Si noti, infatti, che, nei versetti citati, tali interpreti indicano come metafore i termini «bestia» (che, di volta in volta, applicano ad un diverso potere sociopolitico), «marchio» (che nel nostro discorso essi “traducono” con microchip), nonché i concetti di intelligenza relativa al calcolo del numero della bestia, oppure ancora il significato del numero stesso. Tuttavia, nonostante la solerzia nel sottolineare gli elementi figurativi del discorso, essi pretendono di considerare le parti destinatarie del marchio, ossia la «fronte» e/o la «mano destra», secondo il loro senso letterale. Questo deve richiamare la nostra attenzione: in un discorso qualsiasi, chi determina cosa vada inteso letteralmente, e cosa invece sia metaforico? Tale interrogativo è particolarmente pressante quando ci si riferisce ad un testo come Apocalisse, il quale – dato il suo genere – fornisce una prospettiva degli eventi completamente simbolica, redatta secondo i canoni del profetismo tradizionale, con la «novità» del cristocentrismo, ma ben lungi dalla pretesa di narrare i fatti secondo uno schema letteralista. Rovesciando il ragionamento di tali bizzarri interpreti, sarebbe possibile domandarsi se l’identità della bestia sia quella da loro proposta, o ancora se il marchio sia davvero il microchip: in un ambito esegetico dove si decide arbitrariamente la natura di ciò che si approfondisce, è molto facile far affermare al testo ciò che si vuole – o meglio, piegarlo al proprio pregiudizio od opinione. Ma non è così che si affrontano le Scritture.

Prima di analizzare i vari contesti in cui leggiamo, nel testo giovanneo, un qualche riferimento al «marchio», soffermiamoci qualche istante sulle figure di «fronte e mano destra»: è possibile riscontrare tali termini (o loro varianti) in un’infinità di brani biblici, soprattutto per quanto riguarda l’Antico Testamento, e con obiettivi ben precisi: vediamo infatti che nell’antichità, l’imposizione della mano destra era simbolo di benedizione maggiore (cfr. p.es. Genesi 48, la benedizione dei due figli di Giuseppe), e che, quando fu istituito il sacerdozio levitico codificato, la consacrazione dei sacerdoti avveniva, tra le altre cose, ungendo con il sangue di un sacrificio il pollice della mano destra dell’incaricato. Ancora, nel linguaggio poetico la mano destra è riferita alla giustizia, alla forza, o ancora alla protezione (cfr. p.es. Sl.73:23, «tu m’hai preso per la mano destra»; Is.41:13, «Io, il SIGNORE, il tuo Dio, fortifico la tua mano destra»; Ap.1:17, «Egli pose la sua mano destra su di me»), ed é testimone di giuramento (Ap.10:5-6, «L’angelo che avevo visto con un piede sul mare e un piede sulla terra alzò la mano destra verso il cielo e giurò per colui che vive nei secoli dei secoli»). Possiamo quindi affermare che, in qualche modo, la mano destra simboleggi l’azione volta al bene, la purezza di intenti e sentimenti, la via retta, l’assenza di biasimo.

La fronte, invece, è un concetto che richiama aspetti legati alla persona, nel suo insieme. Può essere riferito all’ostinatezza (cfr. Ez.3:7, «Tutta la casa d’Israele ha la fronte dura»), alla dignità (Gb.11:15, «Allora alzerai la fronte senza macchia»), o mancanza di essa (2Sm.2:22, «Come potrei poi alzare la fronte davanti a tuo fratello Ioab?»), ma, soprattutto, appartenenza (Ez.9:4, «Passa in mezzo alla città [...] e fa’ un segno sulla fronte degli uomini che sospirano e gemono per tutte le abominazioni che si commettono in mezzo a lei»; Ap.7:3, «Non danneggiate la terra, né il mare, né gli alberi, finché non abbiamo segnato sulla fronte, con il sigillo, i servi del nostro Dio»; Ap.14:1, «Centoquarantaquattromila persone che avevano il suo nome e il nome di suo Padre scritto sulla fronte»). È altresì, simbolicamente, descrizione dell’identità personale (Ap.17:5, «Sulla fronte aveva scritto un nome, un mistero»; Gr.3:3, «tu hai avuto una fronte da prostituta e non hai voluto vergognarti»), e – assieme alla «mano destra» – la ritroviamo in una prescrizione divina riguardante il tenere a mente la Legge promulgata da Dio:

«Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, te li metterai sulla fronte in mezzo agli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle porte della tua città» (Dt.6:6-9)

I concetti di fronte e mano, biblicamente, richiamano quindi un insieme di aspetti non immediatamente condensabili in un’unica frase, ma che certo potremmo riferire alla fedeltà dell’uomo verso il suo Creatore, all’impegno nel prodigarsi nelle sue vie, all’appartenere – come proprietà esclusiva – all’Eterno, e ad essergli consacrati nei vari ambiti della vita, sicuri del suo intervento e della sua protezione verso il suo popolo. Sicuramente, ancora ci sarebbe molto da scrivere a riguardo: la definizione appena data, paragonata agli svariati aspetti connessi alla relazione tra Dio ed uomo, non può infatti che essere incompleta. Ad ogni modo, quanto detto finora è utile a capire che in un contesto simbolico come quello apocalittico, anche le figure di fronte e mano possono trovare (e molto probabilmente trovano) una sorta di corrispettivo metaforico, andando ad indicare non tanto una parte del corpo, ma un atteggiamento interiore, qualcosa che indica l’uomo nel suo complesso e nelle sue convinzioni, molto più di quanto possano fare una mano od una fronte intese letteralmente.

Accantoniamo per un attimo tali concetti, e vediamo ora qualcosa in più sulla natura del «marchio della bestia»: si tratta di qualcosa di fisico, di tangibile, oppure é qualcos’altro?
Intanto, il senso etimologico del termine: nel Nuovo Testamento, la parola «marchio» traduce i lemmi greci «στίγμα» (“stigma“) e «χαραγμα» (“charagma“). Il primo di questi due termini indicava anticamente un marchio, inciso o ottenuto per marchiatura a fuoco, con il quale venivano «contrassegnati» gli schiavi ed i soldati, attraverso l’impressione del nome del loro padrone o comandandante. Non era inoltre cosa rara, nel costume orientale, che i devoti di qualche culto marchiassero sé stessi con i simboli delle divinità seguite (ricordiamo, a questo proposito, il comandamento di Levitico 19:28 «Non vi farete incisioni nella carne per un morto, né vi farete tatuaggi addosso»). Il secondo termine é affine al primo, ma più spesso riferito alla marchiatura di animali. Da un lato abbiamo quindi il senso di proprietà, mentre nel secondo caso aggiungiamo a tale significato una sorta di svilimento dell’essere umano, considerato alla stregua di un animale: la finalità del «marchio della bestia» è pertanto collegato al tentativo di schiavizzare l’umanità, facendo sì che il maggior numero possibile di uomini accetti – più o meno consapevolmente – lo status di «proprietà» del nemico di Dio.

Un’altro aspetto importante da sottolineare è la forma in cui si presentano i versetti che parlano del marchio. Nel testo apocalittico il termine compare 4 volte, fatta eccezione per il passo di Ap.13:16-17. Leggendoli attentamente, si nota qualcosa di estremamente interessante: vediamo di cosa si tratta.

Seguì un terzo angelo, dicendo a gran voce: Chiunque adora la bestia e la sua immagine, e ne prende il marchio sulla fronte o sulla mano, egli pure berrà il vino dell’ira di Dio versato puro nel calice della sua ira; e sarà tormentato con fuoco e zolfo davanti ai santi angeli e davanti all’Agnello. Il fumo del loro tormento sale nei secoli dei secoli. Chiunque adora la bestia e la sua immagine e prende il marchio del suo nome, non ha riposo né giorno né notte. Qui è la costanza dei santi che osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù (Ap.14:9-12)

Allora udii dal tempio una gran voce che diceva ai sette angeli: Andate e versate sulla terra le sette coppe dell’ira di Dio. Il primo andò e versò la sua coppa sulla terra; e un’ulcera maligna e dolorosa colpì gli uomini che avevano il marchio della bestia e che adoravano la sua immagine (Ap.16:1-2)

Ma la bestia fu presa, e con lei fu preso il falso profeta che aveva fatto prodigi davanti a lei, con i quali aveva sedotto quelli che avevano preso il marchio della bestia e quelli che adoravano la sua immagine. Tutti e due furono gettati vivi nello stagno ardente di fuoco e di zolfo (Ap.19:20)

Poi vidi dei troni. A quelli che vi si misero seduti fu dato di giudicare. E vidi le anime di quelli che erano stati decapitati per la testimonianza di Gesù e per la parola di Dio, e di quelli che non avevano adorato la bestia né la sua immagine e non avevano ricevuto il suo marchio sulla loro fronte e sulla loro mano. Essi tornarono in vita e regnarono con Cristo per mille anni (Ap.20:4)

Ho voluto evidenziare in questi brani le quattro congiunzioni «e», in quanto possiamo notare che in ogni testo che ci parla del marchio, questo non viene mai presentato da solo, bensì è sempre accompagnato dall’adorazione verso la bestia e verso la sua immagine: prendere il marchio è un’azione strettamente correlata ad offrire la propria lode al nemico di Dio. Nell’ultimo versetto dei quattro, notiamo un particolare sui risorti destinati a regnare con Cristo: essi non hanno adorato la bestia, né preso il suo marchio – ancora una volta, una incidenza tra l’apposizione del marchio e l’adorazione della bestia, con un ulteriore riferimento alla fronte ed alla mano destra.

Volendo quindi allargare il discorso all’esterno del solo contesto apocalittico, troviamo, tra le varie raccomandazioni dell’apostolo Paolo al giovane Timoteo, una profezia riguardante eventi futuri. Egli scrisse che «lo Spirito dice esplicitamente che nei tempi futuri alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti seduttori e a dottrine di demòni, sviati dall’ipocrisia di uomini bugiardi, segnati da un marchio nella propria coscienza» (1Ti.4:1-2). Ora, il termine utilizzato qui per marchio traduce il greco «καυτηριαζω» (“kauteriazo“), ossia “cauterizzare“, “marchiare con il fuoco“, “rendere insensibile” (per implicazione); notiamo altresì che Paolo non si riferisce ad un marchio di tipo fisico, ma a qualcosa che coinvolge la coscienza, un marchio di tipo morale, connesso all’abbandono della fede (apostasia) per seguire dottrine di menzogna. Se ritornassimo ora ai concetti di «fronte e mano destra», nella loro accezione metaforica accennata poco sopra, potremmo tracciare un interessante parallelo: accettare il marchio di cui parla Paolo (e che potrebbe essere il marchio apocalittico) sulla propria fronte o mano, diverrebbe quindi un simbolismo per indicare l’apostasia, o il sacrificio di ciò che è retto e vero per iniziare a seguire «spiriti seduttori e dottrine di demoni», ossia tutte quelle menzogne che originano al di fuori di Cristo, e che l’uomo persegue a suo danno, mettendosi sotto il giogo di Satana. In questo caso, – per quanto imporre un microchip alla società possa essere riprovevole – ci troveremmo di fronte a qualcosa di ben peggiore rispetto al marchio fisico, ossia quella coscienza «cauterizzata», ormai incapace di sentire la voce di Dio, una coscienza resa insensibile a tutto ciò che è spirituale, nel senso corretto del termine, e destinata quindi a concludere la propria strada con il giudizio divino, in quanto impossibilitata a rendersi conto della necessità di ricevere la salvezza offerta da Gesù.

Guardiamoci intorno: non è forse già così? Oggi esiste una grande confusione a livello spirituale, che spesso impedisce all’uomo di vedere con chiarezza il proprio bisogno, spingendolo a ricercare il proprio benessere, o qualche soddisfazione temporanea, nelle più disparate filosofie umane, le quali hanno qualche parvenza di vero, ma altro non sono che pericolosi tranelli tesi all’animo di chi ci si avventura. Gesù lo disse molto chiaramente: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv.14:6) – esiste una sola strada che non conduce alla distruzione ed è quella che Cristo ha inaugurata con il suo sangue, sparso affinché l’uomo potesse essere riconciliato con Dio. Ciò è importante anche relativamente ai passi che abbiamo analizzato prima: infatti, quando è stata resa nota la notizia della marchiatura con microchip, molti atei si sono schierati contro tale pratica, e si sono detti pronti a battersi affinchè non avvenga, o comunque intenzionati a non farsi impiantare il chip. Tuttavia, in Ap.14:9-12 abbiamo letto che nel non farsi marchiare sta «la costanza dei santi che osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù, mentre Ap.20:4 dice che coloro che non avevano adorato la bestia e ricevuto il suo marchio «tornarono in vita e regnarono con Cristo per mille anni: ma dal momento che l’unica salvezza possibile per l’uomo passa dalla fede in Cristo, come è possibile che quegli atei, o magari addirittura oppositori di Cristo, vengano annoverati tra i «santi» o che condividano il regno milleniale di Cristo? È evidente che l’assenza del marchio della bestia (= mancata adorazione della stessa) sia possibile soltanto rimanendo ancorati alla dottrina di Gesù, e pertanto non può trattarsi di qualcosa di materiale, perché un semplice chip di raccolta dati – anche se invasivo dal punto di vista della privacy – certo non può influenzare la fede di un uomo.

In effetti, le Scritture ci parlano di due «marchi»: uno lo abbiamo già considerato, ma il secondo è decisamente più importante – si tratta del marchio di Cristo. L’apostolo Paolo ne accenna nella sua epistola ai Galati, scrivendo: «io porto nel mio corpo il marchio di Gesù» (Gl.6:17). Qui abbiamo nuovamente il termine «στίγματα» (“stigmata“), ossia i «segni» di Cristo. A questo riguardo, Barnes ci suggerisce un’interpretazione molto profonda: tali «segni» sarebbero infatti le tante cicatrici che Paolo riportò in conseguenza al suo servizio per Dio. L’apostolo fu infatti ripetutamente flagellato, lapidato, percosso, ed i segni lasciati sul suo corpo in queste occasioni erano l’evidenza della sua devozione ed appartenenza al Salvatore, perchè ricevuti per la sua causa. Alcuni avevano nei propri corpi il segno della circoncisione, prova di appartenenza al Patto Mosaico, altri erano marchiati con i simboli ed i nomi degli idoli a cui erano devoti. Paolo invece portava i segni della sua fedeltà al Signore, un attaccamento dal quale non avrebbe permesso a nessuno di allontanarlo. Ad oggi, perlomeno in Occidente, i cristiani subiscono raramente i trattamenti che Paolo dovette attraversare: ma anche ai fedeli dei nostri tempi è richiesto di portare il marchio di Gesù: attraverso una vita santa, la negazione di sé stessi, il soggiogamento di quei modi di pensare e di essere che non onorano Dio, lo zelo per la causa della verità, e l’imitazione della vita di Cristo. Questa sarà per noi la prova della nostra appartenenza a Dio, il segno del nostro attaccamento a Lui, la nostra dichiarazione di voler perseguire in un cammino di santificazione.

E, proprio nel contesto apocalittico narrato da Giovanni, vediamo i due marchi – quello della bestia, e quello di Cristo – in aperta contrapposizione, quando l’angelo avente il sigillo di Dio intima ai quattro messaggeri, mandati a distruggere: «Non danneggiate la terra, né il mare, né gli alberi, finché non abbiamo segnato sulla fronte, con il sigillo, i servi del nostro Dio» (Ap.7:3). Ancora, osservando coloro che provenivano dalla Grande Tribolazione, Giovanni descrisse «centoquarantaquattromila persone che avevano il suo nome e il nome di suo Padre scritto sulla fronte» (Ap.14:1). L’atto di «sigillare» a cui si fa riferimento in questo contesto è, in greco, «σφραγιζω» (“sfragizo“), ossia il gesto con cui si marchia qualcosa, attestandone il possesso: vediamo, quindi, che se da un lato c’è un’umanità che accetta il «marchio della bestia», d’altro canto vi sono degli individui definiti «servi di Dio» che ricevono il sigillo dell’Eterno, ed in virtù di questo sono preservati dal giudizio che si sarebbe abbattuto di lì a poco sulla creazione. Chi riceve questo sigillo, o meglio, chi è definibile come «servo di Dio»?

Lo abbiamo visto prima, quando abbiamo considerato Gesù come l’unica via di salvezza, e la condotta del cristiano come lo specchio della sua professione di fede: affidandosi a Cristo, e riponendo fiducia nel valore espiatorio del suo sacrificio, l’uomo entra a far parte della famiglia di Dio, e riceve dal Creatore la vocazione, la chiamata, ad una vita che onori Dio, sconfiggendo giorno dopo giorno quello stato dal quale Gesù ci ha riscattati, impegnandoci a condurre una vita che glorifichi Dio, e che sia dimostrazione pratica del nostro essere pieni del suo Spirito.

L’apostolo Pietro scrisse: «La sua potenza divina ci ha donato tutto ciò che riguarda la vita e la pietà mediante la conoscenza di colui che ci ha chiamati con la propria gloria e virtù. Attraverso queste ci sono state elargite le sue preziose e grandissime promesse perché per mezzo di esse voi diventaste partecipi della natura divina dopo essere sfuggiti alla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza. Voi, per questa stessa ragione, mettendoci da parte vostra ogni impegno, aggiungete alla vostra fede la virtù; alla virtù la conoscenza; alla conoscenza l’autocontrollo; all’autocontrollo la pazienza; alla pazienza la pietà; alla pietà l’affetto fraterno; e all’affetto fraterno l’amore. Perché se queste cose si trovano e abbondano in voi, non vi renderanno né pigri, né sterili nella conoscenza del nostro Signore Gesù Cristo. Ma colui che non ha queste cose, è cieco oppure miope, avendo dimenticato di essere stato purificato dei suoi vecchi peccati. Perciò, fratelli, impegnatevi sempre di più a render sicura la vostra vocazione ed elezione; perché, così facendo, non inciamperete mai. In questo modo infatti vi sarà ampiamente concesso l’ingresso nel regno eterno del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo» (2P.1:3-11).

Detto in altri termini, Gesù rappresenta lo spartiacque tra coloro che riceveranno il marchio della bestia e quelli che invece saranno sigillati da Dio, perchè é soltanto in virtù della forza del Signore che un uomo può far fronte ai raggiri di Satana, e rimanere saldo nella fede salvifica che Dio ha voluto fosse rivelata all’umanità, ed è soltanto per la sua grazia che coloro che credono possono affermare di conoscere personalmente il proprio Creatore. Quelli che invece persisteranno nella loro ribellione a Dio, non riusciranno a vedere la loro rovina nemmeno quando sarà prossima, perchè saranno soggiogati ed ingannati da colui che non soltanto è nemico dell’Altissimo, ma che è anche nemico di ciascun uomo e donna, quand’anche questi non fossero servi di Dio.

In conclusione, tornando a quello che è il tema principale di questo articolo, spendiamo ancora due parole sulla natura del marchio, con qualche raccomandazione per l’approfondimento biblico. Qual é la vera natura del marchio? È qualcosa di tangibile, oppure no? La Bibbia non dice esplicitamente che esso sia un impianto, ma ci fornisce invece i termini per comprendere di cosa si tratti, e quale sia lo scopo ultimo della sua apposizione. Ci parla altresì di due strade, quella dei ribelli da un lato, e quella dei servi di Dio dall’altro: i primi, che non hanno avuto cuore di investigare l’offerta di riconciliazione con Dio, costretti ora ad essere vittime di un inganno a loro perdizione, ed i secondi, rimasti fedeli al patto divino ed ora ricompensati con il riconoscimento della loro appartenenza eterna a Dio, e resi cittadini del suo glorioso Regno. Non sappiamo precisamente in quale modo si manifesteranno gli eventi di cui abbiamo parlato finora – e guai se dovessimo affermare di conoscere ciò di cui la Bibbia tace! – ma possiamo vedere chiaramente come sia superficiale limitarsi a sposare una tesi, basandosi su ciò che ci sembra più o meno plausibile: c’è una sola verità, quella che proviene dalla Parola di Dio, e ci sono le speculazioni umane, che se da un lato non possiamo esimerci dal fare, d’altro canto non devono mai essere elevate a dogma, o ad unica interpretazione.

Sono fermamente convinto, ed in questo senso la Scrittura ne dà atto, che il nocciolo della questione non sia tanto «microchip, si o no?», oppure «che cos’é il marchio?», quanto piuttosto una domanda ben più scomoda, ma di importanza vitale: «Chi stai servendo con la tua vita? A chi appartieni davvero?». È la risposta a questa domanda che determina non tanto la nostra conoscenza sui dettagli della rivelazione, ma quello che sarà di noi quando i nodi verranno al pettine, e saremo chiamati a scelte che possono costarci anche la vita – quando il Signore manifesterà Sé stesso per prendere con Sé i suoi, decretando il suo giusto giudizio su un mondo corrotto, che gode del proprio stato, e che si disinteressa di Colui che ha creato e sostiene ogni cosa.

                                         
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3 Commenti »

  1. #61409. Francesco
    | 25 November 2011, 17:36

    Gentile Emiliano Musso,

    poichè ho letto tutto il suo articolo, relativo al marchio 666, con viva attenzione e senza prevenzione alcuna. Sono stato molto sorpreso nel ritrovare nella sua spiegazione la perfetta similitudine con quanto divulgato dai Testimoni di G.

    Convengo con molte delle cose da lei illustrate con dovizia e precisione scritturale, per questo La prego di fare altrettanto leggendo lo scritto che le sottopongo e che vorrei leggesse con altrettanta attenzione e senza prevenzione alcuna.

    Come è scritto: “..nella moltitudine dei consiglieri vi è la riuscita..”

    Attendo di risentirLa sul soggetto. Le scriverò.

    Grazie della sua intelligenza e cortesia.

    Francesco


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  2. #61410. Francesco
    | 25 November 2011, 17:37

    Oooppss.. mi ero dimenticato il Link da sottoporle:

    http://intermatrix.blogspot.com/2008/04/under-matrix-decima-parte.html

    Grazie


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  3. #61430. Emiliano Musso
    solovangelo.it | 26 November 2011, 8:39

    Gentile Francesco,
    grazie per il suo commento. In realtà, almeno per quello che ne so, i TdG hanno una posizione differente (nella sostanza) su questo argomento: eventualmente, potrebbe indicarmi quali sono i punti che a suo avviso sono invece simili?
    Leggerò senz’altro l’articolo indicato: spero avremo modo di confrontarci ancora sul tema.
    Un saluto, e grazie ancora per il suo intervento


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