Oct 31 2011
Essere santo
Come ogni anno, ci troviamo alle porte di una festività forse tra le più sentite dal popolo italiano, ossia la celebrazione di Ognissanti, festa cattolica proclamata il 13 maggio 610 e riguardante tutta una serie di atti devozionali volti a rendere omaggio ai santi, che – nell’accezione comune e popolare – sarebbero quei fedeli che si sono distinti per qualche opera particolare nel corso della loro vita (non ultima il martirio). Un paio di anni fa, scrissi un articolo finalizzato a spiegare chi possa essere definito, biblicamente, un santo, nel tentativo di mostrare la differenza esistente tra quanto viene comunemente insegnato dal magistero cattolico e la realtà dei fatti, contenuta nelle Scritture, ossia la Bibbia. Propongo in questa sede una revisione di tale articolo, aggiungendo considerazioni e brani scritturali, al fine di valutare l’opportunità di tale festa, ma soprattutto con la speranza che, comprendendo quale sia il pensiero di Dio su questo tema, il lettore possa maturare, sospinto da Dio, il desiderio di perseguire una condizione che, lungi dall’essere qualcosa di mistico, come spesso essa viene dipinta, è invece uno stato nel quale l’individuo può godere di estrema tranquillità, nel sapersi riconciliato ed in pace con il proprio Creatore. Ma vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.
Iniziamo col dire che tutto l’argomento della santità ruota – ovviamente – attorno al rapporto tra l’uomo e Dio: infatti, dal momento che l’individuo non ha alcun potere né possibilità di “elevarsi” autonomamente dal pantano di peccato e ribellione in cui si trova, capiamo che la santità, intesa come condizione, è qualcosa che Dio concede per grazia e secondo il suo arbitrio: se gli sforzi dell’uomo non possono in nessun modo fargli maturare credito presso Dio (e secondo le Scritture, le cose stanno proprio così), allora un eventuale riconoscimento di santità deve necessariamente essere emesso per effetto di una causa estranea all’impegno personale (o meglio, non vincolata a quest’unico fattore).
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Nei giorni scorsi ho avuto modo di discutere del brano di Giacomo 5:14-15, ed in particolare in relazione alle difficoltà che presenta la sua corretta interpretazione. Dato che il discorso emerso è stato decisamente interessante, e che può essere inoltre di pubblica utilità, ho deciso di scrivere alcune righe sul tema, nella speranza che possano contribuire a chiarire le argomentazioni oggetto del passo in questione, forse tra i più travisati delle Scritture. Iniziamo quindi dalla tesi iniziale, osservando anzitutto cosa affermino i versetti citati: C’è qualcuno che è malato? Chiami gli anziani della chiesa ed essi preghino per lui, ungendolo d’olio nel nome del Signore: la preghiera della fede salverà il malato e il Signore lo ristabilirà; se egli ha commesso dei peccati, gli saranno perdonati (Gm.5:14-15). Coloro con i quali mi sono trovato a discutere di tale brano affermavano, peraltro con ragione, che quanto appena visto non può considerarsi al pari di un’equazione matematica, che fornisce sempre lo stesso risultato: quante volte – infatti – alla preghiera, anche fervida ed accorata, di uno o più credenti, non corrisponde una risposta sul piano fisico (ossia, relativamente alla guarigione di un ammalato)? Sempre sulla base di questo passaggio, poi, si fonda l’ennesima eresia cattolica, che vede in quanto scritto da Giacomo il precursore dell’estrema unzione, dogma secondo il quale tale “sacramento” dovrebbe concedere il perdono dei peccati ai moribondi (conclusione blasfema, perchè non è in potere dell’uomo perdonare un suo simile, ma – apparentemente – è proprio ciò che sembrerebbe emergere dallo scritto).
Da qualche tempo a questa parte, si è acceso un grande dibattito intorno al tema della «Famiglie Arcobaleno», quei nuclei familiari composti da due genitori dello stesso sesso, che si trovano a dover gestire il delicato ed importantissimo compito di allevare un bambino. Alcuni mesi fa, ha iniziato a circolare su Internet
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