Oct 17 2011
Approfondimento sull’epistola di Giacomo, cap.5
Nei giorni scorsi ho avuto modo di discutere del brano di Giacomo 5:14-15, ed in particolare in relazione alle difficoltà che presenta la sua corretta interpretazione. Dato che il discorso emerso è stato decisamente interessante, e che può essere inoltre di pubblica utilità, ho deciso di scrivere alcune righe sul tema, nella speranza che possano contribuire a chiarire le argomentazioni oggetto del passo in questione, forse tra i più travisati delle Scritture. Iniziamo quindi dalla tesi iniziale, osservando anzitutto cosa affermino i versetti citati: C’è qualcuno che è malato? Chiami gli anziani della chiesa ed essi preghino per lui, ungendolo d’olio nel nome del Signore: la preghiera della fede salverà il malato e il Signore lo ristabilirà; se egli ha commesso dei peccati, gli saranno perdonati (Gm.5:14-15). Coloro con i quali mi sono trovato a discutere di tale brano affermavano, peraltro con ragione, che quanto appena visto non può considerarsi al pari di un’equazione matematica, che fornisce sempre lo stesso risultato: quante volte – infatti – alla preghiera, anche fervida ed accorata, di uno o più credenti, non corrisponde una risposta sul piano fisico (ossia, relativamente alla guarigione di un ammalato)? Sempre sulla base di questo passaggio, poi, si fonda l’ennesima eresia cattolica, che vede in quanto scritto da Giacomo il precursore dell’estrema unzione, dogma secondo il quale tale “sacramento” dovrebbe concedere il perdono dei peccati ai moribondi (conclusione blasfema, perchè non è in potere dell’uomo perdonare un suo simile, ma – apparentemente – è proprio ciò che sembrerebbe emergere dallo scritto).
L’ingarbugliata matassa può comunque essere districata attraverso una lettura contestualizzata di Giacomo, attenta cioè al pensiero espresso nella sua interezza, evitando di estrarre sotto-porzioni dell’epistola che possano trarci in inganno quanto al senso di ciò che leggiamo.
La prima domanda che mi sono sentito di porre è stata: Siamo sicuri che i concetti che ci vengono evocati delle parole “malato” e “salverà” siano quelli che Giacomo aveva in mente?, ossia, detto in altri termini, possiamo dirci certi che il senso dell’insegnamento dell’apostolo sia quello più immediato, quello maggiormente desumibile? Leggendo il termine “malato” pensiamo immediatamente all’indigenza fisica, forse perchè è la sfera che reputiamo più importante. Ma è corretto tracciare subito una tale definizione, soprattutto considerando che nell’intero capitolo non si fa riferimento a stati fisici, quanto piuttosto morali? Infatti, allo stesso modo in cui giudicheremmo “strano”, in un qualsiasi testo o discorso, saltare di palo in frasca o da un argomento ad un altro, senza apparente collegamento, anche dalla Bibbia (se consideriamo che l’ispirazione divina accompagna uno stile letterario ed un filo logico proprio dell’autore umano) è lecito aspettarsi una solida unità di pensiero: quindi perchè Giacomo avrebbe dovuto fare una parentesi di questo tipo all’interno di una trattazione su un altro tema?
Un ulteriore approfondimento è quello relativo al consiglio dell’apostolo: se egli avesse voluto intendere uno stato di malattia fisica, non sarebbe stato più opportuno consigliare il consulto di un medico, anzichè degli anziani della chiesa? Anche oggi, quando abbiamo un raffreddore, non sottoponiamo il caso ai responsabili della conduzione ecclesiale, ma ci rechiamo dal dottore per farci prescrivere una cura adatta. Nel testo originale dell’epistola, il termine “malato” è reso con “ασθηνηι“, asthenei, che indica senz’altro la malattia fisica, ma che traduce letteralmente l’espressione «senza forza», e che è usato in diverse altre occasioni nel Nuovo Testamento nel suo senso figurativo. Prendiamo, ad esempio, la celebre espressione di Gesù presentata in Mt.26:41: «Vegliate e pregate, affinché non cadiate in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Il termine “debole“, in questo versetto, traduce appunto il termine ασθηνηι, e non indica uno stato di indigenza, ma una debolezza intrinseca. Un altro mirabile esempio è la trattazione paolina sul peccato dell’uomo e sul riscatto di Cristo, quando nella sua lettera ai Romani, scrive: «Infatti, mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi» (Ro.5:6). «Senza forza», ancora una volta ασθηνηι – e ancora, notiamo che non ci si sta riferendo a malattie fisiche, ma a qualcosa di più sottile.
Se Giacomo stesse quindi parlando di una «debolezza interiore», di uno stato di peccato, come è possibile che la preghiera della fede possa salvare il malato, e che costui riceva il perdono dei peccati? Anche in questo caso, è sufficiente collegare tale concetto con la teologia del Nuovo Testamento, che ci indica chiaramente nel ravvedimento e nel pentimento dinanzi a Dio delle condizioni necessarie per realizzare la necessità di essere perdonati in virtù del sacrificio di Cristo; pertanto, il ribelle che ritorna alla fede, e che rimette in discussione la propria vita per sottoporla nuovamente al Signore, ha nel sacrificio di Gesù la garanzia del perdono dei suoi peccati – ossia il rinnovo del suo stato di comunione con Dio, e della riconciliazione con Lui. Questo ci viene confermato dalla chiosa del capitolo, pochi versetti più avanti, in cui vediamo Giacomo esprimere, subito dopo aver terminato il discorso sulla guarigione, il seguente concetto: «Fratelli miei, se qualcuno tra di voi si svia dalla verità e uno lo riconduce indietro, costui sappia che chi avrà riportato indietro un peccatore dall’errore della sua via salverà l’anima del peccatore dalla morte e coprirà una gran quantità di peccati» (Gm.5:19-20). Risulta quindi chiaro che il prodigarsi per i propri fratelli che si sono sviati, qualora abbia successo, ha come frutto la salvezza dell’ex-ribelle e la «copertura» dei peccati di costui, in virtù del rinnovato rapporto con Dio.
Questo significa forse che non sia opportuno pregare per chi è malato fisicamente, chiedendo al Signore di operare una guarigione? Ovviamente no: è normale ricercare l’azione di Dio in favore di coloro che abbiamo sul cuore. Ma il credente vero, nel proprio pregare, è pronto a sottomettersi alla volontà divina, la quale può essere – per motivi che non sempre ci è dato di sapere – molto diversa da quanto ci aspettiamo: anche la guarigione chiesta nel modo più fervente possibile può non avvenire. E se c’è questa possibilità, ovviamente legata alla sovranità decisionale di Dio, Giacomo non potrebbe mai scrivere, con certezza assoluta, che il pregare per gli ammalati risulterebbe sistematicamente in una guarigione fisica. Ecco perché, come d’altronde ci mostrano molte Scritture, ritengo sia preferibile una lettura del termine “malato” secondo il senso etimologico del termine, così come applicato in molti altri casi, ossia quella «debolezza», «mancanza di forza», «stato di indigenza morale» che il peccato causa nell’uomo. E ciò senza voler togliere nulla all’intercessione per gli ammalati, ma per comprendere meglio le Scritture, uscendo da un terreno interpretativo che troppe volte vorrebbe quasi sconfinare nella superstizione, per abbracciare invece una dimensione che – prima di ogni altra cosa – ci parla della necessità di capire il bisogno vitale di avvicinarci a Cristo, e di accettarne quel sacrificio in virtù del quale ricevere la pace, il perdono, e la riconciliazione con l’Eterno.
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| 20 November 2011, 9:55
E’ strano come si cerchi sempre attraverso il ragionamento di adattare la Parola di Dio alle nostre esperienze (non tutti i malati guariscono dopo l’unzione d’olio e la preghiera) piuttosto che cercare di cambiare le nostre esperienza attraverso la Parola (tutti sono guariti)! L’epistola di Giacomo tratta in maniera esaustiva l’intero argomento delle “varie prove” a cui il credente si trova di fronte e la liberazione da esse(Gm.1.2-12); ci spiega, che esse non avvengono per il divertimento di Dio, ma a causa delle concupiscenze che sono nel credente (Gm.1.13-16). La prova, attraverso la sapienza di Dio, si rivela così un buon dono che viene dall’alto! Nel capitolo tre parla della lingua che posta fra le nostre membra contamina tutto il corpo, cioè, ciò che è solamente interiore adesso (attraverso la lingua) si manifesta esteriormente coinvolgendo tutto il corpo. Il peccato è quindi manifesto e questo (se non è trattato secondo Parola) provoca la malattia, la quale non è un fatto casuale ma una vera e propria “confessione dell’anima”; non c’è nulla di nascosto che non sia palesato (Mc. 4.22) e anche il peccato nel credente deve venire alla luce per essere giudicato! Grazie a Dio se noi esaminiamo noi stessi non entreremo nel giudizio (1Cor. 11.31). Giacomo infine dà una soluzione anche a coloro che non avendo trattato le loro fortezze di peccato si sono ammalati. C’è qualcuno tra voi infermo? la domanda nei nostri giorni suona quasi ridicola, noi l’avremmo impostata diversamente: c’è qualcuno di voi in buona salute? Ma effettivamente in quel tempo la chiesa cresceva attraverso l’insegnamento degli apostoli nella saluta divina dello spirito prima , poi dell’anima e infine del corpo. Ma se c’era qualcuno infermo (la parola “asthenei” indica proprio una “debolezza” dell’anima che viene trasmessa al corpo) doveva chiamare gli anziani per ricevere l’unzione con l’olio! Ora, Giacomo non intendeva una guarigione come un miracolo istantaneo, infatti aggiunge “e il Signore lo risanerà” (5.15) ma un processo di guarigione che avrebbe coinvolto il credente malato a liberarsi dai propri peccati confessandoli (5.16) ad altri credenti (magari fidati o anziani). Questo avrebbe portato e porta anche oggi alla salute dell’anima prima ed anche del corpo.
Secondo la Scrittura LA MALATTIA E’ UNA SPIA RILEVATRICE di una debolezza interiore (Gbb. 33.19). Quando nella nostra automobile si accende una spia che indica un guasto noi non ci vantiamo della spia come fanno i religiosi che devono sopportare come degli eroi la loro infermità (“portano la croce” essi dicono), ma nemmeno ce la prendiamo con la spia luminosa prendendola a martellate come purtroppo si insegna oggi nei circoli cristiani moderni, dove tutto deve essere indolore ed istantaneo (questo ha introdotto la medicina secolare nella chiesa accettando ciò che viene dall’albero della conoscenza come proveniente da Dio ed ha anche prodotto un infinità di “impositori di mani” che pretendono di dare immediato sollievo nel corpo); quando si accende la spia si va dal meccanico o semplicemente dal benzinaio perchè noi sappiamo benissimo che il problema non è la spia ma c’è qualcosa che non va nel motore; la cosa straordinaria che succederà in seguito è che dopo aver “curato” il motore la spia si spegnerà!!! Perciò come insegna Giacomo quando la nostra anima sta confessando che c’è qualcosa che non va attraverso il corpo debole o malato, chiamiamo gli anziani per l’unzione e la preghiera della fede, questo sarà un atto di ubbidienza che porterà ad un processo di umiliazione e guarigione del nostro motore (l’anima) confessando con la bocca i nostri peccati gli uni agli altri pregando gli uni per gli altri (come si fa a pregare se non si conosce il problema?) al fine di essere guariti.
In un mondo anestetizzato che non avverte più il segnale rivelatore del dolore (Ef.4.19) anche la chiesa si è imbottita di analgesici per non guardare a quella scomoda spia lampeggiante che però indica che c’è ancora una via di uscita per grande misericordia di Dio.
Ripuliamo prima l’interno della coppa affinchè anche l’esterno sia pulito (Mat.23.26).
Il Signore è molto buono!!!
David63
solovangelo.it | 22 November 2011, 19:13
Affermare che le malattie siano segnali di uno stato interiore corrotto è un’approssimazione alla quale si deve prestare molta attenzione, per non cadere nel giudizio altrui: vi sono situazioni (e citarle è superfluo, visto il loro essere comuni) in cui la malattia non è affatto legata a disubbidienze (ed il testo di Giobbe, che citi, ne è appunto un esempio: il patriarca non aveva peccato contro Dio, ma si trovò comunque nella prova). L’affermazione secondo cui non tutti guariscono è la realtà delle cose, ed ignorarla, così come il cercare la colpa nel singolo (che può esserci, ma che non può essere elevata a norma) significa ignorare la presenza devastante del peccato. Comportandosi in un tal modo, si carica il malato di sensi di colpa inopportuni, mentre si manca di considerare il contesto in cui viviamo, così come la volontà sovrana di Dio: ci si atteggerà, cioè, come gli amici di Giobbe, che volendo trovare un pretesto per accusare il patriarca, furono redarguiti da Dio per la scarsa lungimiranza.
| 24 November 2011, 0:28
Emiliano, non riesco a capirti; affermi che Giacomo nella sua epistola se avesse voluto parlare di guarigione avrebbe consigliato i fratelli credenti di rivolgersi ad un medico?
Hai fatto mente locale sul periodo temporale in cui Giacomo ha scritto la sua epistola?
Giacomo è stato testimone, assieme agli altri apostoli, di potenti guarigioni fatti da Gesù; dopo la pentecoste da Pietro, che addirittura, a causa della troppa folla, guariva gli infermi attraverso la sua ombra che toccava gli ammalati.
Era stato testimone di così tante guarigioni operati dallo Spirito Santo attraverso loro, e tu pensi avrebbe consigliato ai credenti infermi di rivolgersi ad un medico?
In quei tempi era così forte l’appartenenza alla fede in Dio,per mezzo della predicazione di Gesù, che lo Spirito Santo operava attraverso loro, guarigioni e potenti operazioni e Giacomo dici avrebbe consigliato di consultare un medico?
E poi chi, i medici di allora? Con qualche infuso di erbe cosa avrebbero potuto fare con malattie gravi come ve ne erano tante anche allora?
Oggi, certamente, un credente consiglierebbe un consulto medico ad un fratello che manifestasse qualche disturbo fisico, e non ci sarebbe nulla da ridire; intanto perché il livello della conoscenza medica oggi è abbastanza elevato, anche se molto c’è da imparare e scoprire ancora; ed anche perché la fede è in noi molto più fredda rispetto alla fede degli apostoli e dei fratelli credenti di allora.
In noi spesso domina il senso di paura, che è una manifestazione dello spirito di questo mondo; per cui crediamo, chiediamo, ed appena non vediamo subito il risultato, comincia a crescere in noi il senso di paura per cui subito dopo ci rivolgiamo alle cure mediche, venendo meno alla nostra fede.
Non dimentichiamo cosa successe a Pietro quando Gesù gli permise di camminare sull’acqua e lui a causa dell’intemperia di quel momento ebbe paura e subito stava affondando nell’acqua se non veniva in suo soccorso Gesù che lo sollevò prendendolo per mano, rimproverandolo,tra l’altro, della poca fede che aveva avuto.
Con questo mio discorso non voglio dire che chiunque, nella fede, non debba rivolgersi alle cure mediche se ne ha di bisogno e ne senta la necessità.
Voglio dire che se si ha fede e si chiede a Dio con fede e non si dubita di ciò, certamente la guarigione arriverà. Se non arriva vorrà dire che in noi non c’è una giusta relazione di fede con Dio, per cui in quei momenti nulla vieta di potersi rivolgere alle cure mediche, senza con ciò mettere in dubbio la propria fede in Dio.
Più volte io stesso sono stato guarito chiedendo a Dio il suo intervento,( febbre,tonsillite, bronchite, tendinite ad un polso,)e ciò è regolarmente avvenuto.
Anche più volte è successo, invece, sempre a me stesso di chiedere guarigione e non ottenere ciò che chiedevo e, senza imputare niente a Dio rivolgermi alla cure mediche, senza con ciò mettere in dubbio la mia fede in Dio,né la grazia di Dio che opera in noi.
Quelle volte che non ho ricevuto, vuol dire che qualcosa si era interposta tra me e Dio,( distrazioni,tentazioni, )qualsiasi cosa che non mi permetteva di avare una giusta relazione con Dio, per cui non ricevevo.
In realtà la società di oggi vive molto avvinta dalle sollecitudini di questo mondo per cui, facilmente entra nel panico, dando spazio allo spirito di questo mondo che agisce anche attraverso la paura, la paura fa dubitare e mette in crisi la nostra relazione con Dio. Per cui involontariamente ma inesorabilmente ci allontaniamo da Lui non permettendogli di potere operare nella nostra vita.
Questo fa parte di uno dei tentativi di satana, di bloccare il legame che abbiamo con Dio Padre in Gesù Cristo ma se noi siamo accorti, non ci riuscirà.
Un saluto nel Signore.
Angelo
| 28 November 2011, 9:37
…e il resto degli uomini, che non furono uccisi da queste piaghe, non si ravvide ancora dalle opere delle loro mani e non cessarono di adorare i demoni…(Ap.9.20)
Sembra proprio che il fine di queste piaghe sia un sano senso di colpa che conduce a ravvedimento!
…l’ira di Elihu…si accese contro Giobbe perché questi riteneva giusto se stesso anziché Dio… la sua ira si accese anche contro i suoi tre amici, perché non avevano trovato la risposta, sebbene condannassero Giobbe…(Gbb.32.2,3).
Anche Giobbe aveva bisogno di un meraviglioso senso di colpa che alla fine si manifestò con queste parole: “provo disgusto nei miei confronti, mi pento sulla polvere e sulla cenere” (42.6)
Credo che fintanto che seguiremo la psicologia di questo mondo, temendo di dispiacere gli uomimi non riusciremo mai ad amare veramente nè i nostri simili nè Dio stesso, perché come disse lo stesso Elihu: “io non so adulare, altrimenti il mio Fattore mi toglierebbe presto di mezzo” (Gbb.32.22).
Il Signore è molto buono!!!
David63
solovangelo.it | 1 December 2011, 18:38
@Angelo: Ciao Angelo, il mio dire non era riferito al fatto che Dio, nella sua grazia, non possa concedere guarigioni, tutt’altro! Ma sono assolutamente contrario all’affermare che una mancata guarigione dipenda dalla mancanza di fede (o peggio, come dicono alcuni, a “peccati nascosti”). Credo che la cristianità debba imparare a considerare Dio davvero come il Signore, che decide nella sua saggezza e senza possibilità di errore. A volte può succedere che nella mancata guarigione di qualcuno si “nasconda” un piano più grande, e questo non dobbiamo tralasciarlo. Ciò che ho proposto nell’articolo voleva quindi essere un’analisi contestualizzata del brano, non quindi indicando quale potesse essere stato il vissuto di Giacomo, ma andando a vedere cosa egli intendesse in quel brano specifico: non dobbiamo mai tralasciare un’interpretazione contestualizzata, che ricerchi cioè di comprendere anche la forma ed il filo logico di un discorso (contrariamente alla versettologia, che estrae e pontifica senza una base solida)
@david63: Vero quanto affermi, tuttavia dovremmo accordarci su cosa significa applicare la psicologia del mondo a Dio: personalmente, credo sia molto pericoloso, per la propria comprensione di Dio, “dipingere” un Dio come ci piace, tralasciando il fatto che – pur nella sua bontà – Egli è Sovrano, e decreta e dispone secondo il suo disegno, senza doverne rendere conto a nessuno. Per questo, se da un lato non vogliamo ignorare la misericordia con la quale Dio interviene nelle situazioni, non vogliamo nemmeno indicarlo per ciò che non è, ossia un essere al nostro servizio, che deve necessariamente realizzare i nostri desideri. Dio è Signore, ossia la massima autorità, e – come tale – completamente libero di disporre, nella sua saggezza e onniscienza.
| 30 December 2011, 8:55
Emiliano, sono d’accordo con la tua interpretazione del brano di Giacomo.
Tutta l’Epistola è stata oggetto di studio , con Erik Benevolo, in uno dei convegni di fine anno tenutosi a Pietragavina (Oltrepo’ pavese, comunità Cristiana evangelica dei Fratelli ).
In quell’occasione avevamo compreso come anche questo fosse un caso in cui vale una sorta di doppia visione o per meglio dire sia la “o” che la “e”: la malattia (mancanza di forza) può ben essere vista non come o malattia fisica , o malattia spirituale, ma l’una e l’altra.
Credo che Giacomo isituisca qui il valore della preghiera comunitaria sincera a favore dell’altro perchè -se Dio vorrà- crediamo che sia capace di guarire la malattia fisica e quella spirituale che a volte può essere causa di quella fisica.
Non v’è un aregola ma la riaffermazione della regalità di Dio creatore che in quanto tale decide.
…E l’olio che si frappone tra l’uomo e Dio sta a ricordarci che noi non siamo capaci da soli di fare alcunchè, ma è Dio che opera atraverso di noi, se lo lasciamo agire.
Un abbraccio in Cristo Gesù, Salvatore e Signore ns Re che viene
solovangelo.it | 31 December 2011, 22:42
Grazie Riccardo per il prezioso contributo, che senz’altro va a completare un discorso non semplice da affrontare. Grazie anche per gli spunti che hai voluto lasciarci, davvero importanti.
Che la grazia del nostro Signore Gesù Cristo ti accompagni sempre.